sabato 29 dicembre 2012

Liberismo a corrente alternata e asili nido bolscevichi

“Per diminuire in modo significativo la spesa pubblica, e quindi consentire una flessione altrettanto rilevante della pressione fiscale, è necessario ridurre lo spazio che lo Stato occupa nella società, cioè spostare il confine fra attività svolte dallo Stato e dai privati”.

Così inizia l’intervento del duo Alesina & Giavazzi sul “Corriere della Sera”  del 27 dicembre. Peccato che una riduzione equivalente della spesa pubblica e delle entrate fiscali ha – nel migliore dei casi – un effetto nullo: non cambia il deficit pubblico, non riduce il debito e non stimola la crescita economica. Anzi, se si tenesse conto del moltiplicatore della spesa pubblica l’effetto sarebbe negativo, sia sulla domanda che sul rapporto debito/pil.

Che cos’è il moltiplicatore? Il Fmi ha dovuto riconoscere che i tagli alla spesa pubblica hanno un effetto negativo maggiore di quanto ipotizzato. La riduzione di un euro può portare ad una caduta del pil di  1,50 euro, che si può tradurre in minor occupazione, minori redditi e minor entrate fiscali, generando un aumento tendenziale del deficit di bilancio e del rapporto debito/pil.

Il fine delle proposte del duo A&G non è quindi la riduzione del deficit o del debito pubblico, ma la mera e semplice riduzione dell’intervento pubblico. Ma un intervento di questo tipo, al di là degli effetti sulla contabilità nazionale, non è neutro: ridurre la spesa pubblica (non gli sprechi, si badi bene!) significa tagliare i servizi sociali ai cittadini più poveri e in difficoltà. Mentre la riduzione della pressione fiscale andrebbe a vantaggio anche dei più ricchi, che contribuirebbero meno alle spese sostenute dalla collettività. Una manovra di questo tipo, oltre che dannosa per il paese, sarebbe socialmente ingiusta.

Né vale il luogo comune che una riduzione della pressione fiscale sui redditi più elevati stimolerebbe l’economia, dato che la propensione al consumo dei più ricchi -  essendo più bassa dei ceti meno abbienti – si tradurrebbe in una minore domanda rivolta alle imprese, rispetto a quanto avrebbe potuto fare un’analoga spesa pubblica. Infatti, secondo uno studio della Banca d’Italia, le famiglie più ricche spendono in media il 65% del proprio reddito contro il 100% delle famiglie più povere. E questo significa che una parte dell’aumento dei redditi, in seguito ad una riduzione della pressione fiscale, non si tradurrebbe in un parallelo aumento della domanda, ma in una crescita inferiore (di oltre il 20%, dato che la propensione media al consumo è di circa il 77%).

D’altra parte, il maggior risparmio delle famiglie più ricche non implica un aumento della propensione ad investire.  Innanzi tutto perché gli investimenti sono decisi dalle imprese e non dai singoli individui. I quali potranno sicuramente veder crescere i loro conti bancari, senza che ciò comporti maggiori investimenti delle aziende. In secondo luogo, anche ammesso che la maggiore liquidità presente nel sistema finanziario si traduca in una riduzione dei tassi di interesse, non è detto che le imprese siano disposte ad investire se – nel frattempo – vedono scendere il grado di utilizzo degli impianti esistenti per il calo della domanda, pubblica e privata. Sicché quella liquidità resterebbe di fatto inutilizzata. Ed anche ammesso che la riduzione dei tassi possa indurre ad aumentare gli investimenti delle imprese, tanto varrebbe agire sulla politica monetaria, la quale non aggraverebbe   le condizioni sociali che conseguono ad una riduzione della spesa pubblica.

Ma quali sono le proposte del duo? Sono le stesse descritte nel loro editoriale del 23 settembre sul “Corriere” e che ho commentato il giorno dopo su questo blog. Con una novità: per loro il programma di Monti è troppo statalista (non ridete, non è una battuta).

giovedì 27 dicembre 2012

Le ultime mosse di questa classe dirigente

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Polillo, il sottosegretario all'economia  del governo Monti, sull’Huffington Post ritorna su ciò che è un suo chiodo fisso: la produttività.

E’ sua convinzione che “un maggior impegno individuale sul lavoro” si traduca “in un maggior benessere individuale”.

A parte il fatto che, salvo rare eccezioni,  non vi è alcun legame evidente che un maggior impegno individuale sia premiato e riconosciuto dalla controparte, la quale può semplicemente acquisire i miglioramenti apportati dai lavoratori tra i propri redditi, senza che sia violato alcun accordo contrattuale o norma legislativa, i dati di fatto dimostrano semmai il contrario.

Tra il 1975 e il 2000 la produttività per dipendente passò da 72 a 121 (media 1970-2011=100), ossia aumentò del 67,5%, ma la quota dei redditi da lavoro sul pil scese dal 51 al 39%. Ovviamente i redditi reali per dipendente nello stesso periodo aumentarono del 36,4%. Ma siamo ben lontani dall’apporto dato dai lavoratori (individualmente o collettivamente). E vi è da credere che anche quell'incremento arrivò soprattutto grazie alle mobilitazioni dei lavoratori e all’impegno delle organizzazioni sindacali, inclusa la Cgil (bersaglio preferito di questo governo come di quello precedente).

Viceversa, dopo il 2000, la produttività smette di crescere. Ma la quota dei redditi da lavoro sul pil risale al 42,3%.



