venerdì 27 dicembre 2013

Da moneta unica a valuta comune: una terza via per superare l’Euro

Realizzare in Europa la proposta di Keynes: il Bancor. 

Un intervento su MicroMega di Enrico Grazzini

La sinistra continuerà a sostenere l'attuale Eurosistema o si deciderà a prendere in considerazione un'alternativa per salvare il nostro paese dal declino che deriva continuando a subire le condizioni che la Germania impone agli altri paesi europei?

Aumentare l'Indebitamento Privato non è sostenibile

E’  frequente trovare considerazioni sul credit crunch quale ostacolo alla ripresa. Che la politica creditizia non sia per nulla accomodante è di palmare evidenza. Nella zona euro i prestiti al settore privato sono del 2% inferiori rispetto all’ottobre di un anno fa. Per le società non finanziarie (SnF) il calo si avvicina al 4 (e supera il 5% in Italia).

D’altra parte è curioso che si proponga quale mezzo per uscire dalla crisi un aumento dell’indebitamento privato; ovvero ciò che ha dato origine alla crisi che stiamo vivendo tutt’ora.

Se non fosse sufficiente ricordare i mutui sub-prime e il fallimento della Lehman Brothers può essere interessante dare un’occhiata all’evoluzione del debito privato in rapporto al pil.


Negli Stati Uniti, come si evince dal seguente grafico tratto da un post di Steve Keen, il debito ha peraltro seguito la crescita del pil. Vale a dire che – al contrario di quanto si può comunemente ritenere – non è il debito che stimola l’economia, ma la crescita economica ad alimentare l'aumento dei finanziamenti. 


A partire dal 2005, nonostante gli evidenti segnali di rallentamento, il debito è continuato a crescere alimentando una spirale che è divenuta sempre meno sostenibile e che ha portato alla crisi.

Dopo di ché, ancora una volta, è stata l’economia a ripartire per prima nel 2009.

Inoltre, il tasso delle inadempienze – per quanto possa essere differente il criterio rispetto a quello vigente in Italia – è in chiara discesa dalla fine del 2009, in concomitanza con la ripresa del pil. Il ché dimostra che il livello di indebitamento è divenuto via via più abbordabile.


Ma in Italia, al di là del livello delle sofferenze in rapporto ai prestiti, le inadempienze sono tutt’ora in crescita.


E sarebbe curioso voler uscire dalla crisi con un maggior indebitamento, quando le imprese (ma anche le famiglie) non sono in grado di far fronte a quello esistente.

Va da sé che vi possono essere dei casi in cui alcune imprese meriterebbero un adeguato sostegno finanziario da parte del sistema bancario e che invece vengono trascurate o peggio messe in difficoltà. Ma nel complesso, al di là di casi specifici che meriterebbero la giusta attenzione, non si può pensare di rilanciare l’economia accrescendo l’indebitamento del settore privato.

Per quanto il debito delle imprese e delle famiglie in rapporto al pil sia su valori simili o migliori di quelli statunitensi (intorno all’80% per le imprese italiane e americane e al 65 per le famiglie contro il 77 di quelle americane) diverso è il momento del ciclo economico e quindi la capacità di far fronte ai propri impegni, come i tassi di insolvenza dimostrano.

La politica monetaria europea, per molti versi inefficace e criticabile, è prossima ai tassi zero. Meccanismi barocchi e recessivi impediscono interventi diretti da parte della BCE a sostegno del debito pubblico: l’unico indebitamento che potrebbe crescere per sostenere l’economia, nel momento in cui il settore privato affronta volente o nolente una fase di deleverage.

Il paradosso europeo, ed italiano in particolare, è racchiuso in questi due vincoli: da un lato il settore privato non è in grado di accrescere l’indebitamento, dato che non è in grado di far fronte a quello esistente per il calo delle entrate derivanti dall’attività economica (e sarebbe imprudente affidarsi a nuovi debiti per pagare altri debiti); dall’altro prevalgono politiche economiche che – a differenza di quanto avvenuto negli Usa – impediscono all’unico soggetto in grado di rilanciare l’economia, ossia al settore pubblico, di spendere mediante debito o emissione di moneta.

