martedì 26 febbraio 2013

Le proposte di Emiliano Brancaccio, dopo il voto.

L'interclassismo del M5S.

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Ministero dell'Interno


Le elezioni del 24 e 25 febbraio restituiscono un paese che, grazie anche ad una legge elettorale definita una porcata dallo stesso ideatore, appare sostanzialmente ingovernabile. Per una visione cartografica dei risultati si possono consultare la pagine pubblicate da Google.

Il voto  sarà analizzato rispetto al reddito procapite, così come recentemente pubblicato dall’Istat per le realtà regionali. In altri termini, andremo a vedere se vi è una qualche relazione tra la capacità di reddito e il consenso conseguito dalle forze politiche.
A tal fine, occorre precisare che non sono rientrate nell’analisi le regioni della Valle d’Aosta e la provincia di Bolzano, dato che in quelle circoscrizioni alcune liste non si sono presentate o quand’anche si sono presentate il voto è fortemente “influenzato” da realtà locali che ne alterano il corretto utilizzo ai nostri fini.
La seconda avvertenza è che il reddito medio procapite regionale non è propriamente “adeguato” a rappresentare il reddito degli elettori. Tuttavia, non vi è ombra di dubbio che ove il reddito è maggiore, maggiore è la probabilità che in quella regione risiedano ceti benestanti e viceversa.
D’altra parte, come i sondaggi e gli istant poll hanno ampiamente dimostrato, anche le indagini sugli elettori potrebbero restituire risultati poco affidabili, se condotti con il metodo delle interviste dirette, sia in merito al reddito che al voto espresso. Tanto vale quindi affidarsi ai dati oggettivi. Tanto più che non è un mistero che le popolazioni più ricche siano concentrate nel nord del paese.

Di seguito, riporto la tabella dei redditi procapite regionali e i voti conseguiti dalle quattro forze politiche.


Possiamo ora vedere se c’è una qualche relazione tra il reddito procapite e il consenso intercettato dai quattro partiti.

Partiamo dalla forza politica che si è rivelata la più consistente a livello nazionale: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
Come si può notare, le percentuali del M5S restano piuttosto uniformi, indipendentemente dal livello del reddito procapite.
L’indicatore R2 misura il grado di correlazione tra due variabili e varia da zero ad uno. Nel primo caso, o quanto più si avvicina a zero, non si ha alcuna dipendenza della variabile che si vuole spiegare con la variabile che ne dovrebbe determinare l’andamento. Assume valore uno quando l'andamento di una variabile è spiegata perfettamente dall'andamento dell'altra.
Nel nostro caso, un R2 di 0,016 conferma che il M5S ha raccolto i voti più o meno in egual misura sia tra i ceti poveri, che tra il ceto medio e i benestanti.  Infatti, essendo prossimo allo zero, abbiamo la conferma statistica che non è il livello del reddito che può spiegare le preferenze conseguite dal M5S.


Vediamo ora il PD.


In questo caso, l’R2 ci dice che il reddito procapite non è in grado di spiegare il consenso riscosso dal PD per più del 31%. Non ha quindi una grande rilevanza statistica. Ma è comunque significativo notare che il consenso maggiore avviene tra i ceti più benestanti. Certo si potrebbe dire che l’Emilia Romagna, ad esempio, influenza pesantemente la tendenza, essendo notoriamente una regione “rossa”. Sicché il reddito elevato potrebbe falsare la correlazione, dato che potrebbe apparire improbabile che i “veri” benestanti possano votare per una formazione di centro-sinistra. Tuttavia, si tenga presente che percentuali elevate (sopra il 30%) sono state conseguite anche in Toscana e in Umbria, che possiamo considerare regioni a reddito medio. Certo, togliendo Emilia Romagna, Toscana e Umbria, l’andamento del voto appare più uniforme e indipendente dal reddito. Ma sarebbe assai curioso valutare le performance del PD escludendo proprio il suo bacino elettorale più consistente. D’altra parte, conviene ribadirlo, il livello del reddito è una variabile ampiamente insufficiente per spiegare i consensi del partito di Bersani.