Ovviamente non si può concludere che per aumentare la quota riservata ai lavoratori bisogna essere degli “sfaticati”. Ma la tesi di Polillo, in apparenza ragionevole, non ha alcun fondamento. Nemmeno teorico, dato che - nonostante citi Marx e Sraffa -  non ne desume le conclusioni:  la spartizione di quanto è prodotto non è il frutto della mano invisibile, ma dei rapporti di forza economici e sociali.  

A partire dalla fine degli anni ’70 l’attacco portato avanti contro i redditi dei lavoratori (vedi l’abolizione scala mobile), sia dal padronato che dalla classe politica che ne rappresentava gli interessi (dalla Dc al Psi), si è tradotto  in un trasferimento di risorse dal lavoro ai profitti.  

Ciò che è successo invece nell’ultimo decennio, non è il frutto di una ripresa della forza economica e sociale dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, le quali sono anzi state ulteriormente indebolite dal padronato e dai governi mediante le discriminazioni ai danni della Cgil.

La ripresa della quota dei redditi da lavoro avviene in un contesto di crescita zero (tra il 2000 e il 2011 il pil aumenta solamente del 4,2%, ossia mediamente dello 0,4% all’anno), a causa della stagnazione della domanda (le retribuzioni reali annue per dipendente crescono in media proprio dello 0,4), che blocca la crescita del pil, che arresta la produttività e che permette ai redditi da lavoro di recuperare quote sul pil.

Ed è per questa ragione che con i governi Berlusconi (e i ministri Brunetta e Sacconi) inizia la nuova fase che punta a dividere i lavoratori, nel tentativo di invertire queste dinamiche. Le vicende della Fiat e di Marchionne ne sono la forma più evidente, da estendersi a livello generale, demandando alla contrattazione aziendale la regolazione dei salari e degli stipendi (e da qui il richiamo di Polillo all’impegno individuale del lavoratore), sapendo che in tal modo il padronato eserciterà il ricatto occupazionale, al fine di  contenere il costo del lavoro e recuperare per questa via quote di profitto. 

Il punto debole di questa strategia, che punta ad aggravare le condizioni di lavoro, è che mentre non risolleva la domanda interna (perché l’aumento della produttività non si trasforma in un aumento dei redditi dei lavoratori), potrebbe essere inefficace anche per conquistare i mercati esteri, dato che la crisi che coinvolge l’Europa deprime la crescita della maggioranza dei paesi della zona euro (e dato che una svalutazione non è più possibile, non rimane altra via che comprimere il costo del lavoro, ma aggravando ulteriormente la crisi). Al di fuori della zona euro,  le esportazioni si confrontano con le produzioni dei paesi emergenti che possono contare su costi del lavoro incomparabili con quelli occidentali.

Va quindi sì aumentata la produttività, ma sarebbe folle pensare di ottenere questo risultato – ferme restando le attuali strutture tecnico-produttive – semplicemente riducendo le pause, alzando i ritmi produttivi e invocando impegni lavorativi che non vengono riconosciuti.

Non vi può essere crescita se non si faranno investimenti non solo produttivi, ma in ricerca e sviluppo e  innovazioni di prodotto. Le imprese che Polillo cita alla fine del suo intervento resteranno appunto casi isolati, se non cambia la mentalità (e il personale) di una classe imprenditoriale che, al momento,  sta solo giocando il tutto per tutto con le ultime carte che le sono rimaste in mano.

martedì 18 dicembre 2012

Calo della presenza delle multinazionali in Italia (ad eccezione di quelle lussemburghesi?)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Le imprese a controllo estero presenti in Italia censite dall’Istat nel 2010 erano 13.741. Più di 10 mila operavano nei servizi e oltre 3.700 nell’industria.
Rispetto ad un anno prima sono diminuite del 2,9% (4,6 nell’industria).

L’occupazione in tal modo offerta riguardava poco meno di 1,2 milioni di persone, in calo rispetto al 2009 del 3,1% (4,8 nell’industria).

Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2007-8. Rispetto ad allora hanno lasciato il nostro paese il 4,4% delle imprese a controllo straniero, con conseguente calo  occupazionale del 6,5%.



Le multinazionali pur essendo solo lo 0,3% delle imprese residenti in Italia, assicurano il 6,8% dell’occupazione (7,1 nel 2007)  e generano oltre il 16% del fatturato complessivamente prodotto dalle imprese presenti sul territorio nazionale.

La quota del valore aggiunto tra il 2007 e il 2010 passa dal 12 al 13,1% (era l’11% nel 2003).

La quota di spesa in Ricerca & Sviluppo  è di poco inferiore a 1/4 di quella realizzata in Italia dal totale delle imprese (pari al 0,68% del pil).

Sono imprese che mediamente occupano 73 persone se operano nei servizi contro i 3 della media nazionale (e i 43 se ci si limita alle aziende di servizi con più di nove addetti). L’occupazione media delle imprese estere operanti nell’industria è di 121 contro i 6 della media nazionale e i 36 delle imprese con più di nove addetti.

I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano quasi l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Germania (15,3%) e la Francia (15,1%).

Tutti i principali paesi hanno ridotto la loro presenza in Italia nel corso del 2010:  dell’8,7% i Paesi Bassi (-2,1 l’occupazione), del 6% l’Austria (-1,4 l’occupazione),  del 4,7 il Regno Unito (che ha falcidiato l'0ccupazione di oltre il 12%) e  del 4,2% gli Usa e la Francia.

