venerdì 29 marzo 2013

La spesa pubblica in Europa (1999-2012)

Dal blog di Alberto Bagnai riprendo i seguenti grafici dedicati alla spesa pubblica in rapporto al pil.



Quello seguente fa riferimento alla spesa corrente al netto degli interessi.

lunedì 25 marzo 2013

Ce lo chiede l'Europa.

Secondo il presidente dell'eurogruppo, l'olandese Jeroen Dijsselbloem, il salvataggio di Cipro, con la partecipazione degli investitori e titolari di depositi nella ristrutturazione delle banche, rappresenta un nuovo modello su come gestire i problemi del sistema bancario in Europa.

Vale a dire che i buchi delle banche saranno coperti dagli stessi clienti e dal settore pubblico (i quali sono peraltro rigorosamente esclusi dagli utili generati dal sistema finanziario, sia prima che dopo la risoluzione della crisi).

domenica 24 marzo 2013

Irpef e distribuzione del reddito 2011

Fonte: Elaborazioni su dati MEF

Il reddito medio dichiarato è di 19.655 euro (15.723 quello mediano).


Non tutti i proventi devono essere riportati sui modelli della dichiarazione dei redditi. Ad esempio, gli interessi sui titoli obbligazionari o il capital gain sono soggetti a ritenute del 12,5 o del 20%. Tuttavia l'economia sommersa, secondo l'ultima stima Istat, può arrivare al 17,5%. 



Secondo le rilevazioni Istat, i dipendenti erano il 33,3% della popolazione con più di 15 anni; gli autonomi l'11,7% e le persone con più di 64 anni il 22,7%.

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Guglielmo Forges Davanzati, Le tasse, la recessione e la diseguaglianza

sabato 23 marzo 2013

Il difficile futuro di Cipro


Lunedì scade l’ultimatum della BCE al governo cipriota per l’approvazione di un piano che comporti un esborso  di 5,8 miliardi (che “casualmente” coincide con l’esposizione delle banche tedesche) per ottenere 10 miliardi di euro.

Dopo il rifiuto del parlamento di Nicosia al piano scritto dalla troika di una tassazione dei depositi, il governo cipriota si era rivolto a Mosca per ottenere un aiuto. Ma anche quella strada si è rivelata improponibile, almeno per ora. Secondo “Il Sole 24 Ore” la Russia aspetterebbe il fallimento di Cipro e l’abbandono dell’eurozona  per imporre le proprie condizioni (basi militari e diritti esclusivi sul gas), quando i ciprioti non potrebbero più opporre alcuna resistenza.

Il parlamento cipriota è stato così chiamato ieri sera a votare un nuovo piano di salvataggio che prevederebbe la tassazione dei depositi sopra i 100 mila euro, con l’aggiunta di  un mandato al governo per predisporre i provvedimenti necessari per bloccare i trasferimenti dei capitali (elettronici o con assegni)  in occasione della prevista apertura, martedì 26 marzo (dopo sette giorni di chiusura forzata),  degli sportelli bancari.

Intanto la terza banca greca, la Piraeus Bank, acquisirà le filiali greche delle due maggiori banche cipriote attraverso il Fondo ellenico di stabilità finanziaria, ossia lo stesso che ha ricevuto i prestiti europei e del Fmi. 
Contemporaneamente si  sta mettendo a punto un piano di "salvataggio" (sarebbe meglio dire di smembramento)   della seconda banca dell’isola, la Laiki Bank. I depositi sotto i 100 mila euro, quelli che dovrebbero essere salvati dal nuovo progetto di tassazione, saranno fatti confluire alla prima banca cipriota, la Bank of Cyprus, anch’essa in cattive acque. Quelli sopra i 100 mila, intestati in prevalenza (si dice) ai russi, finiranno invece in una Bad Bank. Al momento della sua liquidazione la perdita per questi correntisti si aggirerà tra il 40 e il 60%.

Sulle cause macro della crisi bancaria sono intervenuto con un post del 19 marzo scorso. Ora riporto (facendo riferimento a “Il Sole 24 Ore” di oggi) la storia della seconda banca cipriota, la Laiki Bank, perché è emblematica di come sia sorta la crisi e di come siano stati  scaricati sul debito pubblico i costi dei salvataggi.