I voti espressi a favore del PDL indicano chiaramente che questa formazione politica riesce a conquistare il consenso dei ceti medio-bassi assai meglio, comunque, del PD.
L’R2 ci dice che vi è una correlazione negativa superiore al 55%. Vale a dire, per quanto sorprendente possa sembrare, che mano a mano che il reddito procapite aumenta, minore è il consenso del partito di Berlusconi. Ovviamente, nulla impedisce che vi possa essere, in realtà, una forma ad U, ossia che riscuoti il consenso soprattutto tra i ceti più poveri e quelli più ricchi, mentre lasci piuttosto freddo il ceto medio. Ma essendo i ricchi  e i super-ricchi una minoranza, il dato conferma l’appeal del leader di destra tra i ceti più popolari.




Infine Monti. Si potrebbe dire che l’elettorato del premier uscente è contiguo a quello del PD. Infatti, anche per la formazione centrista i consensi crescono con il crescere dei redditi individuali. Ma tale relazione è meno forte di quella del partito di Bersani. E soprattutto ha convinto assai di meno.  Si può inoltre avanzare l'ipotesi che abbia sottratto il voto, non tanto al PD, quanto all’elettorato del PDL, ove – come abbiamo visto –  perde consensi  proprio tra i ceti più benestanti. E’ quindi una formazione politica che non riscuote le simpatie dei ceti meno abbienti, appannaggio delle altre forze politiche, ma contemporaneamente la modesta dimensione demografica dei ceti benestanti non riesce a dare alla lista di Monti il consenso sufficiente per emergere.



lunedì 25 febbraio 2013

Austerity, Italian Style

sabato 23 febbraio 2013

Le previsioni 2013 della Commissione Europea

Fonte: Elaborazioni su dati Commissione UE

Nel 2012, l’azione del governo Monti si è riflessa – secondo i dati rilasciati ieri dalla Commissione Europea – in un aumento della spesa pubblica al netto degli interessi di mezzo punto percentuale di pil, dal 45 al 45,5%. Innanzi a questo impulso espansivo, le entrate sono aumentate di due punti, dal 46 al 48%.
Le politiche fiscali restrittive, rappresentate dall’avanzo primario, sono così ammontate al 2,5% del pil, che fanno seguito all’1% del 2011.
Ai fini della domanda effettiva, la spesa pubblica in termini reali è scesa nel 2012 dell’1,1%. Negli ultimi tre anni le politiche di austerità hanno ridotto l’apporto della domanda pubblica del 2,5%.

venerdì 22 febbraio 2013

Vendite al dettaglio 2012 -5,8% in termini reali. Le famiglie si aspettano un peggioramento tra l'11 e il 15%.

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)

Nel 2012,  le vendite al dettaglio sono scese del 2% rispetto all’anno precedente. Depurate della crescita dei prezzi relativi ai beni di consumo, pari al 4,1%, si traducono in un calo del 5,8 in termini reali. A dicembre sono scese del 6,1% rispetto allo stesso mese del 2011.

Le vendite  di prodotti alimentari a prezzi correnti sono parimenti scese dello 0,5%, ma calano del 3% in quantità se si tiene conto dell’aumento dei prezzi di questo comparto (2,6%). A dicembre sono calate del 2,9% rispetto allo stesso mese del 2011.

giovedì 21 febbraio 2013

Dal blog di Paul Krugman riprendo il grafico delle spese sanitarie correnti procapite, aggiornate al 2010 (il post del 29 dicembre scorso riportava i dati Ocse del 2009 e faceva riferimento a quelli complessivi).

Mentre Krugman si dedica, come è giusto che sia, ai costi estremamente elevati del sistema sanitario americano, vorrei farvi notare che la spesa sanitaria procapite italiana è viceversa la più bassa tra i paesi considerati. 
Non vi sono elementi sufficienti per dire se ciò sia un bene o un male. Ciò che è certo è che tutte le polemiche sulla spesa pubblica sanitaria incontrollata sono delle emerite bufale.


martedì 19 febbraio 2013

Tornare a crescere, unica soluzione.

La Cina e l'India nonostante una forte crescita della produttività, definita come rapporto tra pil e occupati, restano lontani dai livelli americani. Il prodotto per ogni cinese occupato è solamente il 17% di quello che riescono a produrre gli americani. Per l'India si scende al 10%. 
La produttività cinese è quattro volte inferiore a quella italiana. La produttività dell'India è oltre 7 volte inferiore. Anche la Corea del Sud e il Giappone, paesi che hanno conquistato quote di mercato rilevanti nell'alta tecnologia, hanno una produttività inferiore a quella italiana.
La produttività italiana, per quanto non sia cresciuta negli ultimi anni, è su livelli analoghi a quella tedesca, ma è inferiore a quella francese, inglese e spagnola.