Rafforzano la propria presenza solo il Giappone (il 6,7% di imprese in più, ma solo +0,5 l'occupazione) e il Lussemburgo, che formalmente installa nel nostro territorio il 12,4% in più di imprese rispetto al 2009 e accresce del 10,8% l’occupazione. E' tuttavia lecito il sospetto che si tratti di un semplice trasferimento della sede sociale di imprese italiane nel Granducato per ragioni fiscali.

domenica 16 dicembre 2012

Gli sfasciacarrozze

A proposito dell'editoriale di Angelo Panebianco sul "Corriere della Sera" di oggi, vedremo chi saranno gli sfasciacarrozze: se i critici degli attuali assetti europei o "gli acritici laudatori".

Se la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea, non sarà per colpa di chi mette in discussione delle istituzioni poco rappresentative che hanno l'innata capacità  di suscitare fastidio e repulsione per questa Europa, ma proprio di chi - nel nome dell'Europa - non fa che riproporre e accentuare gli squilibri e le disuguaglianze all'interno dell'unione.

D'altra parte, è curioso che chi invoca l'uscita dall'euro, rigettando provvedimenti come il fiscal compact, sia definito uno sfasciacarrozze, mentre la Gran Bretagna, che ha detto "un secco no al fiscal compact", sia giustificata nel nome dei suoi interessi. 
Com'è che quando sono gli inglesi ad opporsi, il loro atteggiamento è legittimo, mentre non lo è per chi usa gli stessi argomenti  in Italia?

A chi pensa che l'Italia abbia il problema dei conti pubblici, ricordo che quest'anno avremo un deficit di bilancio del 2,9% (e un avanzo primario del 2,6), mentre il deficit della Gran Bretagna sarà del 6,2%. 
E se è vero che il loro debito pubblico è poco sotto il 90%, contro il 126,5% dell'Italia, l'indebitamento del settore finanziario (che più volte è stato accollato ai contribuenti, tanto nel Regno Unito quanto in Italia) supera abbondantemente il 200% (91,6% in Italia).

Non esiste quindi la terza via che Panebianco va cercando. Non si può restare in questa Europa, e soprattutto nell'euro, senza accettare il fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione. O si accetta o ...  si è fuori.

Potrebbe essere un processo lungo e doloroso, ma alla fine - se si persisterà con queste assurde politiche di austerità e con queste istituzioni assai poco democratiche - l'Europa come oggi la conosciamo si dissolverà. E sarà a causa dei veri sfasciacarrozze: gli acritici laudatori.

sabato 15 dicembre 2012

Voci isolate dalla Svizzera


Sul “Corriere del Ticino” di oggi, Alfonso Tuor scrive:
È ormai un’opinione abbastanza diffusa che l’aumento delle disuguaglianze sociali nei Paesi occidentali abbia contribuito in maniera significativa all’attuale crisi economica. Basti ricordare che la crisi ha preso avvio con i cosiddetti mutui subprime, ossia le ipoteche concesse a famiglie che non erano in grado di onorarle e rimborsarle. È pure evidente che l’aumento della disoccupazione e le politiche di austerità seguite da molti Paesi europei stanno colpendo in modo pesante i ceti medi e bassi e, quindi, accentuando le differenze. Eppure, se si eccettuano alcuni tentativi negli Stati Uniti e in Francia, questa problematica stenta a tramutarsi in proposte politiche concrete. Ciò non sorprende, poiché vi sono opinioni diverse sia sulle cause di questo fenomeno sia soprattutto sulle politiche per uscire dalla crisi.
Per alcuni l’aumento delle disuguaglianze è la conseguenza delle innovazioni tecnologiche. Per altri, a questo fattore bisogna aggiungerne altri. In primo luogo, la crescente apertura dei mercati e la conseguente concorrenza dei Paesi a bassi salari, che ha favorito i processi di delocalizzazione di molte produzioni e che ha soprattutto frenato l’incremento dei salari; in secondo luogo, il ruolo sempre maggiore del settore finanziario, che ha favorito l’accumulazione di grandi ricchezze da parte dei ceti più abbienti. In altre parole, coloro che volevano spendere non avevano soldi e hanno teso ad indebitarsi sempre più, mentre coloro che hanno visto la loro fortuna moltiplicarsi non avevano una voglia altrettanto grande di spendere. (…)


venerdì 14 dicembre 2012

Tremonti senza pudore

E' veramente incredibile vedere certi personaggi "indignarsi" perché i capi di stato o di governo esteri esprimono le loro preferenze in occasione delle prossime elezioni politiche italiane, paventando "fascismi bianchi", ossia la dittatura della finanza, quando loro stessi sono stati complici e silenti in occasione della lettera della BCE al governo italiano nell'estate del 2011.
Stia tranquillo il sig. Tremonti: non c'è bisogno della sua invocazione all'indipendenza o alla dignità nazionale. Questa è stata venduta sotto il governo Berlusconi, quando Lei era ministro del Tesoro.
Quello era il momento di indignarsi e respingere l'ingerenza di un organismo "tecnico" nelle  competenze di un governo che, come non dimenticate mai di ripetere, era stato votato dai cittadini.
Non ricordo, in quella occasione, la sua voce alzarsi e denunciare l'inammissibile sopruso. Ricordo invece come  Lei annunciò le misure fiscali ed economiche varate dal governo, di cui faceva parte, sostenendo i provvedimenti "richiesti dalla BCE".
Ieri sera, a "Servizio Pubblico", il programma di Michele Santoro su La7, Lei ha fatto appello all'intelligenza degli italiani. Non sarebbe male se facessero appello anche alla memoria. 

mercoledì 12 dicembre 2012

Spese in R&S

Fonte: Eurostat e Istat

Le spese in ricerca e sviluppo (R&S) effettuate dall'Italia nel 2010 erano in rapporto al pil meno della metà di quelle tedesche e del 40% più basse rispetto alla media della zona euro .

