martedì 30 aprile 2013

Quando alla Germania fu cancellato il 93% dei debiti

La Germania sembra oggi dimenticare sia che l'attuale pericolo per l'Europa non è l'inflazione, ma la deflazione e il default, sia che proprio la stessa Germania è stata nel 1948 la beneficiaria di uno dei più magnanimi atti mondiali di remissione del debito. Infatti, negli anni '40 del secolo scorso, le potenze di occupazione cancellarono il 93% del debito dell'era nazista, posponendo inoltre il pagamento degli altri debiti per circa mezzo secolo. Così la Germania, il cui rapporto debito/Pil nel 1939 era del 675%, all'inizio degli anni 50 aveva un livello di indebitamento del 12%, molto inferiore a quello dei vittoriosi alleati, permettendo così il miracolo tedesco del dopoguerra.

(da Guido Rossi,  "Il Sole 24 Ore" del 28/4/13)

Gli errori dell'ideologia dell'austerity

Federico Rampini racconta come un laureando ha smontato la tesi "scientifica" secondo la quale il debito pubblico superiore al 90% ostacoli la crescita.


Paul Krugman, L'austerity e la dittatura dell'1%

venerdì 26 aprile 2013

Il Giappone secondo Zingales

Il 6 novembre scorso  commentavo l'intervento di Zingales sul Giappone. Ora il noto economista ritorna sull'argomento: Perchè il Giappone  non ci insegna niente.

Quello che si può notare è il cambiamento delle sue profezie: sei mesi fa prevedeva per il Sol Levante la stessa fine della Grecia; oggi si limita a dire che non vi è nulla da imparare dalla politica monetaria della BOJ, soprattutto per l'Italia.

Senonché, la Grecia è il simbolo del fallimento della politica economica europea,  tanto che ha innescato i timori - tutt'altro che superati - di un dissolvimento dell'euro. Mentre il Giappone, nonostante un debito pubblico superiore al 200%,  non deve affrontare alcuna crisi finanziaria o di solvibilità.

La Grecia, la Spagna e l'Italia hanno dovuto subire un'impennata dei tassi di interesse, nonostante abbiano un debito pubblico assai inferiore a quello giapponese.

Aumento che non c'è stato in Giappone, nonostante le profezie di Zingales, per il quale  una monetizzazione del debito avrebbe indotto i mercati a chiedere un aumento dei rendimenti per compensare il rischio di inflazione e svalutazione. Peccato che nel frattempo i tassi decennali siano scesi dallo 0,8 allo 0,6%.

In questa evoluzione  non vi è nulla di arcano: la politica monetaria espansiva riduce i tassi di interesse (è noto a tutti gli studenti di economia del primo anno). Ma i liberisti preferiscono terrorizzare e profetizzare.

Abbandonato lo spauracchio della Grecia, Zingales ora ci dice che stampare moneta non risolverà i problemi del Giappone, quali il clientelismo e l'inefficienza dei servizi, ivi inclusi quelli pubblici. 

Tuttavia,  se il clientelismo che affligge il Giappone (e l'Italia) non si può risolvere con la politica monetaria, non si può risolvere nemmeno con le "riforme" invocate da Zingales, poiché non v'è riforma che possa migliorare la situazione innanzi ad una classe politica screditata e corrotta.

Ma nessuno sano di mente penserebbe di risolvere il clientelismo, la corruzione o l'inefficienza dei servizi pubblici con la politica economica, per la semplice ragione che non è compito  della politica monetaria o di bilancio. L'obiettivo a loro assegnato è di contrastare la recessione,  pur sapendo che gli strumenti a disposizione potrebbero non essere efficaci al 100% e che i risultati potrebbero non realizzarsi nei tempi desiderati. Ma non fare nulla, innanzi ad una recessione che dura da almeno un decennio, sarebbe da folli o da liberisti. Una distinzione che diventa ogni giorno che passa sempre più evanescente.   

