giovedì 31 gennaio 2013


Italy, Tuscany, Siena, Banca Monte dei Paschi di Siena, Palazzo Salimbeni with a statue of the canon Sallustion BandiniDal blog di Gustavo Piga
Il Cattivo Governo della finanza, da Siena a New York
Per quanto sia usato un linguaggio tecnico nella descrizione degli strumenti finanziari, l'articolo è comunque utile poiché spiega le ragioni che hanno indotto la banca senese ad impelagarsi in un vortice di derivati che ha finito per mettere a rischio la solidità di MPS. 

martedì 29 gennaio 2013

In Cina la distribuzione del reddito è più disuguale che in Italia

Il videografico dell'Economist riporta l'indice di concentrazione  del Gini calcolato sui redditi di alcuni paesi a confronto con quello cinese.
Tale indice va da zero (ove si avrebbe la minima concentrazione, ovvero una eguale distribuzione dei redditi) ad 1 (ove si avrebbe la massima concentrazione, ovvero un solo soggetto avrebbe tutto il reddito).
In Cina, l'indice del Gini sarebbe di poco inferiore a 0,5. Secondo la Banca d'Italia, nel nostro paese sarebbe 0,35. Vi sarebbe quindi una distribuzione del reddito meno disuguale rispetto al paese asiatico. 
La distribuzione del reddito italiano sarebbe più o meno simile a quella del Regno Unito, dell'India, del Giappone e dell'Egitto. La distribuzione del reddito della Svezia (poco più di 0,25) sarebbe la migliore.

Stephen Roach, Ultimo atterraggio morbido per la Cina?

Zona Euro, nel 2012 la liquidità cresce più del 6%

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

I prestiti alle imprese della zona euro nel 2012 sono diminuiti del 2,2%. Per le società non finanziare (SNF) la discesa ha lambito il 4%.
I finanziamenti mediante bond e altre attività finanziarie sono stati drasticamente tagliati, del 6,5%.
Nel complesso, il credito alle imprese arretra del 3,1%.

Per le famiglie, il credito è di fatto rimasto congelato (+0,2%).  Solo i mutui  sono aumentati dell’1,2%, mentre gli altri crediti al consumo hanno subito una contrazione del 2,5.

Il credito al settore privato non bancario (CSP) si è pertanto ridotto nel 2012 dell’1,7% (+0,9 nel 2011).

Nonostante il calo del CSP, la quantità di moneta così come definita in M3 è cresciuta del 2,8%.  Tale incremento è riconducibile alle componenti più liquide  (M1, ossia circolante e depositi a vista), per oltre il 6%, mentre le componenti incluse tra M1 ed M3, ossia depositi vincolati e titoli a breve termine, fondi monetari e p/t, sono diminuiti dello 0,7%.

La crescita di M1 è da attribuire soprattutto ai depositi a vista (+6,9%), mentre il circolante aumenta solamente del 2,5%.
A sua volta, sono i conti bancari delle imprese a crescere di più (+10,3%), mentre quelli delle famiglie limitano la crescita al 4,3%.

La crescita dei conti correnti delle imprese non è tuttavia omogenea all’interno dell’area euro. Diminuiscono in Spagna (-1,7) e crescono in Italia (+3) e Francia (+5,4), ma esplodono in Germania (+18%).


Anche tra le famiglie, la crescita dei conti correnti non è omogenea tra i vari paesi. Se in Germania aumentano del 12,7%, restano di fatto invariati rispetto alla fine del 2011 in Spagna (-0,1%) e si riducono sia in Francia che in Italia dell’1,7%.


La crescita della preferenza per la liquidità si spiega con i bassi tassi di interesse offerti dai titoli a breve termine.



I tassi ad un anno dei titoli pubblici che godono della “tripla A”, ossia della massima affidabilità secondo le valutazioni espresse dalle agenzie di rating, sono infatti non solo inferiori all’inflazione, ma leggermente negativi. Questa circostanza ha indotto a preferire, come si è detto, i depositi a vista o i titoli a più lungo termine; i quali a loro volta hanno visto gradualmente scendere i rendimenti medi dal 4,1 del dicembre 2011 al 2,1% (4,5% per i Btp italiani e 1,3% per i Bund tedeschi).