In questa situazione, le politiche fiscali restrittive contribuiscono a far saltare le imprese, incapaci di affrontare gli impegni finanziari con le vendite in forte calo. Vengono meno in tal modo le entrate fiscali e crescono gli interventi a sostegno delle imprese e delle famiglie (cassa integrazione in deroga, tagli al cuneo fiscale, ecc.) e il debito che doveva scendere aumenta. Ma aumenta nel modo peggiore, con il calo del pil (-1,8% nel 2013 dopo il -2,6 dell’anno scorso).

Tutto quello che poteva essere fatto di sbagliato è stato fatto. E’ giunto il momento che i tecnocrati lascino ai cittadini la responsabilità delle decisioni di politica economica. Peggio non si potrà fare di certo.

giovedì 26 dicembre 2013

Krugman e il tasso di partecipazione

Secondo il BLS, l'istituto statunitense specializzato nelle statistiche del lavoro, nel prossimo decennio il tasso di partecipazione della forza lavoro, ovvero il rapporto tra chi è disposto a lavorare (o lavora) sul totale della popolazione in età lavorativa, sarà destinato a scendere dal 63,7% del 2012 al 61,6.

Tendenzialmente non vi è quindi speranza che possa ritornare sui livelli pre-crisi, come auspicato da Paul Krugman per poter considerare conclusa la crisi del 2007.

Il calo sarà imputabile soprattutto alla fascia giovanile della forza lavoro. La decisione di presentarsi sul mercato del lavoro calerà dal 55 a meno del 50% (era il 66% nel 1992). E' augurabile che tale evoluzione dipenda da una più estesa frequentazione delle aule scolastiche.


Se questa tendenza verrà confermata il tasso di partecipazione non potrà costituire un valido indicatore per decretare il successo  o meno delle politiche economiche statunitensi, come alcuni osservatori (soprattutto europei) sembrano sostenere per screditare quanto avviene al di là dell'Atlantico. Nel tasso di partecipazione subentrano infatti numerosi fattori, da quelli demografici alle politiche di immigrazione, dalla propensione agli studi dei giovani al ciclo economico che vive il paese.

Molto più significativo sarà ed è il tasso di disoccupazione, magari quello che include gli sfiduciati e coloro che sono costretti ad accettare un lavoro part time in mancanza di meglio. E quest'ultimo indicatore è attualmente al 13,2% (contro il 7 ufficiale). 


Ma i disoccupati, ufficiali e sfiduciati, stanno diminuendo e contemporaneamente l'occupazione sta crescendo. E coloro che si affidano al tasso di partecipazione per sostenere che le statistiche non riescono a cogliere del tutto coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro dovrebbero prima spiegare come sia possibile che la gente rinunci proprio quando l'occupazione sta crescendo. E l'occupazione negli Usa è cresciuta di quasi 7,5 milioni dal punto più acuto della crisi, assorbendo 4,5 milioni di disoccupati ufficiali. Gli altri 3 milioni sono necessariamente giunti dagli sfiduciati o dalle nuove leve della forza lavoro.


Si può sempre fare di più e meglio. E gli economisti americani hanno tutte le ragioni per sostenere le politiche economiche più opportune per assorbire al più presto la disoccupazione. Meno accettabile è vedere gli europei criticare gli Usa, quando qui non si fa nulla per sostenere la crescita.

giovedì 19 dicembre 2013

Investimenti Pubblici negli Usa

Riporto alcuni grafici presi dal report del CBO dedicato agli investimenti pubblici federali americani.

Investimenti pubblici federali per finalità di impiego, distinti tra quelli destinati alla difesa e quelli non militari.



Evoluzione degli investimenti pubblici dal 1962 al 2012



Investimenti pubblici in Ricerca & Sviluppo non militare


martedì 17 dicembre 2013

Perché serve una banca centrale soggetta al governo

Un articolo di Keynes Blog.

Su questo argomento ero intervenuto un anno fa con un  post intitolato La tecnocrazia della BCE

Diminuisce il numero delle Multinazionali in Italia, ma cresce l'occupazione

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Le imprese a controllo estero presenti in Italia censite dall’Istat nel 2011 erano 13.527.  Meno di 9.900 operavano nei servizi e quasi 3.700 nell’industria. Rispetto ad un anno prima sono diminuite del 1,6% (-1,3 nell’industria).