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martedì 23 aprile 2013

La flessibilità del mercato del lavoro non crea occupazione

Fonte: Istat, Eurostat

Il seguente grafico, tratto dall'allegato statistico relativo all'audizione del presidente dell'Istat alla commissione parlamentare chiamata ad esaminare il Documento di Economia e Finanza 2013 (DEF), dimostra una volta di più l'inconsistenza delle tesi liberiste secondo le quali una maggiore flessibilità del mercato del lavoro favorisce l'occupazione.

Come si vede, la quota dei giovani assunti con contratti a tempo determinato non solo ha superato il livello dell'Unione Europea, ma tale forma contrattuale è imposta a più di un giovane su due.
Ciò nonostante, la disoccupazione giovanile in Italia rasenta il 37% (circa 14 punti percentuali in più rispetto alla media UE).

Tale situazione non è imputabile neppure  al costo del lavoro, dato che come ho riportato nel post del 10 aprile scorso il costo orario italiano è leggermente inferiore alla media della zona euro.

Il problema è riconducibile evidentemente all'insufficienza della domanda effettiva: nel momento in cui le vendite delle imprese vengono meno, viene meno l'incentivo a produrre e ad investire. E con il calo dell'attività produttiva si riduce la domanda di lavoro, ossia dell'occupazione.


L'unico modo per rilanciare l'occupazione può venire solo da poltiche economiche che consentano di rilanciare la domanda, ivi inclusa quella pubblica, meno condizionata dalle aspettative negative delle imprese.

Una bestemmia per i liberisti. Ma, evidentemente, preferiscono che a bestemmiare siano i disoccupati.

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Fonte: www.lavoce.info

sabato 20 aprile 2013

La vittoria degli irresponsabili

Al Movimento 5 Stelle possono essere imputate diverse critiche e osservazioni: dalla mancanza di trasparenza (mentre la pretendono per gli altri) a quella di essere succubi dei “ragazzini” che smanettano con il computer e i telefonini (ma che non rappresentano la maggioranza degli italiani); dalle carenze culturali a quelle di essere degli illusi, dato che si ritiene che non avrebbero soluzioni realistiche per i problemi del paese. Ed altre potrebbero essere aggiunte, come quella di avere delle modeste capacità dialettiche, almeno ascoltando alcune dichiarazioni degli esponenti del Movimento 5 Stelle.


Ma innanzi allo scempio di questi giorni, in cui il PD aveva la responsabilità di indicare ed eleggere il nuovo presidente della Repubblica ed è invece imploso, perché non solo si è rifiutato ostinatamente di sostenere un candidato di sinistra come Stefano Rodotà, ma non è  stato nemmeno  in grado di garantire l’elezione di Romano Prodi, fondatore del PD,  si deve dire che i veri irresponsabili sono proprio coloro che hanno determinato lo sfaldamento del partito che aveva vinto, sia pur di poco, le ultime elezioni.

Codeste persone sono le stesse che negli ultimi 20 anni, in un modo o nell’altro, hanno governato, da soli o con la destra, questo paese. Un paese stremato per le politiche economiche che sono state realizzate; che non cresce più, se non per il numero dei disoccupati e dei poveri.

Codeste persone, che si autodefiniscono serie e responsabili, hanno dimostrato negli ultimi 20 anni (e negli ultimi due giorni) quanto siano affidabili e capaci.

Per quante pecche possano avere i grillini sono nulla al confronto dell’incapacità e all’irresponsabilità di queste persone che si vogliono considerare serie. Hanno devastato il sistema economico, provocando sofferenze e dolori tra gli imprenditori, i lavoratori, i disoccupati, i giovani e i pensionati ed hanno portato il sistema politico sull’orlo del baratro. Sono queste le persone serie e responsabili?

Aggrapparsi a Napolitano non li salverà. Farà solo esacerbare il risentimento e la distanza tra il sistema politico e il paese. Per la semplice ragione che una parte consistente del paese si sentirà tradita e abbandonata.

Il paese chiedeva un cambiamento radicale, sia a livello politico che nelle politiche fiscali e di bilancio. A due mesi da questa richiesta, il sistema politico ripropone i soliti giochi e le solite logiche.