Ma il calo dei rendimenti dei titoli decennali sotto l'inflazione potrebbe anche aver invogliato ad investire nel mercato azionario, come l'andamento nel 2012 dell'indice DJ EuroStoxx50 dimostra (+13,8%).

 

L’aumento della quantità di moneta, rappresentata da M1, in una situazione ove vi sono ampie risorse inutilizzate, ivi inclusa la forza lavoro (a novembre 2012 il tasso di disoccupazione era all’11,8%) , non può costituire un problema per l’inflazione, che resta ancorata poco sopra il 2%.



lunedì 28 gennaio 2013

Lo Stato mette 3,9 mld. per un MPS che ne vale 2,6

Questa sera a "Piazza Pulita", il programma di Formigli su La7, è stato fatto notare che lo Stato, attraverso i Tremonti e i Monti Bond, presterà quasi quattro miliardi di euro ad MPS, innanzi ad un valore di mercato a fine 2012 della banca  senese di 2,6 mld (fonte Borsa Italiana).
Che senso ha?

Tanto vale immettere la differenza tra 2,6 e quanto è stato erogato attraverso i Tremonti Bond (1,9 mld.) e procedere alla nazionalizzazione.
1) Sarebbe meno oneroso, 
2) si potrebbe nominare un nuovo management che risponda direttamente al ministero del Tesoro e che proceda alla pulizia dei conti
3)  riporti l'istituto di credito ad una sana gestione, orientata all'economia reale
4) le azioni potranno eventualmente essere rivendute, recuperando quanto versato     

domenica 27 gennaio 2013


Amartya K. Sen, Infelicità delle istituzioni europee
Utilitarismo, disuguaglianze e politiche economiche keynesiane

sabato 26 gennaio 2013

Riccardo Realfonzo, La favola dell'austerità espansiva.
Una risposta ad Alesina e Giavazzi

Paul KrugmanL'uomo «sbagliato» sta dando gli stimoli giusti
sulle decisioni economiche del nuovo governo giapponese

Monti Bond: 9% di carta straccia

Avrete certamente saputo che i nuovi titoli emessi a sostegno del MPS, denominati comunemente come Monti-bond, saranno gravati da tassi di interesse che sono stati definiti onerosi. Infatti il rendimento minimo è stato fissato al 9%.
Vi è solo un piccolo particolare: come ci informa questa mattina "il Sole 24 Ore", il MPS potrà pagare in azioni o con titoli convertibili in azioni della banca. Vale a dire con pezzi di carta (straccia). 

L'andamento in borsa di MPS negli ultimi cinque anni

E "il Sole" gioisce all'idea che lo Stato possa ottenere più azioni, perché il loro numero sarà fissato in base ai prezzi di mercato. E quindi più il prezzo scenderà (ora è di 0,26 €), più carta (straccia) sarà rifilata al Ministero del Tesoro. Viceversa, se il prezzo dovesse salire in seguito al risanamento, grazie ai capitali elargiti dallo Stato,  e magari superare il valore unitario del patrimonio netto, ne prenderà di meno e dovrà accollarsi il rischio di metterli in (s)vendita sul mercato (o a privati investitori interessati) per poter monetizzare la carta ricevuta a saldo degli interessi. 
Un vero affarone per i conti pubblici.

Il caso MPS. Le considerazioni di Emiliano Brancaccio.

Dai derivati della Grecia a quelli del MPS

giovedì 24 gennaio 2013

Le famiglie non credono alla ripresa di fine anno

Fonte: Elaborazioni su dati Istat



Nel novembre 2012,  le vendite al dettaglio destagionalizzate sono scese del 3,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Depurate della crescita dei prezzi relativi ai beni di consumo, pari al 4,5%, si traducono in un calo del 7,6 in termini reali.

Le vendite destagionalizzate di prodotti alimentari a prezzi correnti sono parimenti scese dell’1,8%, ma calano del 4,2 in quantità se si tiene conto dell’aumento dei prezzi di questo comparto (2,4%).

Il clima di fiducia dei consumatori è peggiorato del 6,5%. Ma non vi è ottimismo nemmeno per il 2013, poiché a fine anno si attendono mediamente un peggioramento rispetto alla situazione corrente del 14,6%.
 
Sulla rilevanza delle indagini sul clima di fiducia dei consumatori, il Bollettino della BCE di questo mese pubblica uno studio dal quale emerge che detto indicatore può essere utile per prevedere, più che il ciclo economico, le recessioni, soprattutto quando incomincia a registrare cadute significative. Le evoluzioni del sentiment dei consumatori si riflettono soprattutto sugli acquisti di beni durevoli.