Nel 2007, poco prima che Cipro entrasse a tutti gli effetti nell’euro, si conclude la fusione tra la Laiki e il gruppo finanziario greco Marfin. In seguito a questa operazione e all’ingresso nell’euro nel 2008, la Laiki Bank si impegna massicciamente in Grecia, destinandovi il 40% degli impieghi bancari (prestiti al settore privato, famiglie e imprese).  Con lo scoppio della crisi, le sofferenze sui crediti aumentano. 
La Laiki aveva inoltre investito nei titoli pubblici greci e quando l’EBA, l’autorità bancaria europea, li svaluta del 75% dopo il fallimento della penisola ellenica e chiede di reintegrare il capitale di 2 miliardi (e di 1,5 alla Bank of Cyprus) la crisi è conclamata. 
La prima banca del paese riesce a raccogliere i 2/3 dei capitali richiesti. La seconda, solo 200 milioni. Inevitabile a quel punto la richiesta di aiuto allo stato: 500 milioni per la Bank of Cyprus e 1,8 miliardi per la Laiki. 
In totale lo stato finanzia 2,3 miliardi di euro, vale a dire oltre il 13% del pil cipriota. E il debito pubblico tra il 2011 e il 2012 balza dal 71 all’86,5%.

Ecco come i debiti privati diventano pubblici. Ma ora la crisi è ben più grave. Certo, la troika potrebbe approvare il nuovo piano del parlamento (che prevede una tassazione del 20% dei depositi sopra i 100 mila euro detenuti presso la Bank of Cyprus e almeno del 4% per le altre banche) e concedere i 10 miliardi di euro per sostenere il sistema bancario.  Ma, prima o poi, sia pur cautamente, non si potrà impedire ai depositanti stranieri di ritornare in possesso delle loro disponibilità finanziarie. Se anche fossero ritirati il 50% delle passività bancarie (che non sono  in mano solo ai russi, ma anche ad operatori della zona euro) si avrebbe un deflusso superiore a 55 miliardi di euro, oltre 3 volte il pil dell’isola.

I prossimi anni saranno molto duri, se Cipro deciderà di subire il ricatto della BCE. 

Aggiornamento del 30/3/13
I depositi con più di 100 mila euro presso la Bank of Cyprus subiranno un prelievo del 37,5%, che sarà convertito in azioni della banca. Un altro 22,5% non maturerà più interessi e potrebbe diventare indisponibile. Il restante 40%, pur maturando interessi, non sarà disponibile fino a quando la banca non avrà risultati positivi.
La seconda banca del paese, la Laiki Bank verrà chiusa, come previsto.
Le banche hanno riaperto dopo 12 giorni di chiusura forzata, ma sarà consentito di prelevare fino a 300 euro al giorno.

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Emiliano Brancaccio, La crisi di Cipro e la svolta "darwiniana" della BCE

venerdì 22 marzo 2013

Più è elevata la disuguaglianza dei redditi, più i poveri subiscono la crisi

Fonte: Eurostat

Nel 2010 il reddito mediano individuale non solo è diminuito, ma il calo è stato più forte ove la disuguaglianza tra i redditi più elevati (top 20%) e quelli inferiori (low 20%) era maggiore.
In Spagna, ove i redditi mediani più elevati sono 5,2 volte quelli più bassi, sono scesi del 4,5% in termini reali per il top 20%, ma del 7,7% tra i più poveri.
In Grecia (rapporto top/low a 4,6 volte), i poveri hanno subito un crollo del reddito reale del 17,3% contro l'11% accusato dal top.