E’ iniziato il conto alla rovescia per questo paese. Le prospettive rimangono incerte e nebulose. Non sarà chi ha portato il paese allo sfascio che potrà salvarlo.   

giovedì 18 aprile 2013

Fmi: Previsioni Pil 2013




L'Italia, insieme alla Francia, alla Spagna, al Portogallo, l'Olanda e la Grecia saranno i principali paesi europei che subiranno un calo del pil. Al di fuori dell'Europa,  tra i grandi paesi, vi è solo l'Iran. Anche l'Afghanistan, nonostante una guerra in corso, riuscirà a crescere.
Eppure c'è ancora qualcuno che racconta e  crede alle favole, come quella dell'austerità espansiva.


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Krugman, La Bce e la trappola dell'austerità

giovedì 11 aprile 2013

Il fallimento delle politiche di austerità degli ultimi 20 anni

Fonte: Elaborazioni su dati Istat, MEF

Con la pubblicazione nei giorni scorsi del DEF e dei conti pubblici definitivi rilasciati dall’Istat per il 2012, possiamo valutare le politiche economiche e fiscali attuate in Italia negli ultimi 20 anni.

Nel 1991 il debito pubblico italiano era poco più di 750 miliardi di euro, pari al 97,6% del pil. L’anno scorso ha quasi raggiunto i  1.990 miliardi, ovvero il 127% del prodotto interno lordo. Il debito è quindi cresciuto di quasi 1.240 miliardi.

I liberisti assegnano la colpa di questa evoluzione alla spesa pubblica e allo stato sociale, “che non possiamo più permetterci”.

Ovviamente, queste tesi sono adeguatamente miscelate a livello propagandistico con la necessità di porre fine agli sprechi e alle inefficienze della pubblica amministrazione.

Ma mentre si parla della nuora (gli sprechi) perché suocera intenda (il welfare), nessuno si prende la briga di andare a vedere le cause che spiegano l’aumento del debito pubblico.

Dal 1992, i bilanci pubblici hanno sempre registrato un avanzo primario. In altre parole, tutte le uscite al netto degli interessi (ed includendo quindi gli sprechi, le inefficienze, i costi per la corruzione, gli stipendi e i vitalizi alla casta politica, oltre che le normali spese di funzionamento dello Stato) sono state inferiori alle entrate, generando appunto un avanzo (salvo il 2009).

Cumulando questi avanzi primari dal 1992 al 2012, ossia le risorse sottratte al settore privato, poiché è stato restituito in termini di servizi e redditi meno di quanto è stato prelevato mediante imposte e tasse, si ottiene una spoliazione a danno delle famiglie e delle imprese di oltre 650 miliardi di euro.

Vale a dire, se non vi fossero stati gli interessi sul debito pubblico, tutte le manovre finanziarie restrittive messe in atto dal 1992 ad oggi avrebbero potuto ridurre il debito pubblico a 100 miliardi di euro (il 6, 4% del pil).


Affermare che la causa del debito pubblico sia imputabile allo stato sociale o alla spesa pubblica è quindi una clamorosa menzogna.

Cumulando per lo stesso periodo gli interessi pagati sul debito pubblico si giunge alla mastodontica cifra di 1.750 miliardi di euro.
Il che significa che la crescita del debito pubblico è totalmente imputabile agli interessi passivi.


Ciò che non è più sopportabile non è quindi la spesa pubblica per i servizi sociali (che dopo 20 anni di questa cura si fa fatica a riconoscere l’esistenza di un welfare degno di questo nome). Ciò che non è più sopportabile sono gli interessi sul debito, il cui ammontare è determinato da tassi che sono stati demandati dall’ideologia liberista ai mercati finanziari, imponendo il divorzio tra la Banca Centrale e il Tesoro (e sotto l'euro applicato alla BCE).

Così mentre le famiglie e le imprese si vedono sempre più mancare l’ossigeno, il sistema finanziario – libero di impiegare i capitali nelle più azzardate manovre speculative – aggiusta i propri conti fallimentari rifacendosi sui titoli di Stato, ossia con le tasse pagate dai contribuenti, dato che alla fine dell’anno scorso quasi il 90% del debito pubblico era detenuto dal sistema bancario nazionale od estero.

Quello che non possiamo più permetterci non è il welfare. Ma gli interessi su un debito che si autoalimenta grazie a questo folle sistema imposto da assurde ideologie liberiste.