Quanto ai fattori che possono determinare la fiducia delle famiglie, notevole è il grado di correlazione tra l’andamento inverso del tasso di disoccupazione e l’indice oggetto di analisi: vale a dire che ad un aumento del primo parametro segue ovviamente una caduta della fiducia.

Una certa rilevanza è giocata anche dall’andamento dei mercati azionari; mentre l’indice degli Stati Uniti  tende ad anticipare di tre mesi il sentiment dell’area dell’euro, in quanto l’economia americana riveste un ruolo importante per l’economia mondiale e per gli shock che potrebbero essere trasmessi al resto del mondo.

Alla luce di queste considerazioni, appare decisamente propagandistico sostenere che nella seconda parte dell’anno potrebbero intravedersi i primi segni di ripresa, almeno in Italia.

lunedì 21 gennaio 2013

Mario Monti vs Adam Smith

Prendiamo il caso dell'Imu. Come si fa, in un Paese di proprietari di case, per giunta in una fase di caduta della domanda interna, a mettere una tassa la cui reale entità finale resta sconosciuta ai contribuenti per mesi e mesi? Puoi anche accettare di pagare una nuova tassa ma è obbligatorio che la sua entità ti sia immediatamente nota. In caso contrario, viene meno la capacità dei singoli o delle famiglie di fare calcoli e progetti, di prendere decisioni di spesa. Il fatto che l'entità della tassa che ciascuno doveva pagare sia rimasta avvolta nel mistero per troppo tempo ha contribuito all'incertezza, al rinvio delle spese e, quindi, alla «gelata» dei consumi.
In questo caso, nell'errore, non hanno pesato le tradizioni giuridiche o gli interessi della burocrazia. L'ipotesi di chi scrive è che abbia giocato un ruolo, piuttosto, l'eccesso di macro-economisti presenti nel governo, persone addestrate a pensare in termini di modelli econometrici, di flussi, e di macro-grandezze, poco propense a mettersi nei panni dei consumatori o dei produttori, a ragionare sulle loro aspettative e sui (micro)comportamenti conseguenti.
Così Angelo Panebianco sul “Corriere” di oggi.

Il guaio è che questi presunti economisti hanno fallito anche nel maneggiare i modelli macro, dato che nel luglio 2011 prevedevano una crescita per il 2012 dell’1,1%. Ed oggi scoprono che in realtà è diminuito del 2,1%. Di questa discrepanza, pari a tre punti, almeno la metà è riconducibile, secondo le analisi della Banca d’Italia, alle manovre di bilancio e alle conseguenti incertezze delle famiglie e delle imprese.
Ma errare è umano.

Diabolico è definirsi liberisti e dimenticare ciò che gli studenti iscritti alle Facoltà di Economia imparano al primo anno. Adam Smith: “L’imposta che ogni individuo è tenuto a pagare deve essere certa e non arbitraria. Il tempo del pagamento, il modo di pagare, la somma dovuta, dovrebbero essere tutti chiari e semplici per il contribuente e per ogni altra persona”.

Questi presunti economisti non solo non conoscono gli effetti macroeconomici delle politiche da loro intraprese (anche Keynes è studiato al primo anno), ma hanno il coraggio di definirsi liberali, quando ignorano palesemente le più elementari prescrizioni del fondatore della teoria economica classica, a cui dicono di ispirarsi.  

venerdì 18 gennaio 2013

La spesa pubblica dal 1990 al 2011

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

L’Istat ha pubblicato i conti delle Amministrazioni Pubbliche (AAPP) per funzione dal 1990 al 2011.

In questo arco di tempo, la spesa complessiva è scesa dal 53 al 50,7% del pil. Al netto degli interessi è invece aumentata dal 42,9 al 45,5%.



Sia al lordo che al netto degli interessi ha toccato un minimo nel 2000, sotto il governo Amato, quando è scesa rispettivamente al 45,8 e al 39,5% del pil. Dopo di allora, con il quinquennio Berlusconi, risale al 48,5 e al 43,7% (al netto degli interessi).  Si stabilizza sotto il biennio Prodi e balza al 52,6 nel 2009 sotto il nuovo governo Berlusconi (48% al netto degli interessi, record assoluto). A fine 2011, al termine del governo di destra, scende al 50,7 e al 45,5% del pil (a seconda se si includa o meno gli interessi sul debito pubblico).