La quota 2011 delle imprese italiane in R&S era  inferiore al 60% di quella complessiva, contro i 2/3 delle imprese tedesche (nel 2010).

Significativo il contributo delle nostre università (il 28,6%), per altro in calo a causa dei tagli dei fondi, se messo a raffronto con il 2008 (30,5%).



lunedì 10 dicembre 2012

Italia, povertà al 28,4%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

In un solo anno, tra il 2010 e il 2011, i poveri in Italia sono cresciuti di quasi quattro punti percentuali, dal 24,6 al 28,4%.

In particolare, le famiglie che non sarebbero in grado di far fronte a spese impreviste di 800 euro sarebbero passate dal 33,3 al 38,5%. 

Le vacanze sono un lontano ricordo per quasi una famiglia sue due.

Quelle che sono in arretrato nei pagamenti del mutuo, dell’affitto, delle bollette o di altri debiti superano il 14% (+1,3 punti)

Sono quasi raddoppiate quelle che non riescono a fare un pasto adeguato almeno ogni due giorni (dal 6,7 al 12,3%)

Oltre ad avere difficoltà ad alimentarsi in maniera decente, vi è anche la possibilità che non siano in grado di riscaldare adeguatamente l’abitazione: capita quasi ad una famiglia su cinque (il 17,9%). L’anno precedente coinvolgeva poco più di una su dieci (11,2%).

 
Indicatori disagio
% famiglie
2010
2011
Non riesce a sostenere spese impreviste di 800 euro
33,3
38,5
Non può permettersi una settimana di ferie in un anno lontano da casa
39,8
46,6
Avere arretrati per mutuo, affitto, bollette o altri debiti
12,8
14,1
Non riesce a fare un pasto adeguato almeno ogni due giorni
6,7
12,3
Non riesce a riscaldare adeguatamente l’abitazione
11,2
17,9

Aggiornando il grafico sulla povertà in Europa pubblicato il 3 dicembre scorso, emerge che l'Italia, tra i principali paesi a cui solitamente facciamo riferimento, ha il maggior numero di poveri sul totale della popolazione dopo la Grecia, precedendo sia la Polonia che la Spagna.


Tra il 2007 e il 2010, la quota di reddito percepita dal 20% delle famiglie più povere è scesa dall'8,4 all'8%.

Quanto perso dai meno abbienti è stata guadagnato dal 20% delle famiglie più ricche, che accrescono la loro fetta dal 37 al 37,4%.  All’interno di queste, l’1% più ricco (*) ha dovuto “restituire” tra il 2007 e il 2009 lo 0,5% del reddito complessivo al restante 19%, che nel periodo precedente (tra il 2004 e il 2007) aveva subito una limatura di 0,6 punti a favore del top 1%.

 Il ceto medio, ossia il 60% delle famiglie incluse nelle fasce mediane di reddito,  riesce  a mantenere il 54,6% del reddito complessivo.


(*)Fonte: The World Top Incomes Database

domenica 9 dicembre 2012

La tecnocrazia della BCE

Mario Draghi, presidente della BCE, in un discorso in Ungheria ha chiarito molto bene la posizione antidemocratica dei liberisti:
1)     la banca centrale non deve rispondere al potere politico
2)     la spesa pubblica è per definizione improduttiva.

Il mito dell’indipendenza della banca centrale, ossia che non debba rispondere ai governi democraticamente eletti, in nome di una presunta superiore gestione “tecnica” dell’economia, presuppone che vi sia una, e una sola, politica economica.

Non è così. Non c’è nessuna legge divina che prescrive cosa fare nelle varie fasi del ciclo economico. Vi sono invece chiare visioni alternative che possono ispirare gli interventi di politica monetaria.
La visione neoliberista considera la banca centrale come un elemento di disturbo per il sistema economico. La sua azione deve pertanto limitarsi al minimo indispensabile, e precisamente nel controllo della moneta, al fine di evitare che si crei inflazione. Altro non le è consentito.
La visione keynesiana, al contrario, propugna una banca centrale attiva nel contrastare gli eccessi del ciclo economico, mettendo in atto politiche espansive nelle fase di contrazione e politiche restrittive quando l’euforia prenda il sopravvento.