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Federico Rampini, L'Europa del rigore ultima nel "mondo a tre velocità"

mercoledì 10 aprile 2013

Costo orario del lavoro in Europa - 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Valori riferiti ad imprese con più di 10 dipendenti, esclusa l'agricoltura e la pubblica amministrazione.

domenica 7 aprile 2013

Le politiche di austerità del governo Monti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)

La pressione fiscale nel 2012 è salita dal 42,6 al 44% del pil. Assumendo le ipotesi dell’Istat che il 17,5% del prodotto interno lordo sia attribuibile all’economia sommersa e non regolare, la pressione fiscale effettiva sul sistema economico che rispetta le normative tributarie è in realtà del 53,3%.

Se all’economia sommersa, valutata in oltre 274 miliardi di euro, fosse applicata la stessa aliquota media effettiva dell’economia regolare, si avrebbe un introito aggiuntivo di oltre 146 miliardi.

Ferma restando la spesa pubblica complessiva di 792,5 miliardi, avremmo un avanzo pubblico di oltre 100 miliardi.



Abbiamo invece un deficit pubblico di 45,7 miliardi, di cui 84,7 imputabili agli interessi. Al netto di questa voce, abbiamo dunque un avanzo primario di oltre 39 miliardi, pari al 2,5% del pil (1,2 nel 2011).





La spesa pubblica al netto degli interessi è pari a 707,8 miliardi (il 45,2% del pil, +0,2 rispetto all’anno precedente) ed è cresciuta in termini monetari dello 0,7%. Poiché il deflatore del pil è aumentato dell’1,6% le uscite delle amministrazioni pubbliche (AP) sono diminuite in termini reali dello 0,9%.

Tali spese possono essere distinte, ai fini del loro impatto sul sistema economico, nei seguenti aggregati contabili:
-         consumi collettivi =  redditi da lavoro + consumi intermedi (acquisti beni e servizi)
-         investimenti pubblici + consumi intermedi = domanda pubblica
-         prestazioni sociali in denaro + redditi lavoro dipendenti = trasferimenti alle famiglie
-         domanda pubblica + trasferimenti = intervento pubblico (al netto degli interessi)

I consumi collettivi includono gli acquisti effettuati dalle AP e i redditi da lavoro dipendente. Nel complesso sono diminuiti a prezzi correnti del 2,5% e del 2,9% in termini reali. Se escludiamo i redditi da lavoro, i consumi intermedi scendono del 2,7 in termini nominali e del 3,1 in quantità.

Aggiungendo ai consumi intermedi gli investimenti fissi lordi, scesi in termini reali del 7,5% (-28,6% dal 2009), otteniamo la domanda delle AP al mercato, in calo del 3,8%. L’incidenza sul pil passa dal 12,1 all’11,9% (13% nel 2009).



Se deflazioniamo i redditi da lavoro dipendente del settore pubblico (diminuiti in termini nominali del 2,3%) con i prezzi al consumo, abbiamo una contrazione in termini di potere d’acquisto del 4,9% (-4,4 nel 2011 e -9,9 sul 2009).

Le prestazioni sociali in denaro cresciute del 2,4% hanno visto ridursi il loro potere d’acquisto dello 0,4%.

Nel complesso, il potere d’acquisto dei trasferimenti alle famiglie scende del 2%, leggermente meno del calo reale del pil (-2,4), sicché l’incidenza sul prodotto interno lordo passa dal 29,5 al 29,6% (era il 30,7 nel 2009).


L’intervento pubblico mediante la domanda di beni e servizi nonché i trasferimenti di reddito alle famiglie è nel complesso diminuito del 2,5% in termini reali (-2,1 nell’anno precedente e -5,3 sul 2009). La loro incidenza sul pil scende dal 41,6 al 41,5% (43,8 nel 2009).

Ma l’intervento pubblico è stato recessivo non solo sul lato della spesa, ma anche delle entrate. Quelle tributarie sono aumentate in termini assoluti del 2,5% a fronte di un calo del pil nominale dello 0,8%, innalzando come si è detto la pressione fiscale al 44%. Depurate della crescita dei prezzi del pil, le entrate tributarie sono aumentate in termini reali quasi dell’1% (e del 2% dal 2009).