L’occupazione in tal modo offerta riguardava poco meno di 1,2 milioni di persone, in crescita rispetto al 2010 dell’1,1% (-0,7 nell’industria).

Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2007-08. Rispetto ad allora hanno lasciato il nostro paese oltre il 6% delle imprese a controllo straniero, con conseguente calo  dell’occupazione del 5,4%.


Le multinazionali pur essendo solo lo 0,3% delle imprese residenti in Italia, assicurano il 7,1% dell’occupazione e generano oltre il 16% del fatturato complessivamente prodotto dalle imprese presenti sul territorio nazionale. 

La quota del valore aggiunto tra il 2007 e il 2011 passa dal 12 al 13,4% (era meno dell’11 nel 2005).

La quota di spesa in Ricerca &  Sviluppo  è di poco inferiore a 1/4 di quella realizzata in Italia dal totale delle imprese .


Sono imprese che mediamente occupano 76 persone se operano nei servizi contro i 3 della media nazionale (e i 43 se ci si limita alle aziende di servizi con più di nove addetti). L’occupazione media delle imprese estere operanti nell’industria è di 121 contro i 5 della media nazionale e i 37 delle imprese con più di nove addetti.

I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano quasi l’80% delle imprese estere e l’85,6% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (15,2%) e la Germania (14,7).

Quasi tutti i principali paesi hanno ridotto la loro presenza in Italia nel corso del 2011:  del 5,4% la Spagna (che tuttavia incrementa l’occupazione del 5,9%), del 3,7% la Svizzera (ma + 4,1 l’occupazione), del 2,1 la Germania (-0,2 gli occupati) e dell’1,4 le multinazionali USA (+4,3 l’occupazione).

Rafforzano la propria presenza solo il Giappone (il 6% di imprese in più, ma solo +0,2 l'occupazione) e il Regno Unito (che con un incremento dell’1,4% delle imprese amplia l’occupazione di circa il 15%).

Si inverte infine il fenomeno registrato nel 2010 della crescita delle imprese “lussemburghesi” (da +12,4 a -0,6% nel 2011) e ciò è sufficiente per far “sparire”  quasi 1/3 dei dipendenti; ciò dimostra non solo che probabilmente sono società italiane estero vestite, ma che l’idea di una tassazione più favorevole è solo un’illusione se viene a mancare il fatturato (per le lussemburghesi quasi -40% rispetto al 2010). In questa situazione non v’è paradiso fiscale che tenga.

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

lunedì 16 dicembre 2013

Un italiano su tre è a rischio povertà

Fonte: Istat

Imprese Manifatturiere all'estero, costo del lavoro 1/3 in meno

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2011, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,4% di quella presente sul territorio nazionale, realizzando il 17% del fatturato conseguito in patria.

Tra le aziende manifatturiere, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,5% di quelle censite  in Italia e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente del 20,6% degli addetti nazionali. Il fatturato delle filiali estere era il 21,7% di quello realizzato sul territorio nazionale.

Rispetto al 2010, le imprese che hanno attività e stabilimenti all’estero sono diminuite dell’1,8%. Il calo è stato particolarmente forte nell’ambito dei servizi non finanziari (-4,1%). Più leggero ma comunque in discesa il numero delle imprese manifatturiere presenti all’estero (-0,7). Aumenta invece il numero delle  imprese delle costruzioni impegnate al  di fuori dei confini nazionali (+3%). Notevole  infine  l’espansione delle società finanziarie (+6,9%).

Nonostante il calo delle aziende manifatturiere all’estero, i dipendenti sono cresciuti dell’8,1%, innalzando la dimensione media da  115 a 125 dipendenti.

Anche il settore dei servizi non finanziari accresce l’occupazione all’estero (+7%), nonostante una azienda su 25 abbia rinunciato a svolgere la sua attività  oltre confine. La dimensione media passa da 38 a 42 addetti.

 Il contrario avviene tra le imprese di costruzione, che pur aumentando di numero hanno ridotto  l’occupazione all’estero del  13,5% (la dimensione media scende da 94 a  79).