Se non si torna a crescere,  due sono i possibili sbocchi: 
a) la produttività continuerà a scendere; 
b) la produttività resterà invariata (o aumenterà), ma a scapito dell'occupazione. 

Entrambe le prospettive non sono confortanti. 
Forse è il caso di intraprendere delle politiche economiche che rilancino la crescita della domanda. 







lunedì 18 febbraio 2013

Tremonti e l'economia sommersa

Questa sera Giulio Tremonti al programma "Piazza Pulita" su La7 ha detto che l'economia sommersa in Italia è simile a quella tedesca.

Questa affermazione non corrisponde al vero. Secondo uno studio della Commissione Europea dell'agosto scorso, la quota delle attività non regolari in Germania è del 13,7%. In Italia è del 21,2%.

Ora è chiaro perché Tremonti proponeva sempre i tagli lineari quando era ministro: per lui una differenza del 55% è praticamente insignificante.


La crescita della spesa pubblica riduce il rapporto debito/pil

da Keynes Blog, una lettura piuttosto agevole.

La versione originale di Gustavo Piga, leggermente un po' più tecnica.

sabato 16 febbraio 2013

L'oro non luccica più?

Fonte: Elaborazioni su dati WGC

Nel 2012, la domanda mondiale di oro, secondo il World Gold Council è scesa del 3,9% rispetto all’anno precedente.
Alla debolezza della domanda  ha corrisposto un blocco dell’estrazione mineraria (-0,7%) e un calo dell’oro riciclato (-2,6). Nel complesso, l’offerta scende dell’1,4%, ma rimane eccedente rispetto alla domanda per più  dell’1%.
La produzione mineraria pesa il 63,5% dell’offerta complessiva.


Il calo della domanda è da imputarsi al settore finanziario privato, sceso del 9,7%, in seguito al crollo della richiesta di oro fisico (la domanda di lingotti e monete è sprofondata del 17,2%),  non trovando compensazione nella domanda proveniente dagli ETF che, pur aumentando di oltre il 50% gli acquisti di oro, pesano solamente il 6,3% della domanda mondiale contro il 28,2 dell’oro fisico.

 


Il calo di monete e lingotti è stato particolarmente forte in Germania, in Svizzera e in Russia (con tagli della domanda che si aggirano sul 30%). Questi tre paesi rappresentavano nel  2011 il 43,5% degli acquisti di oro fisico per uso investimento.  Nel 2012, il loro peso è sceso a meno del 40%. Ma anche l’India, il principale acquirente a livello mondiale (con ¼ della domanda), non ha esitato a ridurre gli acquisti di oltre il 15%. Solo la Cina, tra i grandi clienti, ha mantenuto di fatto invariati gli investimenti (+0,6%), portando la propria quota sullo stesso livello della Russia (21,8%). Gli altri paesi, che rappresentano il 16,4% della domanda mondiale di monete e lingotti, hanno ridotto gli acquisti, ma meno del 5%.

Le Banche centrali hanno continuato invece ad incrementare le riserve auree (+16,8%). Il loro contributo alla domanda mondiale supera il 12%. Nel 2012, i paesi più attivi stati la Turchia (164 tonnellate su 534 complessivi delle banche centrali), la Russia (quasi 75 t.) , il Brasile, le Filippine e il Kazakhstan, con acquisti superiori alle 33 t. ognuno.   

Nonostante l’intervento delle autorità monetarie, gli acquisti di oro con finalità finanziarie sono scesi del 4,1%, innanzi ad una offerta di oro in crescita dell’1,3%, al netto dei consumi di gioielleria, industria e odontoiatria.

Il prezzo dell’oro non poteva che risentirne. Se l’ultimo prezzo segnato nel 2012 consentiva ancora un guadagno dell’8,3% rispetto alla fine del 2011, in questi giorni viene scambiato  poco sopra i 1.600 $/oz., con una perdita prossima al 9% rispetto ad un anno fa.



L’oro per impieghi non finanziari è sceso del 3,7%, trainato al ribasso dalla domanda per uso industriale e odontoiatrico (-5,5%). Questo settore assorbe poco più del 15% degli acquisti mondiali.