L’idea di Draghi e dei liberisti che la banca centrale debba essere indipendente, ossia che non debba rispondere alle istituzioni politiche democraticamente elette (e non stiamo parlando delle “audizioni”, ove  il più delle volte vanno a  giustificare il governo – alla faccia dell’indipendenza),  richiama l’idea antidemocratica che la banca centrtale non debba rispondere, con le opportune iniziative di politica monetaria, agli orientamenti di politica economica scaturiti da un percorso elettorale che ha coinvolto la maggioranza dei cittadini. E’ una banca centrale che si arroga una superiorità e una neutralità che non solo non è dimostrata, come abbiamo visto, ma che si può contrapporre alle politiche di un governo democraticamente eletto. E’ una banca centrale che non è al servizio del proprio paese e che tende ad instaurare un  proprio potere privo di qualsiasi legittimità, politica e teorico-culturale.
Ciò non vuol dire che vadano nominati gli “amici”. Le persone chiamate a guidare la banca centrale devono essere ovviamente competenti e moralmente oneste. Ma devono essere pronti a realizzare – per quanto di loro competenza – nel migliore dei modi possibili  gli obiettivi di politica economica delineati dal governo in carica. Non si guida una nave con due comandanti: la sala macchine deve rispondere alle indicazioni che arrivano dagli ufficiali di rotta; se fa ostruzionismo od opposizione, la nave non va da nessuna parte; se poi si arriva al punto che è la sala macchina ad imporre la rotta, si abusa di una posizione nevralgica per crearsi un potere illegittimo, non convalidato da alcun percorso democratico. Si crea una tecnocrazia autoreferenziale, che non risponde a nessuno. Mentre sarebbe opportuno che, se non si condivide l’orientamento del governo in carica, il presidente della banca centrale dia le dimissioni o sia sostituito.

Che vi siano orientamenti diversi di politica monetaria – e non una legge divina superiore a tutti iscritta sulla pietra -  se ne ha evidenza da come è stata gestita la crisi in Europa e negli Stati Uniti.
La Bce, impregnata da una cultura liberista e anti-statalista, si è disinteressata della recessione, perseguendo esclusivamente il fine ideologico della riduzione dell'intervento pubblico, aggredendo il welfare dei paesi finiti sotto l’attacco dei mercati finanziari.
La Fed, invece, ha tenacemente perseguito la ripresa dell’attività economica del paese ed ha accompagnato le politiche di bilancio del governo in carica. Negli  Stati Uniti sarebbe inimmaginabile che Bernanke, il presidente della Fed, possa scrivere una lettera ad Obama in cui gli intima di ridurre il deficit pubblico o che ponga delle condizioni per esercitare il ruolo di prestatore di ultima istanza che compete alla banca centrale.

E questi sono stati i risultati delle due politiche economiche e monetarie adottate per fronteggiare la crisi (grafici aggiornati il 18 dicembre 2013):





La presunta superiorità tecnocratica della Bce ha peggiorato la situazione economica dell’area dell’euro, ha esteso la disoccupazione in alcuni paesi ai livelli degli anni ’30 e ha messo a rischio la sopravvivenza dell’euro. Sono politiche sbagliate. Si può convenire che Draghi sia stato nominato dai governi conservatori e di destra, in maggioranza in Europa. E di questo se ne assumono la responsabilità politica. Ma la struttura tecnocratica che presiede la BCE (e il resto delle istituzioni comunitarie) devono essere profondamente riviste e orientate a percorsi democratici.  L’alternativa è che l’Europa sia succube di una tecnocrazia, priva di qualsiasi legittimità.

*   *   *

Il furore ideologico contro la spesa pubblica è arrivato a un limite non più sopportabile. Vengono diffuse idee triviali, prive di fondamento, come se fossero verità evidenti. Sostenere, come ha detto Draghi, che la spesa pubblica è improduttiva è palesemente falso.
Il CBO, l’organismo indipendente del Congresso americano dedicato alle politiche di bilancio, e il FMI hanno constatato che la spesa pubblica ha un effetto moltiplicativo superiore ad uno. Vale a  dire che ogni euro o dollaro speso genera una crescita del reddito nettamente superiore, anche del 50%, e che per questa via può crescere la domanda e l’occupazione.

Salvo i casi patologici dell’Italia e di qualche altro paese, ove vi possono essere sprechi e distrazione di denaro pubblico (che vanno affrontati penalmente e politicamente, altrimenti abbiamo la classe politica che ci meritiamo), resta il fatto che la domanda pubblica svolge un ruolo fondamentale, ancor più della politica monetaria, per contrastare la crisi e la disoccupazione. 

Nel momento in cui il settore privato non vede convenienza ad investire, vi sono solo due possibilità: o si lascia che il paese si avviti in una spirale recessiva, che impoverisce la maggioranza della popolazione mediante la disoccupazione e la riduzione dei redditi reali, o si contrasta veramente la crisi economica, con una forte iniziativa pubblica che rilanci la domanda e gli investimenti, di cui per altro l’Italia avrebbe bisogno, viste le condizioni in cui sono ridotti gli ospedali, le scuole e la situazione idrogeologica del paese.

Dalla crisi si esce con più spesa pubblica, non con meno.
Meno spesa pubblica significa minor redditi per le famiglie, minor domanda per le imprese, più disoccupazione e povertà.

mercoledì 5 dicembre 2012

Alcune domande ai VSP

Ieri sera a Ballarò, quando il segretario della Fiom Landini chiedeva al  governo un intervento più deciso a proposito della Fiat, tenendo conto del fatto che la casa torinese è stata ampiamente aiutata dallo Stato, il sottosegretario Polillo rispondeva che non poteva intervenire  perché era stata aiutata in passato, ma non ora.
Incredibile. Anziché farsi forza degli aiuti pubblici che la  Fiat ha ricevuto e chiedere ora di restituire il favore al paese, questo governo è incapace di prendere per il bavero Marchionne ed impegnarlo ad investire in Italia. L’idea liberista che guida il governo Monti, Passera, Fornero e Polillo è forse

chi ha avuto, ha avuto;
chi ha dato, ha dato;
scurdámmoce 'o ppassato?