In Italia, con un reddito mediano del top pari a 4,2 volte quello del 20% più basso, i primi hanno subito un calo del reddito reale del 3%, ma è sceso più del doppio per i poveri (-6,3%).
In Germania, il reddito mediano dei due gruppi è sceso quasi nella stessa misura (-1,1 il top e -1,6 il low). 
Solo in Austria, con un rapporto top/low di 3,1 volte, i redditi reali dei più ricchi sono scesi dell'1,4%, mentre sono aumentati dell'1,7 per i più poveri.
Infine, l'Olanda è il paese in cui il reddito mediano dei più ricchi è poco meno di 3 volte quello dei più poveri.

martedì 19 marzo 2013

La crisi bancaria cipriota

Fonte: Elaborazioni su dati BCE e Ameco

Nel 2012, gli 860 mila ciprioti hanno visto scendere il pil del 2,6% in termini reali. Il pil procapite è di circa 20.800 euro (25.700 in Italia). Il pil ai prezzi correnti corrisponde a 17,9 miliardi di euro.

E’ bene chiarire subito ai liberisti monomaniaci che la crisi cipriota non ha nulla a che vedere con il debito pubblico, dato che fino al 2011 è stato inferiore a quello della Germania e nel 2012 era dell’86,5% (81,6 quello tedesco). Il problema sorge dopo l’ingresso dell’isola nell’euro, con l'afflusso dei capitali bancari.

Se si pone a raffronto la struttura delle passività bancarie cipriote con quelle di alti paesi della zona euro, emergono due anomalie: la forte rilevanza dell’indebitamento verso paesi non euro (solitamente viene indicata la Russia) e una crescita delle passività rispetto al pil.




I depositi delle banche cipriote sembrano in linea con quelli dei paesi come la Germania e l’Italia.  In realtà rappresentano il 272% del pil contro il 120% della Germania e il 96,5% dell’Italia.



Non vi sono quindi solo i patrimoni degli oligarchi russi, ma anche dei cittadini della zona euro, in quanto l’assurda costruzione europea permette che vi sia al proprio interno più di un paese (Irlanda, Lussemburgo e Cipro, solo per fare qualche nome) che di fatto si comporta come un paradiso fiscale, favorendo il drenaggio di capitali a danno di altri paesi membri.

Vi sono poi i depositi interbancari. Ancora una volta quelli ciprioti sembrano in linea con quelli italiani (19,5 contro il 18,6% delle passività bancarie) e sono addirittura inferiori alla quota francese (24,7%).  Ma se si guarda il peso rispetto al pil cipriota si arriva al 140% (era il 55% nel 2005), contro il 50 dell’Italia e il 100% francese ed è allineato a quello irlandese (158%).


Le passività verso i paesi non euro sono assai rilevanti ed è un’altra analogia con le banche irlandesi (che accolgono i capitali inglesi). Sono indubbiamente rilevanti, ma non sono stati gli oligarchi russi a provocare la crisi. Anzi, hanno continuato a far affluire i capitali al sistema bancario cipriota fino a sfiorare il 200% del pil dell’isola.




La crisi nasce a causa dei deflussi interbancari europei: tra il 2009 e il 2012, il sistema finanziario cipriota deve restituire il 50% della raccolta bancaria derivante dalla zona euro  (da 50,5 a 24,9 miliardi), mentre i ricchi privati (eurocomunitari o meno) sono i destinatari  dell’imposta sui depositi che si intende introdurre per salvare il sistema bancario nazionale (quello europeo ha già provveduto a portare la liquidità a casa).





Pur non piangendo per coloro che hanno portato i capitali a Cipro, resta il fatto che ancora una volta il sistema finanziario europeo non pagherà un euro per la crisi che ha provocato. Una prova in più che l’euro è il sistema ideale per le banche, ma  non ha nulla a che vedere con l'Europa dei popoli.

domenica 17 marzo 2013

Per favore non toccate le vecchiette

Per favore non toccate le vecchiette (The Producers) è un film che racconta la storia di due produttori teatrali che imbastiscono uno spettacolo confidando nel suo fallimento, perché nel frattempo i fondi che hanno raccolto sono assai di più del 100% dei costi connessi all'allestimento teatrale. Lo spettacolo prescelto "Primavera per Hitler", che avrebbe dovuto scioccare e indignare il pubblico, decretando la chiusura immediata della rappresentazione, ha invece un clamoroso successo, perché viene visto come una parodia e uno sberleffo al dittatore. E per loro diventa impossibile ripagare gli investitori.