Ma anche la gioielleria ha vissuto un anno difficile: i consumi sono scesi del 3,2%. L’Italia ha ridotto gli acquisti del 14,9% e rappresenta ormai solo l’1,2% della mondiale di oro per gioielleria. Forte calo anche per l’oreficeria russa (-11,2%) e indiana (-10,7%) che rimane comunque il principale acquirente a livello mondiale (quasi il 29%). La crisi ha colpito meno gli USA (-6,1%, con una quota di mercato del 5,7%) e il Medio Oriente (-4,1%; con una quota del 7,8). La Cina, pur riducendo gli acquisti dell’1%, è ormai prossima a raggiungere l’India, da cui dista in tonnellate l’1,4%. Decisamente meglio è andata invece agli altri paesi, che hanno accresciuto gli acquisti per la gioielleria del 6,8%.


In un orizzonte decennale,  il rendimento medio annuo dell’oro ai prezzi correnti  è di poco inferiore al 17%, contro il 6% dell’indice azionario S&P500, il neanche 1% dei prezzi delle case così come calcolato dall’indice S&P/Case-Shiller e il 3,7% dei titoli decennali americani, se fossero stati acquistati nel febbraio 2003 e portati fino ad oggi a scadenza.
Ma l’opportunità offerta dall’oro potrebbe ormai essere giunta al termine.

Indebitamento ed Equità Sociale nella zona Euro

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat e BCE

Nella Zona Euro, il debito pubblico a fine settembre era pari ad oltre 8.500 miliardi di euro, equivalente al 90% del pil. Rispetto alla fine del 2011 è aumentato di quasi 300 miliardi. Vi hanno contribuito per oltre 100 la Francia, che ha un rapporto debito/pil in prossimità del 90%, l’Italia (127,3%) per oltre 88 miliardi e la Spagna per quasi 81, che ha tuttavia  un rapporto del 77,4% contro l’81,7 della Germania, la quale ha visto crescere il proprio debito pubblico di 62,5 miliardi. In Grecia, nonostante la rinegoziazione, il debito permane elevato, al 152,6% del pil, ossia oltre i 300 miliardi (-54,5 rispetto al 2011).

Il debito del settore privato nella Zona Euro supera i 21.400 miliardi, pari al 226% del pil. Le famiglie vi contribuiscono con un indebitamento pari al 65,6%, le società non finanziarie (SNF) con il 103,8 e il sistema finanziario con il restante 56,6%.
Rispetto al reddito disponibile, il debito delle famiglie pesa quasi il 100%, mentre quello delle SNF è oltre il 200% di quanto apportano in termini di valore aggiunto.

Tra il 2007 e il terzo trimestre del 2012, il debito pubblico è aumentato rispetto al pil di 23,6 punti percentuali, ossia poco più di 2.500 miliardi.
Il debito del settore privato, nello stesso periodo, è cresciuto di 33,6 punti, vale  a  dire più di 4.000 miliardi.

Se si suppone che il debito pubblico della zona euro sia totalmente posseduto dagli operatori residenti e fosse sottratto al debito del settore privato, non essendo altro per loro che un’attività finanziaria, resterebbe un “indebitamento netto” di 12.900 miliardi, ovvero il 136,1% del pil, in crescita di 10 punti percentuali rispetto al 2008, pari a 3.250 miliardi. Un indebitamento sempre meno produttivo, dato che il pil nello stesso arco di tempo non è riuscito a crescere nemmeno di 245 miliardi. Gli altri 3.000 miliardi sono stati utilizzati per investimenti finanziari. Infatti nello stesso periodo le attività finanziarie in mano alle famiglie e alle SNF sono aumentate di 3.160 miliardi, di cui quasi 1.400 in azioni e partecipazioni. Depurati della variazione dei prezzi azionari (a dire il vero assai modesta: l’indice DJ Eurostoxx50 tra il 2008 e il settembre 2012 è aumentato solamente dello 0,3%), risultano investimenti azionari netti per oltre 1.350 miliardi, di cui 1.175 ad opera delle SNF.   

Una situazione assai pericolosa. Quando la musica si fermerà, qualcuno si troverà senza sedia e si brucerà le mani. Le "persone molto serie" (Krugman direbbe i VSP) non dovrebbero indebitarsi per investire in attività speculative.

Infine una notazione sulle dichiarazioni di Mario Draghi che, in occasione del G20, ha detto, L’aumento della domanda va bene se viene dal settore privato, ma non deve essere ottenuto gonfiando il deficit. Non possiamo avere una crescita costruita sul debito, anche per ragioni di equità sociale” (vedi “il Sole 24 Ore” di oggi).