Quando Landini gli ha fatto notare che negli Stati Uniti l’Amministrazione Obama ha finanziato il salvataggio delle case automobilistiche e lo stesso ha fatto il presidente francese Hollande, allorché la Peugeot ha annunciato la chiusura di uno stabilimento, Polillo ci ha tenuto a far sapere che loro hanno ricapitalizzato il Monte dei Paschi (MPS).

Quando Landini ha chiesto un intervento analogo per i casi Fiat e Ilva, Polillo ha fatto la classica domanda che fanno “le persone molto serie” (VSP): con quali soldi?

Ecco: con quali soldi il governo ha ricapitalizzato la banca senese? La  risposta è inevitabilmente o con le tasse o con il debito.
Ma in base a quale logica  sarebbe lecito tassare o indebitarsi per il MPS e non lo sarebbe per i casi Fiat  e Ilva o per i servizi pubblici  come la sanità, la scuola o la difesa idrogeologica del suolo?

Salvo i liberisti fondamentalisti, per i quali lo Stato non deve intervenire punto e basta (e chi se ne frega se ci sono i disoccupati, se perdiamo pezzi di industria, se in tal modo ci impoveriamo portando l’Italia in un inesorabile declino economico - altro che “fermare il declino”), i VSP ci direbbero che 1°) la spesa pubblica è eccessiva e va ridotta; 2°) che il sistema bancario va salvato per evitare guai ancora peggiori.


La balla del welfare che non possiamo più permetterci
Incominciamo col dire che la spesa pubblica al netto degli interessi è sempre stata inferiore alle entrate pubbliche. Dal 1992 ad oggi, mediamente abbiamo conseguito ogni anno  un avanzo primario di 31 miliardi di euro. Vale a dire che in questi 21 anni le politiche di bilancio hanno sottratto dalle tasche dei cittadini 650 miliardi in più di quanto siano ritornati in termini di servizi e investimenti pubblici.

A questo punto i VSP tirerebbero in ballo gli sprechi, i privilegi e tutto quello che si può dire di male sulla “casta”. Cose tutte vere.
Peccato che in questi vent’anni  tutto si è tagliato o si è fatto pagare ai cittadini -  i posti letto negli ospdeali, i servizi sociali,  le rette, i ticket, gli aumenti dell’iva,  delle accise sui carburanti o sul riscaldamento, le addizionali regionali, provinciali e comunali,  l'Imu, finanche la carta igienica a scuola -  tranne che tagliare le pensioni d’oro, i vitalizi, le spese militari (ivi inclusi gli F35 e le missioni all’estero) e gli sprechi e le inettitudini di una classe politica predatoria, arruffona ed incapace.

C’è chi ha il coraggio di venir a dire che una pensione di 30 - 40  - 90 mila euro al mese è un diritto acquisito, che non si può toccare, ma nello stesso momento impone per legge a tutti gli altri di andare in pensione con un assegno da fame dopo i 70 anni.

Se è un diritto acquisito, è un diritto altrettanto legittimo dello Stato tassare del 50 o del 75 o anche del 90% chi ha stipendi o pensioni oltre una certa soglia, perché è un principio sacrosanto di giustizia sociale che chi ha di più deve contribuire in misura maggiore.
Se quelle pensioni, dopo l’intervento fiscale, fossero portate anche a 40 mila euro annui resterebbero ancora generose, dato che la maggioranza vive con meno di mille euro al mese (e magari si avrebbero anche i soldi per alzarle ad un livello dignitoso per un paese civile).

La verità è che in tutti questi anni, ed è sotto gli occhi di tutti (anche se molti fanno finta di non vedere),  si è usata la foglia di fico della lotta agli sprechi per tagliare i servizi pubblici  e chiedere  sacrifici esclusivamente ai ceti più deboli, stando ben attenti a tutelare i più ricchi, siano essi politici, burocrati, banchieri o manager.

Lo dimostrano i dati della distribuzione dei redditi  in Italia, ove la quota sul totale del reddito nazionale dell’1% più ricco passa dal 7,8 del 1992 al 9,4% del 2009.  Analogamente, il 10% più ricco ha visto salire la propria quota dal 29,8 al 33,9%, ed è collocata sui massimi anche rispetto al precedente picco del 1975.

Si dimostra inoltre che l’assurda politica di riduzione delle imposte sui redditi più elevati non solo è ingiusta, ma che la tesi secondo la quale si sarebbe favorita la crescita perché avrebbe spronato a produrre di più è una emerita panzana, dato che tra il 1975 e il 1983, quando la quota dei redditi più elevati scese dal 31,2 al 26,3%, il pil crebbe ad un tasso medio annuo del 3,1% e che nel periodo successivo, quello in cui la quota dei top è tornata ad aumentare, il tasso medio di crescita del pil è sceso all’1,9%.


Quando i liberisti e i ripetitori di luoghi comuni capiranno che comprimere la spesa pubblica significa comprimere i redditi del settore privato e che le loro politiche colpiscono proprio quelli più in difficoltà e i più poveri, sarà sempre troppo tardi. Nel frattempo, dopo vent’anni di sacrifici, gli sprechi e i privilegi sono rimasti lì dov'erano e forse sono pure aumentati.


Con quali soldi

I VSP, ovvero le “persone molto serie”, o che si credono tali, sono sempre pronte a chiedere con quali soldi dovrebbero essere fatti gli investimenti pubblici o dove dovrebbero essere presi per salvaguardare i già modesti servizi sociali.
Salvo poi scoprire che per ricapitalizzare MPS sono stati trovati senza batter ciglio dai 2 ai 4 miliardi di euro.