Il settore finanziario, nonostante l’exploit, ha aumentato l’occupazione solamente dell’1,7%, riducendo la dimensione media delle rappresentanze estere da  165 a 159 addetti.

Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 6,4%, elevando la dimensione media delle filiali da 73 a 78 addetti.

Fonte: Istat


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 73,7% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane (un punto più rispetto al 2010), dando lavoro ad oltre il 78% degli occupati stranieri impegnati in questo settore. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  stato mediamente di 26.383 euro, un terzo in meno di quello sostenuto in media nel 2011 dalle aziende manifatturiere italiane (39.606 euro).

Tra i principali paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere italiane vi è la Tunisia, ove il costo del lavoro per addetto è di 4.280 euro annui.

La Cina, con il 9,4% delle aziende italiane all’estero, conta il 10,4% dell’occupazione, grazie ad un costo annuo del lavoro per addetto di 5.776 euro.

Segue l’India (il 2,4% delle filiali estere con il 2,5% dell’occupazione), ove il costo del lavoro è di 6.184 euro.

La Romania accoglie il 17,6% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero, ma solo il 9,4% dell’occupazione, con una dimensione media di 67 addetti per azienda. Il costo del lavoro per dipendente è di 6.325 euro l'anno.

Nove dei 15 paesi più importanti hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano oltre il 40% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a poco meno della metà  di coloro che sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso se confrontato con la Francia (55.230 euro), con gli Stati Uniti (49.200 euro), con la Germania (48 mila) e con il Regno Unito (45.100).  Infine anche il costo del lavoro  spagnolo (44 mila) è di oltre l’11% superiore a quello medio delle aziende manifatturiere in Italia.


domenica 15 dicembre 2013

Bilanci 2011 Imprese dei Servizi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2011, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in aumento dello 0,1% su un anno prima. Il fatturato è stato di 1.613  miliardi, in crescita dell’1,1%.

Gli acquisti sono aumentati leggermente meno di quanto è stato fatturato per i servizi espletati, assorbendo il 74,4% dei ricavi (74,8% nel 2010).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è  risultato in crescita di quasi mezzo punto percentuale, al 25,6% del fatturato.

Il costo del lavoro è aumentato solamente dell’1,5%, quale effetto combinato di un aumento dei dipendenti dello 0,8% e un aumento del costo per dipendente dello 0,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato sale dal 12,7 al 12,8%.

Detratto il costo del lavoro dal valore aggiunto, il margine operativo lordo (MOL) aumenta dal 12,5 al 12,9%, con un incremento in termini assoluti del 3,8%.

E’ stato poi sufficiente ridimensionare gli altri oneri della gestione (-7,1%) per conseguire una crescita dei profitti del 15,4%, pari a poco meno del 7% del fatturato.



Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (-1,7% sul 2010), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,7 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 36% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  più di 40 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 485 mila di euro (+0,9% sul 2009). Sale a 9,4 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a meno di 180 mila per le piccole aziende o le ditte individuali.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese, dove rasenta il 29%, e scende al 24 tra le grandi.

Il costo del lavoro nelle piccole aziende di servizi si ferma  al 7,8% dei ricavi e sale al 15,5 tra quelle più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 35.100 euro annui (nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 23.500). Per il settore nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco inferiore ai 31 mila euro.

Nelle piccole aziende di servizi, il minor costo del lavoro compensa più che ampiamente il minor fatturato, consentendo un margine operativo lordo per addetto superiore a quello delle aziende maggiori, pari a 21.700 euro (contro i 18.700 delle aziende con più di 9 addetti).


Nel 2011, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 4,1% del fatturato, contro il 3,2 delle grandi, sebbene in termini assoluti spendano solo 4.300 euro per addetto, contro i 7 mila delle aziende più grandi.  
Gli investimenti delle piccole imprese pesano il 42% degli investimenti complessivi, mentre le altre aziende contano per il restante 58%.