Quale nobile sentimento da parte del presidente della BCE!
E di grazia, quale sarebbe l’equità sociale? Ridurre la spesa pubblica per il welfare?
E per fare cosa, visto che il settore privato sembra piuttosto interessato a giocare le sue fiches sul tavolo verde dei mercati finanziari, piuttosto che preoccuparsi di ampliare la domanda interna.

D’altra parte, nel 2012 la rigorosissima zona Euro con il suo 3,3% di deficit ha visto scendere il pil dello 0,5% e quasi 1,1 milioni di persone hanno perso il lavoro, ingrossando le file dei disoccupati (dal 10,7 all’11,7%). Mentre negli Stati Uniti, per tacere del Giappone, il tanto vituperato deficit pubblico, pari  all’8,7%, ha contribuito (ancora troppo poco secondo Krugman)  ad aumentare il pil del 2,2% e ha permesso a 2,5 milioni di persone di trovare un lavoro (il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,5 al 7,8%).
Non è forse anche questa l'equità sociale: lavoro e dignità per tutti.


venerdì 15 febbraio 2013

Ricchezza nei Paradisi Fiscali



Dal sito dell'Economist: le origini della ricchezza nei paradisi fiscali.
Gli europei (in azzurro) hanno circa l'equivalente di 1.000 miliardi di dollari in Svizzera, altri 400 miliardi (a spanne) sono in Lussemburgo e quasi 1.400 miliardi in altri paradisi fiscali sparsi per il mondo. Totale: 2.800 miliardi di dollari, pari al 3,5% della ricchezza complessiva che il Credit Suisse attribuisce all'Europa per il 2011.
A livello mondiale, la ricchezza nascosta nei paradisi fiscali, secondo il Boston Consulting Group, si commisura in circa 7.800 miliardi, pari al 3,3% della ricchezza complessiva, stimata dalla banca elvetica in 235.000 miliardi di dollari.


La recessione è per 2/3 colpa del governo Monti. Debito Pubblico al 127%.

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il debito pubblico a fine 2012 era di 1.988 miliardi, in calo di oltre 32 miliardi su novembre. In un anno è aumentato di 81,6 miliardi.

Scorporando quello acceso per il sostegno dei Paesi Euro in difficoltà, pari a 42,6 miliardi, il “debito interno” scende a poco meno di 1.946 miliardi. L'anno scorso è  aumentato di oltre 52 mld.


giovedì 14 febbraio 2013

Il sistema bancario europeo e la legge di Hubble

La figura che segue indica il grado di interconnessione del sistema bancario della zona euro tra il 2008 e il 2012.
Il passaggio dal colore rosso al blu indica una minore integrazione. Così per l'Italia (quarta riga) i rapporti con il sistema bancario tedesco (prima colonna) sono scesi dall'11 al 7%. Analogamente, con l'Irlanda (settima colonna) i rapporti interbancari sono scesi dall'11 al 5%. Evoluzioni simili si sono verificati anche con  gli altri paesi e per gli altri paesi.

Il quadro d'insieme evidenzia a colpo d'occhio un scivolamento verso il blu, ossia una maggiore frammentazione e chiusura in se stessi dei sistemi bancari nazionali. 

Peccato che in questa tabella, ripresa da uno studio del FMI, non siano stati invertiti i colori. Se si fosse utilizzato il rosso per indicare l'aumento della frammentazione e il blu per esprimere una maggiore integrazione dei vari sistemi bancari nazionali, avremmo potuto dire che i settori finanziari della zona euro, come le galassie in astronomia, si stanno allontanando gli uni dagli altri (redshift, spostamento verso il rosso).


Ma rosso o blu, resta il fatto che abbiamo una rappresentazione del sistema bancario che evidenzia il possibile fallimento dell'euro.

mercoledì 13 febbraio 2013

Produzione Industriale 2012: Usa +3,7%; Eurozona -2,3%

Fonte: Elaborazioni su dati FED ed Eurostat

Il 2012 si chiude nella zona euro con un piccolo rimbalzo della produzione industriale: +0,7% rispetto a novembre. Vi hanno contribuito tra i maggiori paesi la Germania (+0,8) e l’Italia (+0,4). In Spagna e Francia la produzione è rimasta invariata.
Negli Usa, la produzione industriale è aumentata per il secondo mese consecutivo: dopo il +1% di novembre, il livello dell’attività produttiva si è alzato di un altro 0,3%.