Com’è che per le banche, le spese militari, le pensioni e gli stipendi d’oro i soldi ci sono sempre e per tutti gli altri no?
Sia ben chiaro, evitare fallimenti a catena del sistema bancario è fondamentale per la sopravvivenza del sistema. Ma non si può venire a chiedere dove trovare i soldi e poi farli saltare fuori non appena una banca, a causa di errate politiche espansive, si ritrova in difficoltà, senza che i manager responsabili rispondano delle loro azioni e siano pure pagati profumatamente per lasciare il loro posto.

I soldi per MPS arrivano inevitabilmente da un maggior indebitamento o dalle tasse richieste ai cittadini. Sarebbe allora lecito chiedersi se i soldi dei contribuenti debbano servire per finanziare le banche o non piuttosto per erogare i servizi essenziali di cui l’Italia  ha tanto bisogno.

Così come sarebbe lecito chiedersi a quale logica risponda una politica monetaria che dall’alto del suo scranno pontifica di “riforme”, ovvero di altri tagli ai servizi sociali, ma trova sensato dare 270 miliardi alle banche italiane all’1% per acquistare titoli emessi dallo Stato al 4-5%.
Qual è la logica se non quella di favorire la speculazione finanziaria, a scapito dei cittadini costretti a finanziare con i loro sacrifici il pagamento degli interessi sul debito, posseduto per lo più dallo stesso sistema bancario nazionale e internazionale.
Non sarebbe stato forse più logico un acquisto diretto da parte della BCE dei titoli pubblici allo stesso tasso di interesse applicato al sistema bancario?

E come sono saltati fuori  i 270 miliardi alle banche italiane, se non stampando moneta?
Ma non era meglio finanziare la spesa pubblica per molto meno di 270 miliardi? Il deficit del 2012, dato esclusivamente dagli interessi, sarà infatti di 45 miliardi, sei volte meno!
Perchè sarebbe sbagliato utilizzare gli stessi soldi dati alle banche per le spese sociali? 

I VSP sanno spiegarci perché sarebbe giusto emettere moneta per 270 miliardi, ma non per 50 miliardi?

martedì 4 dicembre 2012

Un intervento di Emiliano Brancaccio sulla crisi dell'euro

Intervento alla Conferenza MMT Calabria Europa (30 novembre 2012)
di Emiliano Brancaccio

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
(...)