"Il Sole 24 Ore" di ieri riferisce una notizia che era già nota da tempo: i derivati emessi sono nove volte il pil mondiale. Di per sé è già sconvolgente. Ma è ancor più incredibile quanto viene riferito nell'articolo di Morya Longo:
Ormai da anni esistono su molte aziende più credit default swap (assicurazioni contro l'insolvenza dei debiti) che debiti stessi. Il gruppo Alcoa, per fare un solo esempio, ha debiti lordi per 8,8 miliardi di dollari (secondo il bilancio 2012) ma ha credit default swap per 26 miliardi di dollari (dati Dtcc): le assicurazioni sul debito in mano agli investitori, insomma, sono quasi tre volte maggiori del debito stesso.
E' evidente che la mancanza di qualsiasi regolamentazione permette al sistema finanziario di emettere strumenti che, nella migliore delle ipotesi, sono delle vere e proprie truffe verso gli investitori e qualora si dovesse verificare il caso peggiore, rappresentano un devastante rischio sistemico.

Sono delle truffe perché anche nel caso vi siano diversi operatori che intervengono per "assicurare" il debito della stessa società, gli investitori si ritrovano in mano dei pezzi di carta che hanno il solo fine di essere scambiati, confidando in guadagni finanziari completamente slegati da qualsiasi valore patrimoniale di riferimento; tanto più che in questi "mercati" (?) i prezzi sono determinati dagli stessi emittenti in qualità di market maker, ovvero sono le stesse banche che emettono i CDS a stabilire i prezzi a cui possono essere acquistati e a quali prezzi sono disposte a riacquistarli.

Questo non è un mercato. E si vi è qualche liberista che pensa che non occorra alcuna regolamentazione e che bisogna affidarsi fideisticamente alle capacità del mercato di autoregolarsi, sta dicendo che bisogna lasciare alla parte più forte e a quella più informata la possibilità di porsi dei limiti nel depredare gli investitori. 

E perché mai il sistema finanziario dovrebbe porsi dei limiti, se da tale attività ottiene le sue maggiori fonti di guadagno? 
Il limite non potrebbe allora venire dalla domanda di questi strumenti? 
Certo: il limite arriverà, come quando nel gioco delle sedie musicali qualcuno si troverà senza sedia quando la musica finisce. 

E tutto questo sarebbe lecito e consentito solo per fregare l'ultimo arrivato? E' questa sarebbe la concezione liberista del mercato? E' questo il liberismo?

Ma quando qualcuno si troverà con il cerino acceso e si brucerà le dita, potrebbe succedere che sia un'importante istituzione finanziaria (un nome a caso: Lehman Brothers?), attraverso la quale passano direttamente o indirettamente i risparmi delle famiglie. Il fallimento di un simile soggetto innesca inevitabilmente una reazione a catena che, se non bloccata in tempo, può portare al crollo del sistema economico. E non sto esagerando:
Esistono banche che hanno in bilancio così tanti derivati da superare, da sole, il Pil del mondo. JP Morgan (...) ha in pancia derivati per 70 mila miliardi di dollari. Bank of America per 65 mila miliardi. Citigroup per 51 mila.
E il pil mondiale nel 2011 era meno di 70 mila miliardi di dollari. E come può una banca, se dovesse verificarsi l'evento per cui ha emesso i CDS, far fronte ad impegni paragonabili a quanto viene prodotto in un anno in tutto il mondo?
Dite che è improbabile? Che non capiterà mai? 

Se è così, non vi sembra una truffa? Assicurare eventi che non si realizzeranno, ma che se mai si dovessero realizzare sanno già che gli allocchi investitori non verranno pagati, perché è impossibile rispettare le obbligazioni contrattuali sottoscritte?
Non vi ricorda qualcosa? 
Il fantasy è diventato realtà.

sabato 16 marzo 2013

Le mezze verità di Mario Draghi

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

Mario Draghi, presidente della BCE, ieri ha illustrato i gravi problemi di produttività che affliggono i paesi periferici della zona euro, insieme ad una crescita del costo del lavoro nettamente superiore a quella dei paesi nordici.