Tra il 2000 e il 2011, la spesa pubblica al netto degli interessi aumenta pertanto di sei punti percentuali rispetto al pil.

Quali sono le voci che hanno determinato questo aumento? I maggiori imputati sono proprio quelli che i liberisti indicano più frequentemente: le prestazioni sociali e la spesa sanitaria. La prima balza da poco oltre il 17 al 20,4% del pil, sebbene in questa voce siano incluse – come ricordano i sindacati – anche le spese per l'invalidità e l’assistenza alle famiglie più bisognose. La seconda passa dal 6 al 7,3% del pil.


E’ la prova che la spesa è fuori controllo?
Prima di lanciarsi in facili luoghi comuni occorre valutare l’evoluzione demografica del paese. Sia la spesa sanitaria che le prestazioni sociali sono infatti strettamente connesse con l’invecchiamento della popolazione.

Si deve quindi considerare che tra il 1991 e il 2009, gli anziani passano dal 15,3 al 20,2% della popolazione complessiva. In termini assoluti, gli ultra 65enni aumentano di quasi il 40%, da 8,6 a 12,1 milioni di persone.

Le prestazioni sociali e la spesa sanitaria, dopo essere state depurate dall’aumento dei prezzi, non sono riuscite a stare al passo con la crescita degli anziani.  La prima è aumentata  del 38,4%, la seconda del 36,9.

Nel 2009, quindi, la spesa erogata per queste due funzioni è stata un poco inferiore a quanto veniva garantito  in termini reali nel 1991.

Escludendo il capitolo istruzione, che tra il 1990 e il 2011 perde peso rispetto al pil (dal 5,3 al 4,2%), le altre voci (inclusa la difesa e l’ordine pubblico), scendono dal 15,4 al 13,6%, ma aumentano rispetto al 2000 di 1,8 punti percentuali di pil e spiegano il 30% dell’incremento della spesa al netto degli interessi ed equivalgono a 28,5 miliardi di euro ai valori del 2011.

mercoledì 16 gennaio 2013

Mercato Auto UE 2012: -8,2%

Fonte: Elaborazioni su dati Anfia


Nel 2012, sono state poco più di 12 milioni le immatricolazioni di auto nuove all’interno dell'Unione Europea. Rispetto al 2011 sono diminuite dell’ 8,2%.
La Grecia è il paese in cui il calo è stato maggiore, con un crollo delle vendite del 40%. Bene invece l'Ungheria, ove sono state immatricolate il 17,6% in più di auto nuove.

Tra i maggiori paesi europei, solo il Regno Unito amplia il proprio parco circolante, del 5,3%, in quanto anche la Germania deve mettere in conto una discesa delle vendite del 2,9%. Ma i cali più consistenti si sono registrati in Spagna (-13,4), in Francia (-13,9) e in Italia (-19,9%).


venerdì 11 gennaio 2013

Un anno e mezzo di spread

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Il grafico riporta il differenziale degli ultimi 24 mesi tra i tassi di interesse decennali sui titoli pubblici italiani e spagnoli rispetto a quelli tedeschi ed evidenzia le cause che hanno dato origine ai movimenti espansivi e restrittivi dello spread.


mercoledì 9 gennaio 2013

Pressione fiscale sulle società - 2011

Fonte: CBO / Ocse

Il grafico qui riprodotto, ripreso da uno studio del Congressional Budget Office (CBO) americano, riporta la pressione fiscale sulle imprese, tenendo conto non solo dell'imposizione nazionale, ma anche degli enti locali (ad esempio le Regioni).
Ancora una volta viene smentita la bufala che in Italia le imprese subiscano una tassazione del 68% ed emerge che, tenendo conto di tutti i livelli di tassazione, nazionali e locali, la pressione fiscale è inferiore a quella dei maggiori paesi, come Germania, Francia e Spagna, oltre che Stati Uniti e Giappone.


domenica 6 gennaio 2013

In memoria di Luigi Spaventa

Il link conduce ad un intervento di Luigi Spaventa dedicato alla crisi finanziaria ed economica che ha coinvolto prima gli Stati Uniti e poi l'Europa e che perdura tuttora.