L’eterogeneità dei servizi (dal commercio al minuto alle catene distributive, dagli avvocati e i notai a tutti coloro che esercitano un’attività individuale,  dal sistema bancario e finanziario alle grandi aziende di telecomunicazione o della sanità privata, ecc.) rende difficile effettuare comparazioni significative sia all'interno che all'esterno del settore.

sabato 14 dicembre 2013

Bilanci Imprese Costruzioni 2011, Occupati decimati (-9%)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2011 sono sparite oltre 17.200 imprese del settore delle costruzioni, cancellando circa 163 mila posti di lavoro. Le imprese sopravvissute sono poco più di 590 mila (-2,8% sul 2010) ed occupano meno di 1,7 milioni di persone (-9%). Mediamente sono attività costituite da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Pur essendo più numerose delle imprese industriali (di oltre 1/3), fatturano solo il 17% delle stesse, vale a dire poco più  di 200 miliardi di euro. Le vendite sono scese del 3%.

Le spese per i materiali sono parallelamente calate, assorbendo il 71% delle fatturato.

Il valore aggiunto è sceso sostanzialmente in linea con il fatturato, potendo così confermare la quota del 2010, ovvero il 29% del vendite.

Il costo del lavoro, dopo essere  stato drasticamente tagliato nel 2010 (-10,8%) è sceso nell'anno successivo di un altro 5%, quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti dell’8,7% e un aumento del costo per dipendente del 4%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 16,6  al 16,3%.

In tal modo, il margine operativo lordo (MOL) pur diminuendo dell’1,3% sui livelli del 2010  riesce ad aumentare dal 12,5 al 12,8% del fatturato.

Anche gli altri oneri relativi alla gestione sono stati tagliati (-4%) e permettono al settore delle costruzioni di aumentare gli utili del 5,8%. 



Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 590 mila imprese di questo settore hanno fatturato poco più di 340 mila euro, che scendono sotto i 180 mila per quelle con meno di 9 addetti, ma salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni, probabilmente orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  superano i 30 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 2 occupati)  sono il 95% ed occupano quasi i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma costituiscono  solamente il 50% del mercato.
Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono meno del 5% ed occupano 1/4 del personale, con un fatturato leggermente migliore della quota rappresentata dall’occupazione.  

Le imprese con oltre 50 addetti (in media meno di 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano oltre 1/5 del mercato delle costruzioni.


Il fatturato scende sia per le piccole (-3,2) che per le medie imprese edili (-5,4), mentre resta sostanzialmente invariato per le grandi.

Il valore aggiunto si salva solo tra le piccole imprese (dal 30 al 31% del fatturato), grazie ad un calo del valore degli acquisti (-4,7) superiore alle vendite, segnalando forse un orientamento verso materiali di minor pregio. Tra le medie, il calo del fatturato è superiore al calo degli acquisti. Ne risente il valore aggiunto che scende dal 30 al 29%. Tra le grandi, infine, il valore degli acquisti aumenta nonostante la stagnazione delle vendite. Il valore aggiunto scende dal 26 al 24,5% del fatturato.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato raddoppia dal 12 al 23% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende al 17 tra le grandi imprese, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (47.500 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a poco più di 27 mila euro (il 42,5% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie imprese). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco superiore a 33 mila euro.

Tutte le imprese hanno ridotto il costo complessivo del lavoro mediante lo sfoltimento dei dipendenti (dal -7,7 delle piccole al 10% delle medie, passando dall’8,5 delle grandi).

Il MOL delle piccole imprese edili, che mediamente contano su un solo collaboratore, sfiora il 19%. Nelle imprese più strutturate scende al 6,5 tra le medie e a poco più del 7% tra le grandi.


venerdì 13 dicembre 2013

Manpower: il calo dell'occupazione in Italia proseguirà anche nei prossimi tre mesi


The Economist ha ripreso il sondaggio effettuato trimestralmente da Manpower presso gli imprenditori sulle loro intenzioni di accrescere o ridurre l'occupazione. In Italia coloro che nei prossimi tre mesi pensano di diminuire l'occupazione superano del 10% quelli che ritengono di poterla aumentare.

Ed ora tutti a festeggiare la fine della recessione. Quando si ha la faccia come il c...