Riprendo l’argomento centrandolo sul settore manifatturiero e sul confronto tra Italia e Germania.
Non vi è ombra di dubbio il costo del lavoro per dipendente sia cresciuto più in Italia che in Germania:  tra il 1999 e il 2011, l’aumento è stato del 33,5% contro il 26,4. Ma non vi è nemmeno ombra di dubbio che il costo del lavoro per dipendente tedesco sia quasi del 30% superiore a quello italiano in termini assoluti.



Quanto alla produttività, ancora una volta,  non vi è dubbio che in Italia vi sia la crescita più bassa a livello europeo e che tra il 1999 e il 2011 sia cresciuta poco più del 4% contro il 38,4 delle imprese tedesche.
Ma ancora una volta, questa è una mezza verità. La verità nascosta è che non vi può essere un aumento della produttività se non vi è un aumento assoluto della produzione, la quale può crescere solo se aumenta la domanda (ossia le vendite delle aziende). Così, se alla produttività per occupato si affianca l’andamento della produzione, si scopre che il problema non è la produttività, ma la crescita della domanda. Infatti, nel periodo considerato, il livello produttivo del settore manifatturiero (rappresentato dal valore aggiunto a prezzi costanti), mentre aumenta per oltre il 29% in Germania, in Italia scende quasi del 5%. Ed innanzi ad una riduzione del livello assoluto della produzione, non vi può essere crescita della produttività, salvo che l’occupazione scenda ancor di più. E in effetti i dipendenti nel settore manifatturiero italiano sono diminuiti più del calo produttivo, quasi del 6% (del 6,5 in Germania).


E’ pertanto evidente che in Italia non vi è un problema di costo del lavoro, essendo ampiamente inferiore a quello tedesco, né un problema di produttività, se con tale espressione si intende una maggiore efficienza dei lavoratori.

L’unico problema che ha l’Italia è il calo della domanda. E poiché in Italia l’export conta per meno del 30% del pil (oltre il 50% in Germania), il calo della domanda dipende in misura determinante da quella interna. E quando i redditi reali delle famiglie nel periodo considerato crescono solamente del 2,3%, difficilmente vi può essere una crescita della domanda che sostiene le vendite delle imprese.  Se poi alla debolezza dei consumi fa seguito un calo degli investimenti del 12% circa, non solo si riduce ulteriormente il livello dell’attività produttiva, ma si innesca un problema di adeguamento e ammodernamento tecnologico delle nostre imprese, che non le aiuta certo a rimanere competitive né sul mercato interno, né su quelli esteri.

PIL, i 15 big

mercoledì 13 marzo 2013

Lezione di giornalismo economico

Martin Wolf,
L'austerità britannica è indifendibile
Prima ancora che una lezione di economia, una lezione di giornalismo.



Dal blog di Paul Krugman riprendo invece questo grafico:



E' sufficientemente chiaro? Più sono pesanti le misure di austerità in rapporto al pil, più il pil diminuisce.

Corollario: più il pil diminuisce, più il rapporto debito/pil aumenta. Così le misure di austerità prese per tener sotto controllo i conti pubblici finiscono per aggravarli. ... E via con un'altra serie di manvore fiscali che aggrava ulteriormente la situazione economica ed esaspera il disagio sociale.

lunedì 11 marzo 2013

La ricchezza netta della famiglie americane cresce del 9%

Fonte: Elaborazioni su dati FED

A fine 2012, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 79.500 miliardi di dollari, in crescita rispetto alla fine del 2011 di 5.500 miliardi (+7,4%).  Gli strumenti finanziari vi hanno contribuito per 3.800 miliardi e per 1.700 le attività non finanziarie.

Nel 2012, il reddito delle famiglie al netto delle imposte personali è stato di oltre 11.930 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 11.120 miliardi. Ne consegue che il risparmio (il 6,8% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere le disponibilità delle famiglie per  più di 800 miliardi. Al netto del  risparmio generato dalle famiglie, la ricchezza è aumentata di 4.685 miliardi (+6,3%).