martedì 12 febbraio 2013

Se lo Stato gioca con i derivati

Da più parti si invoca un ritorno alla separazione tra banche comerciali e banche d'investimento, evitando che i risparmi siano utilizzati con finalità speculative (ma fa più figo dire "con finalità di copertura"). Non è infatti concepibile che il sistema bancario giochi con i soldi dei correntisti e che invochi l'intervento pubblico (e quindi ancora una volta dei cittadini-contribuenti-clienti) quando la scomessa finisce male, per evitare guai  peggiori per tutto il sistema.
Ovviamente, mentre se ne parla, nulla di concreto è stato fatto. La deregolamentazione vige sovrana e - nonostante la crisi sia stata innescata dal sistema finanziario - tutto procede come prima: i manager continuano a prendersi i bonus e le liquidazioni milionarie, mentre le perdite sono scaricate sui conti pubblici e si invoca l'intervento delle banche centrali.

MPS, la propaganda tedesca e il modello della FED

Voci dalla Germania riferisce che la stampa tedesca ha sferrato un nuovo attacco a Mario Draghi. Qual è l’accusa? Il presidente della Bce nell’ottobre 2011, quando era ancora governatore della Banca d’Italia,

Ha trasferito sul proprio bilancio (della Banca d’Italia, ndr) prestiti e garanzie ipotecarie di dubbio valore (in capo a MPS, ndr) e in cambio ha fornito titoli di stato italiani molto più liquidi per un valore di 2 miliardi di Euro. Con i titoli di stato MPS è stata in grado di procurarsi 2 miliardi di liquidità presso la BCE.
(…)
Con la transazione fra MPS e Banca d'Italia Draghi ha gettato le basi per un sistema bancario ombra sotto la guida delle banche centrali nazionali. Un sistema progettato principalmente per proteggere le banche commerciali e i loro proprietari dal fallimento e dalla nazionalizzazione, tutto a spese del contribuente.

venerdì 8 febbraio 2013


Giorgio Barba Navaretti, Chi dovrà pagare il conto del supereuro

Gustavo Piga, Come fare politica monetaria veramente espansiva? Con il tasso di cambio
Lo stesso argomento del primo articolo, solo un po' più tecnico, sicuramente più articolato: l'euro deve svalutare in risposta alle svalutazioni del dollaro e dello yen.

Vi è un solo problema: non tutte le valute possono svalutare contemporaneamente. Ci avviamo verso un guerra valutaria? Il passo successivo è quella commerciale e il protezionismo? E poi ...?
Tutto questo perchè l'Europa ha risposto alla crisi economico-finanziaria con una politica restrittiva. Dopo aver attuato la deflazione salariale, via aumento disoccupati e riduzione dei servizi sociali, ora si pensa di procedere con altri mezzi  (inflazione) per raggiungere lo stesso fine? Se è così, il risultato non cambia: calo dei redditi reali, che comprimeranno ulteriormente la domanda interna, che aumenterà la disoccupazione. Pensare di risolvere il problema con le esportazioni è una pia illusione, dato che anche gli Stati Uniti e il Giappone vogliono esportare di più. E come non può essere che tutte le valute siano svalutate contemporaneamente, così non esiste che tutti siano esportatori netti  (qualcuno dovrà pur importare!).
Da questa situazione potrebbero uscire malconci: a) i paesi emergenti (vasi di coccio tra vasi di ferro), che saranno pagati per le loro materie prime con monete svalutate, mentre i prodotti delle loro industrie tendezialmente finiranno fuori mercato; b) i lavoratori di qualunque latitudine,  se i loro redditi non verranno protetti dall'inflazione.

Banche 2012: titoli pubblici e perdite su prestiti

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Nel 2012, la raccolta mediante i depositi da parte delle Istituzioni Finanziarie Monetarie (IFM) è aumentata dell’8,9%, pari a 118,2 miliardi di euro. Vi hanno contribuito le società non finanziarie (SNF, +7,5%) per 13,2 mld., ma soprattutto le famiglie (+7,2%), accrescendo i conti di 56,5 mld. ed altri operatori non pubblici e non bancari (+15,3%) per quasi 50 miliardi. Gli unici a ridurre i depositi sono state le ditte individuali (-2,7%), che hanno visto scendere le disponibilità di 1,2 miliardi.

La raccolta mediante titoli bancari è scesa di 35,5 miliardi (-6,1%). Ciò nonostante, la raccolta interna, tra depositi e bond, è aumentata di 82,7 miliardi (+4,3%). Vanno poi sottratti i rimborsi per 50 miliardi agli operatori esteri. La raccolta si porta pertanto a 32,8 miliardi (+1,4%).