Bilanci Imprese 2011: Il giusto mix delle Medie Imprese Industriali

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2011 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano oltre 443 mila (+0,3% sul 2010) ed hanno conseguito un fatturato complessivo di quasi 1.190 miliardi di euro (+7,8%).

Gli acquisti di materie prime e dei servizi intermedi per l’attività produttiva sono parallelamente aumentati del 9,4%, assorbendo il 79% delle vendite (77,8% nel 2010).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è pertanto sceso dal 22,2 al 21% del fatturato.

Il costo del lavoro è aumentato del 2%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti dell’1,5% e un aumento del costo per dipendente del 3,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 13,1 al 12,4%.

Detratto dal valore aggiunto il costo del lavoro, il margine operativo lordo (MOL) scende dal 9,1 all’8,6% del fatturato, con un incremento in termini assoluti dell’1,7%.

Il drastico rallentamento del Mol (nel 2010 era aumentato quasi del 37%) ha indotto le imprese a tagliare gli altri oneri della gestione (-3,3%) e permette di limitare il calo dei  profitti al 7,3% del fatturato, registrando una crescita in termini assoluti del 2,7%  sul 2010.



Struttura e indicatori di competitività

Le 443 mila imprese del settore industriale occupano oltre 4,2 milioni di persone (-1,7% sul 2010), con una media di 9,5 addetti per azienda.

Le imprese fino a 19 addetti (in media 4 occupati per azienda) sono il 92,6% del settore industriale ed occupano il 37,7% delle persone.  Il loro fatturato vale il  17,5% delle vendite complessive.

Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 50 persone) sono il 7,1%, occupano il 37,3% del personale e fatturano quasi il 38% delle vendite complessive. 

Le imprese con oltre 250 addetti (in media quasi 750 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono il 25% dell’occupazione e realizzano il 44,6% del fatturato del settore industriale.



Il fatturato per dipendente è mediamente di quasi 327 mila di euro (+9,4% sul 2010). Tale rapporto sale ad oltre 500 mila per le grandi imprese (oltre i 250 addetti), mentre scende a 200 mila per le piccole (meno di 20).
Il fatturato medio per singola impresa è tuttavia sceso del 5,5% tra le piccole ed è aumentato dell’8,5 tra le medie e del 17,2 tra le grandi.

L’incidenza del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese (26%) e scende al 22 tra le medie e al 18 tra le grandi. Queste ultime,  nonostante la forte crescita del fatturato, subiscono un calo del valore aggiunto dell’1,8%, mentre rimane sostanzialmente invariato per le piccole e aumenta del 6,7 per le medie aziende.

Il costo del lavoro pesa di più sulle piccole imprese (14,4% del fatturato) e scende al 14 tra le medie e a poco più del 10% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (50.900 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 28.700 euro (il 43,6% in meno delle grandi e il 30% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco oltre i 40 mila euro.


Nelle piccole imprese ogni dipendente in media lavora quasi 1700 ore l’anno (l’1,2% in più che nelle medie e il 4,2% in più che nelle grandi). 
Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate da ogni dipendente sono state oltre 1.666.

Nel 2010, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 4,7% del fatturato, contro il 3,1 delle grandi e il 2,7 delle medie, sebbene in termini assoluti spendano solo 6.200 euro per addetto contro i 7.800 delle medie e i 15.500 delle grandi.  
Gli investimenti delle piccole imprese contano per oltre ¼ degli investimenti complessivi del settore industriale, mentre le grandi pesano per oltre il 40%.

Nel complesso, le grandi imprese conquistano quote di mercato, ma a scapito dei margini e nonostante un taglio del 2% dei dipendenti.

Le medie imprese hanno reagito con il giusto mix: guadagnano quote di mercato senza pregiudicare i risultati aziendali e salvaguardando i livelli occupazionali. Sono quelle che aumentano il Mol per più del 12% (-5,5 tra le grandi), anche  se ciò non si riflette sul rapporto mol per dipendente per la difficile situazione ereditata dal 2010.

Le piccole imprese sono quelle che risentono di più dell’accresciuta concorrenza, che preannuncia la crisi dell’anno successivo (il pil cadrà del 2,6%).  Salvano i margini  solo lasciando a casa il 3,2% dei dipendenti.