Tra le attività reali, che contano il 31,6% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni registra un aumento in termini nominali di oltre 1.540 miliardi  di dollari (+8,4%). Detto incremento è riconducibile in buona parte alla crescita dei prezzi pari, in base all’indice  S&P Case-Shiller, al 6,8%. Se ne deduce che le famiglie, per il terzo anno consecutivo, abbiano investito sulle proprietà immobiliari (oltre 280 miliardi). Tali scelte sono agevolate dall'andamento dei prezzi, ancora del 30% inferiori ai massimi del luglio 2006.


Nonostante gli acquisti di nuove abitazioni, i mutui sono stati ridotti per più di 230 miliardi, tanto che l’incidenza media sul valore immobiliare scende dal 52,6 del 2011 al 47,4% (54,8 nel 2009).

Tale evoluzione è connessa al livello medio-alto degli acquirenti. Le case di nuova costruzione vendute nel corso del 2012 sono infatti aumentate di oltre il 20%. Ma le abitazioni di valore inferiore a 150 mila dollari sono diminuite del 7,8%, mentre le vendite superiori ai 500 mila dollari sono aumentate del 21,7%. Quelle di valore intermedio sono aumentate del 26,8%.


Il buon andamento delle attività finanziarie, collocate per quasi il 41% a gestori o società professionali, è da imputarsi al comparto azionario. Nel 2012, l’indice S&P500 è aumentato del 13,4%, consentendo una rivalutazione delle azioni in portafoglio di oltre 1.185 miliardi. Tale opportunità è stata utilizzata dalle famiglie per alleggerire la propria esposizione per più di 265 miliardi di dollari. Ciò nonostante la quota azionaria sul totale delle attività finanziarie cresce di mezzo punto percentuale, al 18%.


Dell’andamento dei mercati si giovano, oltre che il risparmio gestito (+9,4%), anche le stime relative alle partecipazioni in società e imprese non quotate (+5,6%), per quanto il loro peso sul totale delle attività finanziarie venga limato di due decimi di punto, al 14,9%.

Insieme alle azioni, sono stati venduti anche i titoli obbligazionari diversi dai titoli pubblici, per  quasi 350 miliardi.  I titoli del Tesoro americano, nonostante i rendimenti inferiori all’inflazione, sono cresciuti di  388 miliardi (+60%). Tuttavia, la quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie rimane confinata sotto il 2%.

I depositi sono aumentati per poco meno di 485 miliardi, con una crescita del +5,7% rispetto al 2011.


Quanto alle passività delle famiglie, se i mutui sono stati ridotti, è cresciuto l’indebitamento legato ai consumi (+7%). Nel complesso l'indebitamento aumenta dello 0,2% e rappresenta meno del 17% della ricchezza complessiva delle famiglie (18,1 a fine 2011).


La ricchezza netta, pari a più di 66.000 miliardi di dollari, aumenta del 9% innanzi ad una crescita media dei prezzi del 2,1%.

Mediamente, i 315 milioni di americani possono contare su 210 mila dollari a testa (quasi 160 mila euro). 

giovedì 7 marzo 2013

Alberto Bagnai,
Grillo e l’eurocrisi: torniamo all’austerità di Monti?

Difetti di Famiglia

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia e WGC


Mario Deaglio in un articolo su “La Stampa” di ieri ha scritto:

Nell’attuale emergenza economica non si può, inoltre, non rimettere sul tappeto il problema delle riserve auree italiane, molto ingenti e contabilmente valutate a circa 40 dollari l’oncia contro un prezzo di mercato di oltre 1500 dollari. La mera rivalutazione contabile (per un valore di circa 150 miliardi di euro) probabilmente indurrebbe i mercati finanziari a giudizi meno severi sull’Italia e a una riduzione dello spread.

Tale presunta necessità di rivalutare l’oro risponde all'auspicio di Deaglio di impiegarlo in qualche modo. Il 9 agosto scorso, l'oro doveva essere utilizzato per ridurre il debito. Oggi dovrebbe

essere dato in garanzia a un ente internazionale - il miglior candidato è il Fondo Monetario - per ottenere non un nuovo prestito, di cui non c’è bisogno, bensì una linea di credito per fronteggiare attacchi speculativi: una sorta di Fondo Salva Italia, senza passare necessariamente per l’europeo Fondo Salva Stati. 