La liquidità netta rilasciata o prelevata dalla banca centrale nel corso del 2012 è stata di poco inferiore a 80 miliardi, sicché le disponibilità delle IFM hanno superato i 112 miliardi, tutti finalizzati all’acquisto di titoli pubblici (118,6 miliardi). Tenendo conto degli investimenti azionari, il 22% degli attivi è rappresentato da titoli finanziari (contro il 19,5 del 2011).

Al finanziamento del settore privato è destinato meno del 49%, contro il 50,3 dell’anno precedente e il 52,4  del 2010.



Nel complesso, i prestiti erogati sono diminuiti dell’1,1%. Ma nella parte finale del 2012  sono giunti al termine una quota consistente di prestiti interbancari che ha ridotto le posizioni aperte dell’11,6%. Ne consegue che i finanziamenti agli altri settori siano cresciuti dell’1%, ossia di 20,6 miliardi. Metà sono andati alle amministrazioni pubbliche (AAPP) e metà al settore privato. Ma all’interno di quest’ultimo solo gli operatori diversi dalle società non finanziarie (SNF) e dalle famiglie hanno potuto contare su una crescita dei finanziamenti del 22,9% (oltre 48 miliardi). Famiglie e SNF sono invece state chiamate a restituire 37,8 miliardi (il 2,5% dei prestiti concessi a fine 2011).

Le SNF e le ditte individuali hanno ridotto la propria esposizione bancaria del 3,3%, ossia di 32,7 miliardi, di cui 23 su prestiti con una durata superiore all’anno.

Le Famiglie hanno rimborsato oltre 5 miliardi, l’1% dei prestiti esistenti a fine 2011. Sono scesi sia i finanziamenti per l’acquisto della casa (quasi 2 miliardi), sia gli altri prestiti.

I tassi di interesse sulle nuove operazioni sono diminuiti, sebbene in misura contenuta. Per le SNF sono calati dal 4,2 del 2011 al 3,65%. Per le famiglie, il tasso medio sui mutui passa dal 4,3 al 3,9%, mentre resta elevato sui crediti al consumo (oltre il 9%).  

Frena una più consistente discesa del costo del denaro, oltre che i buoni rendimenti conseguibili sui titoli pubblici (con un grado di rischio di fatto inferiore rispetto ai finanziamenti al settore privato), l’aumento - appunto - delle sofferenze sui prestiti. Queste sono balzate nel corso dell’ultimo anno a 125 miliardi (+16,6%), pari al 6,3% dei prestiti non interbancari, con punte che rasentano il 12 tra le ditte individuali e il 10% tra le SNF. I prestiti dubbi tra le famiglie sono il 5,6%.

A fine 2012, le svalutazioni sui prestiti in sofferenza erano del 48,6%, contro il 52,1% dell'anno precedente. Dette rettifiche equivalgono al 15,6% del capitale netto. Se le IFM avessero mantenuto lo stesso rapporto di accantonamento dell 2011, l'incidenza dei fondi di copertura sul patrimonio netto sarebbe stata di oltre un punto superiore.  


giovedì 7 febbraio 2013

Il reddito pro capite in dieci anni scende del 4,8% in termini reali (e di oltre il 10% in Emilia Romagna)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

La provincia di Bolzano nel 2011 aveva il reddito pro capite più elevato d'Italia, dato che era del 27% più consistente della media nazionale (pari a 17.980 euro). Anche i valdostani potevano contare su un guadagno superiore del 25%. Seguiva l’Emilia Romagna con il 20%. La Campania, invece, accusava un distacco del 30%, la Sicilia del 28 e la Calabria del 26,4.





Nel 2011 il reddito disponibile pro capite è aumentato in termini nominali dell’1,7%. Depurato della crescita dei prezzi del 2,8% si traduce in un calo in termini reali dell’1,1%.

A livello regionale, applicando il corrispondente aumento dei prezzi, il calo dei redditi reali per abitante scende in tutte le regioni ad eccezione della Basilicata e del Piemonte, per le quali resta di fatto invariato.

La perdita del potere d’acquisto più forte si registra in Valle d’Aosta (-2,7%), in Lazio e in Sicilia (entrambe del 2,2%).