L’effetto totale derivante dalla contrazione della spesa pubblica e dell’aumento delle entrate ha portato ad un impatto negativo sul pil del 2,2%, che sale al 2,5 per effetto delle altre voci che compongono il bilancio pubblico, al netto degli interessi.


Secondo la ripartizione classica delle voci di bilancio, che distingue tra parte corrente e c/capitale,  nel 2012 abbiamo avuto un avanzo corrente primario, ossia il saldo tra entrate e uscite correnti al netto degli interessi, pari al 5,1% del pil (3,5 nel 2011). Tale avanzo è in grado di coprire quasi totalmente gli interessi sul debito pubblico, pari al 5,4%. Il saldo del c/capitale è negativo per il 2,6%.


In una prospettiva di lungo periodo e in un momento di espansione dell’economia è sicuramente positivo che l’avanzo primario riesca a far fronte agli interessi sul debito, lasciando all’indebitamento la sola quota non coperta delle spese in c/capitale. Tuttavia, noi non siamo in una fase di crescita. L’avanzo corrente primario ha quindi un effetto depressivo su un’economia già in difficoltà. Programmarne un ulteriore ampliamento in un momento di recessione non fa altro che deprimere ulteriormente l’economia. Ne è prova che il pil nel 2012 non solo è sceso del 2,4 in termini reali, ma è diminuito anche in termini nominali dello 0,8%. Il rapporto debito /pil non poteva quindi che peggiorare, non solo per la crescita del debito, ma anche per il calo del denominatore (ossia del pil). Il risultato è che il saldo pubblico (inclusivo degli interessi) è si migliorato dal 3,7 al 2,9%, ma il suo impatto sul sistema economico è stato negativo ed ha portato il peso del debito dal 120,8 al 127% del pil.

sabato 6 aprile 2013

Continuano a far girare la balla del 68%

"Il Sole 24 Ore" di oggi pubblica in prima pagina un grafico sulla presunta pressione fiscale sugli utili, secondo il quale in Italia raggiungerebbe la cifra iperbolica del 68%.
La fonte di una simile sciocchezza è niente meno che la Banca Mondiale, la quale commette il grossolano errore di considerare gli oneri sociali pagati ai dipendenti come un'imposta sui profitti, mentre è del tutto evidente che andrebbero considerati come un componente del costo del lavoro.
Correggendo la bestialità della World Bank, la pressione fiscale media sugli utili per l'Italia scende al 25,1%, in linea con quella tedesca al 24,9%.

Un livello molto simile a quello riportato dal CBO, l'organismo del Congresso americano che si occupa  delle politiche fiscali e di bilancio: in uno studio del gennaio scorso viene pubblicato un grafico secondo il quale la pressione fiscale sui redditi delle società, includendo le imposte locali,  è sicuramente inferiore al 30%, ed è comunque inferiore, oltre che agli Usa, a quella della Francia, della Germania e della Spagna.



Del resto anche Eurostat, un anno fa, aveva pubblicato una statistica dalla quale risultava che il top dell'aliquota sui redditi di impresa era del 31,4%, contro il 29,8 della Germania e il 36,1 della Francia (Spagna e Grecia sono al 30%).
Si dirà che un conto è l'aliquota massima, un conto è l'aliquota effettiva, se si tiene conto dell'Irap e degli altri balzelli che gravitano sulle attività economiche.
Ebbene, la quota delle imposte sugli utili calcolata sui bilanci delle 2000 principali imprese che operano in Italia, secondo le elaborazioni di Mediobanca R&S, è stata in media per il periodo 2009-2011 del 37,7%.

Che la pressione fiscale italiana sia alta non vi è ombra di dubbio. Che per le imprese sia al 68% è semplicemente una balla, che offende coloro che si vedono trattenere non solo quasi il 50% dello stipendio tra irpef e contributi, ma che sono ulteriormente depredatati dall'iva ogni volta che fanno la spesa o pagano le bollette  e sono costretti a subire il salasso fiscale, tra bolli e accise, ogni volta che usano l'auto.