Ora, a parte l’evoluzione delle proposte di Deaglio su come impiegare l’oro (se l’avessimo venduto per ripagare il debito, ora non l’avremmo più per darlo in garanzia e se oggi lo diamo in garanzia magari tra sei mesi non potremmo più venderlo in occasione di un nuovo ripensamento di Deaglio), ora – a parte tutto questo -  mi ha sorpreso l’affermazione che le riserve auree siano valutate a 40 $/oz.

martedì 5 marzo 2013

Per i giovani, povertà e incertezza

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia


Secondo uno studio appena pubblicato dalla Banca d’Italia, tra il 1991 e il 2010 le famiglie che sono state costrette a ricorrere ai risparmi accumulati sono passate dal 7,7 al 21,9%.
Il fenomeno riguarda tutte le aree geografiche del paese, l’età e le condizioni professionali, sia pur con diverse intensità.
Ma è notevole l’incremento di chi vive in affitto, rispetto a chi ha la casa di proprietà: quasi una famiglia su due ha dovuto utilizzare i propri risparmi (era poco più di una su dieci nel 1991). Nel  caso avesse avuto l’abitazione in proprietà, il risparmio negativo avrebbe coinvolto meno del 14% delle famiglie rispetto al 6% iniziale.
Stiglitz: Euro, o cambia oppure è meglio lasciarlo morire

sabato 2 marzo 2013

Pil 2012: -2,4%

Consumi -4,3%   e  Investimenti -8%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2012, l’occupazione è scesa dell’1,1% espressa come numero di posizioni lavorative equivalenti al tempo pieno e al netto della cassa integrazione. Tra i dipendenti il calo è stato dell’1,2%, con flessioni particolarmente forti nelle costruzioni (-6,5%) e nell’industria manifatturiera (-2,1%, ma nelle grandi imprese industriali il calo ha raggiunto il 2,8%). Flessioni del 2% si sono registrate in agricoltura, mentre le amministrazioni pubbliche hanno ridotto le posizioni lavorative dell’1,5% (negli ultimi cinque anni, i dipendenti pubblici sono diminuiti del 4,1). Riduzione di personale anche nel settore finanziario (-1%), ad eccezione del comparto immobiliare che ha ampliato i collaboratori del 2,2%, sebbene  ciò non compensi la cessazione dell’attività del 7,7% dei professionisti che operano in questo comparto.

Tra gli autonomi, scesi dello 0,9%, gli imprenditori agricoli sono diminuiti del 4,4%, quelli attivi nel settore edile del 3,5 e dell’1,5 nell’industria manifatturiera. Sono invece cresciuti dell’8% i professionisti nel settore finanziario e del 3,5 quelli che operano in settori attigui alla pubblica amministrazione (istruzione e sanità).

Le retribuzioni lorde per dipendente sono mediamente aumentate dell’1%, innanzi ad una crescita dei prezzi al consumo del 2,8%. Ne consegue che il potere d’acquisto dei dipendenti sia diminuito dell’1,8%, mentre nel complesso le disponibilità economiche delle famiglie si riducono in termini reali del 3%.

I consumi sono stati tagliati del 4,3%.  Ne hanno risentito il vestiario e le calzature (crollati del 10,2% in termini reali), il comparto dei trasporti (-8,5), l’arredamento, gli elettrodomestici e le manutenzioni per la casa (-5,8). Pesanti anche i tagli alle spese per la comunicazione (-4,8), ai divertimenti e alla cultura (-4,7). Le spese per l’alimentazione sono state ridotte del 3% (e non certo per motivi salutistici). Quelle per l’istruzione dei figli sono diminuite del 2,8%.

La domanda del settore pubblico è scesa del 2,9% in termini reali, dopo essere stata ridotta dell’1,2 nel 2011. Ne hanno subito le conseguenze, oltre che i dipendenti pubblici, i servizi e le prestazioni sociali alle famiglie, tagliati del 3,2% ai valori correnti (che fa seguito al -2 del 2011),  nonché gli acquisti presso le imprese del 2,4% (sempre ai prezzi correnti).