Allargando l’orizzonte a dieci anni, è ancora la Basilicata a conseguire la miglior performance dei redditi pro capite in termini reali: +3,6%. Tutte le altre regioni, a parte il Molise che resta di fatto invariato, devono registrare una caduta del potere d’acquisto che va dal 2,4 del Lazio al 10,4% dell’Emilia Romagna, passando per una caduta media a livello nazionale del 4,8%.

domenica 3 febbraio 2013

Con quali soldi?

Elaborazioni su dati MBRES e "il Sole 24 Ore"

"Il Sole 24 Ore" di ieri pubblica a pagina 5 un prospetto, tratto da MBRES, sugli aiuti statali alle banche europee a fine giugno 2012. Integrandola con i finanziamenti della BCE mediante le due operazioni LTRO, si ha la situazione illustrata nella tabella a fianco.

Al contrario di quanto viene comunemente detto nel nostro paese, emerge chiaramente che il sistema bancario italiano è stato pesantemente coinvolto nella crisi finanziaria, avendo ricevuto in forme diverse quasi 380 miliardi di euro di liquidità, ponendo l'Italia al terzo posto dopo il Regno Unito e la Germania.


Le "troppe illusioni" di A&G


L'Italia degli anni Cinquanta era un Paese «emergente» lontano dalla frontiera tecnologica. Bastavano grandi imprese pubbliche che copiassero quello che altri facevano. Oggi l'Italia è un Paese alla frontiera della tecnologia. In questo mondo per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato.
Così termina l’editoriale del duo Alesina e Giavazzi sul Corriere di oggi, sotto un titolo alquanto paradossale: “Troppe illusioni sull’innovazione”. Infatti, se il nostro sistema è nella trincea della frontiera tecnologica, di cui il duo A&G sembrano andare fieri, non si capisce quali siano gli elementi che possono indurre a prendere degli abbagli. 
Ma tralasciamo: può essere che il titolo sia stato messo da un redattore che andava di fretta e si era stufato di leggere l’articolo dopo poche righe.

La cosa veramente paradossale è la fede di A&G nelle capacità innovative del nostro sistema industriale ed economico. E’ noto infatti che l’Italia investe molto poco in Ricerca e Sviluppo (R&S).



Come emerge chiaramente dal grafico, basato su dati Eurostat, l’Italia è impegnata in una feroce lotta di  frontiera  con l’Ungheria e la Polonia. 
Per di più, dell’1,26% del pil speso in R&S solo lo 0,67 è imputabile alle imprese (il resto è opera della spesa pubblica e delle università). E se si tiene conto che di questo 0,67 circa ¼ è ad opera di imprese straniere presenti sul territorio nazionale, il fenomenale spirito innovativo della nostra classe imprenditoriale si riduce allo 0,51% del pil.
 
Sarebbe sufficiente questo per smentire le “Troppe illusioni” di Alesina e Giavazzi. Ma cercando tra le statistiche internazionali dell’Ocse, mi sono imbattuto in alcuni grafici molto interssanti, che delineano chiaramente quale sia la frontiera del sistema industriale italiano.

Il primo indica la quota percentuale delle imprese ad alta crescita (in termini occupazionali) sul totale delle imprese,  dal quale si evince che difendiamo la frontiera dall’arrembante Romania.

 
Quello seguente indica la percentuale di investimenti in capitali basati sulla conoscenza (knowledge-based capital, KBC) rispetto al pil e confrontati con quelli tangibili. In questo caso siamo chiamati a difendere la frontiera tecnologica dalla temibilissima Grecia. 

  
Infine,  la quota di fatturato destinata dalle imprese a R&S.

 
Insomma, A&G non solo si fanno “troppe illusioni” sullo spirito innovativo della nostra classe imprenditoriale, ma direi che vivono nel mondo dei sogni.  


Aggiornamento del 12 marzo 2014
Ed anche l'Ungheria ci ha superato nelle spese in R&S in rapporto al pil (2012)



sabato 2 febbraio 2013

Emiliano Brancaccio, Montepaschi è un preludio

In una breve intervista a Radio Popolare, l'economista spiega la vicenda MPS: non è un caso isolato. E' il frutto del sistema, tipicamente liberista, che lascia il sistema finanziario privo di adeguati controlli e paletti e che ha indotto le banche, non solo quelle di investimento ma anche quelle commerciali, ad impiegare strumenti molto sofisticati, perdendo la scommessa speculativa.  Per coprire le perdite e pagare i dividendi, hanno rilanciando la posta con altri derivati, ampliando la voragine.