Nel complesso, tra calo dei consumi delle famiglie e tagli alla domanda pubblica, il mercato si è contratto del 3,9% in termini reali.

Una boccata di ossigeno è giunta dalle esportazioni (+2,3%) soprattutto per merito dei servizi, dato che le vendite all’estero dei nostri prodotti sono diminuite dello 0,5%. Il calo della domanda complessiva viene pertanto mitigato al 2,2%. Che non è comunque incentivante per gli investimenti, che crollano dell’8%, con punte del 12,2 tra i mezzi di trasporto e del 10,6 tra i macchinari e le attrezzature. Pesanti anche gli investimenti strutturali, che scendono del 6,2%. Gli investimenti pubblici arretrano del 7,5% in termini reali.

Innanzi a queste evoluzioni, la domanda aggregata si contrae del 3,1%. Ne fanno le spese le importazioni, che crollano del 7,7%, ivi incluse quelle energetiche che si contraggono in volume del 4,3. Ma il calo maggiore è concentrato tra i prodotti non energetici, che subiscono un taglio superiore al 10%.

Il crollo delle importazioni consente di contenere la discesa della domanda effettiva all’1,8%. Il valore aggiunto, ossia l’attività economica e produttiva generata del sistema economico, diminuisce invece del 2%, favorendo lo smaltimento delle scorte.
I settori economici che ne hanno risentito di più sono quello delle costruzioni (-6,3%) e dell’industria manifatturiera (-3,9). Male anche il settore agricolo (-4,4), mentre i servizi contengono il calo all’1,2%.

La contrazione degli scambi interni e delle importazioni riducono l’apporto dell’Iva e delle altre imposte indirette alla formazione del pil, che si contrae del 2,4%.

Un altro colpo dei soliti idioti.

Voci della Germania riferisce che comincia a farsi strada l'idea di permettere ai paesi che non riescono a rispettare i vincoli imposti dalle politiche economiche di austerità di uscire dall'euro.

"I membri che economicamente non riescono oppure non vogliono restarci, devono poter uscire dal club valutario", ha dichiarato l'esperto di Finanza del gruppo FDP al Bundestag, Frank Schäffler. 

E non è il solo ad esprimersi in tal senso, confermando quanto sostiene Emiliano Brancaccio, secondo cui i tedeschi hanno già messo in conto una possibile uscita dall'Italia e che ciò che temono di più non è il ritorno alla lira, ma la possibile messa in discussione del libero scambio delle merci e dei capitali, ovvero l'uscita dalla Unione Europea.
Nelle dichiarazioni degli esponenti tedeschi si intravedono già le motivazioni che saranno impiegate ad uso interno per giustificare un simile sbocco: "Come Ultima Ratio dovrà essere anche possibile escludere chi infrange le regole e continua ad abusare della solidarietà degli altri". 

Deve tuttavia essere chiara una cosa: quest'anno, secondo la Commissione UE, l'Italia avrà un avanzo primario del 3,2%, un punto in più di quanto otterrà la Germania. La differenza è che gli interessi sul debito pubblico pesano 5,3 punti percentuali di pil contro i 2,4 della Germania. E poiché il debito pubblico tedesco è più grande di quello italiano, il maggior carico per l'Italia deriva dall'assurda impostazione ideologica che impedisce alla BCE di essere una vera banca centrale. Infatti, se anziché dare 1.000 miliardi alle banche all'1% per acquistare i titoli di Stato, avesse dato 300 miliardi alla Grecia alle stesse condizioni riservate alle banche, la BCE avrebbe estinto fin dall'inizio l'incendio, non ci sarebbe stato alcun contagio e tutti avrebbero continuato a ignorare l'esistenza degli spread. 
Il guaio è che avrebbe violato i sacri principi dell'ortodossia neoliberista. Per i rispettare i quali siamo giunti al punto che i più strenui difensori del rigore sono costretti a prevedere che l'euro si possa dissolvere. 
Un altro colpo dei soliti ... idioti. 


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Paul Krugman, Il rigore sta uccidendo l'Europa