In quel che segue mi limiterò ad accennare solo ad alcuni degli snodi concettuali e delle questioni aperte riguardanti la “modern money theory” (MMT), la “teoria della moneta moderna”, definita anche “teoria monetaria moderna”.
La prima questione verte sul concetto di “novità”. E’ lecito definire la teoria monetaria moderna una novità assoluta nel campo della teoria economica? Io credo di no: la teoria monetaria moderna non rappresenta un inedito. La mia posizione riflette per certi versi quella dell’economista canadese Marc Lavoie (2011). Secondo Lavoie le proposizioni chiave della teoria monetaria moderna possono essere ricavate dagli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana; in particolare, dalle versioni di quegli schemi dette del “circuito monetario”, che in Italia hanno avuto una certa diffusione grazie soprattutto al contributo dell’economista Augusto Graziani (2003).
Va ricordato, inoltre, che la teoria monetaria moderna eredita dalla più ampia tradizione dei filoni di pensiero economico critico una tesi cruciale, direi attualissima: una economia capitalistica di mercato, lasciata a sé stessa, non è in grado di garantire stabilmente la piena occupazione del lavoro e delle altre forze produttive esistenti, né nel “breve” né nel “lungo periodo”. Tra le numerose implicazioni di questa tesi vi è l’idea che il finanziamento monetario della spesa pubblica, a date condizioni, può determinare aumenti duraturi della produzione fisica e della stessa capacità produttiva, con effetti sull’inflazione che solo per caso risulterebbero proporzionali all’entità del finanziamento monetario della spesa.
Credo sia utile ricordare che questa tesi trova un rigoroso fondamento di teoria dei prezzi relativi e della distribuzione negli sviluppi della cosiddetta teoria della produzione, alla quale, tra gli altri, Leontief e soprattutto Sraffa hanno dato fondamentali contributi (cfr. Pasinetti 1975; Kurz e Salvadori 1995; Petri 2004). In particolare, è proprio alla luce della teoria della produzione che la tesi suddetta e le sue implicazioni possono essere estese al cosiddetto “lungo periodo”, e le obiezioni di Krugman (2011) alla MMT possono quindi essere efficacemente criticate.
(...)
In un interessante documento a supporto della teoria monetaria moderna, leggo che «nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo» (Mosler et al. 2012). Ora, intendiamoci bene: se questo vuole essere un modo per criticare l’odierno assetto capitalistico mondiale, che induce interi paesi a deflazionare l’economia e a creare disoccupazione interna nello strenuo tentativo di gareggiare sui mercati internazionali, io apprezzo le buone intenzioni. Al tempo stesso, però, credo che questa modalità di avanzare la critica all’assetto vigente sia potenzialmente fuorviante.
Sotto questo aspetto, c’è un punto della teoria monetaria moderna che appare ancora opaco, e che rischia di rivelarsi debole se non viene meglio approfondito: si tratta dei rapporti che un paese sovrano ha con il resto del mondo, che vengono sinteticamente espressi proprio dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni, e più in generale della bilancia dei pagamenti verso l’estero.
A me pare che su questo punto alcuni elementi di debolezza della MMT emergano non solo nei documenti di propaganda, inevitabilmente limitati dalle necessità della sintesi, ma anche in contributi accademici caratterizzati da un livello di raffinatezza superiore: per esempio, quando uno dei più autorevoli esponenti della teoria monetaria moderna sembra suggerire che la soluzione chiave per gestire i problemi di bilancia dei pagamenti risiede in un tasso di cambio flessibile (Wray 1998). Ebbene, io non credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Mi spiego.
L’obiettivo principale della MMT è di fare in modo che un paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. Alcuni esponenti della MMT parlano in questo senso dello stato come “occupatore di ultima istanza” (Wray, cit.), proponendo così una feconda parafrasi del concetto di “prestatore di ultima istanza” di Bagehot. Prendendo spunto da Leontief, invece, personalmente credo che un programma per la piena occupazione dovrebbe farsi carico di alcuni problemi tipici della pianificazione, tra cui l’esigenza di intervenire sugli squilibri strutturali fra i territori. Per questo preferisco parlare dello stato come “occupatore di prima istanza”. Tali differenze però possono essere affrontate anche a un secondo livello di analisi. L’idea preliminare della MMT, di finanziare con moneta la spesa pubblica, è a mio avviso corretta e condivisibile. Tuttavia, è necessario soffermarsi sul fatto che tale politica farebbe aumentare anche le importazioni dall’estero. Ed è difficilmente contestabile che tale aumento delle importazioni potrebbe creare problemi rilevanti alla bilancia dei pagamenti e, più in generale, all’intera struttura del sistema produttivo nazionale. Problemi che vanno ben al di là delle scelte intorno alla mera gestione del tasso di cambio e alla stessa sovranità monetaria.
Gli italiani, i latino americani, gli stessi britannici, sanno benissimo, per esperienza diretta, che i problemi di bilancia dei pagamenti non possono essere gestiti tramite la mera dinamica del cambio. Anzi, dal punto di vista del nesso tra bilancia dei pagamenti e sovranità, al pari e anche più rapidamente della deflazione interna, un cambio flessibile può ridurre il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere e può dunque diminuire, anziché aumentare, il grado di sovranità. Ecco perché in passato, in Italia, in America Latina e in Gran Bretagna, anche in periodi di fluttuazione dei cambi, venivano evocati e talvolta venivano anche realizzati dei programmi detti di “sostituzione delle importazioni”: cioè dei programmi più o meno protezionistici, di limitazione dei movimenti di capitali, di disciplinamento degli investimenti esteri e, laddove necessario, di controllo dei movimenti di merci.
Verrebbe a questo punto da chiedersi per quale motivo alcuni esponenti statunitensi della MMT tendono a sottovalutare questi problemi, e talvolta arrivano per questa via a giudicare in termini acriticamente ottimistici gli stessi investimenti diretti esteri. Questo in un certo senso è un paradosso, se si considera che il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato adoperato, in molti casi storici, proprio per scongiurare la perdita di sovranità che può derivare dalle acquisizioni estere. In una fase in cui il tema dell’inserimento di capitali esteri negli assetti proprietari e di controllo sembra travalicare l’ambito degli ultimi asset strategici in mano pubblica e arriva a lambire persino il sistema bancario, sarebbe bene fare molta più chiarezza, su questo punto. Ma se mi dilungassi qui pure su questi aspetti finirei per prendere troppo tempo.
Ciò che conta stabilire immediatamente, in questa sede, è che la teoria e la storia ci dicono che se davvero si vuol ripristinare un certo grado di sovranità – e a fortiori di sovranità democratica - allora la bilancia dei pagamenti verso l’estero diventa una variabile cruciale. Ed è opportuno aggiungere che per controllare questa variabile bisogna passare per forza tra Scilla e Cariddi: o si attua un coordinamento internazionale tra paesi, oppure si attuano forme più o meno stringenti di protezionismo finanziario e  commerciale, oppure ancora si realizza una combinazione tra le due opzioni. Le scelte sui cambi fanno senz’altro parte del problema ma di certo non lo esauriscono, né possono esser considerate l’aspetto decisivo.
E qui veniamo alla questione politica fondamentale. E’ la questione della scelta tra una strategia di profonda revisione del palinsesto della moneta unica e del mercato unico europeo da un lato, e una strategia alternativa, che sia basata non soltanto sullo sganciamento dalla moneta unica ma anche, se necessario, su una revisione critica del mercato unico europeo. In Italia e altrove, come voi sapete, si stanno formando due fronti, su questo tema. Curiosamente, noto che persino tra i sostenitori della teoria monetaria moderna sono emerse posizioni diversificate, a questo riguardo.
Ebbene, in un libro recente abbiamo provato a suggerire una via dialettica per cercare di affrontare questo decisivo snodo politico (Brancaccio e Passarella 2012). La nostra proposta parte da una serie di evidenze, che provo qui ad esporre in estrema sintesi.
Osserviamo in primo luogo che la “mezzogiornificazione” europea ha fatto registrare una forte accelerazione a seguito della crisi economica. I portatori degli interessi prevalenti, in Germania e nei paesi “centrali” dell’Unione, traggono grandi vantaggi, relativi e assoluti, da questo processo. La crisi ovviamente colpisce anche tali paesi, ma in termini comparati il suo impatto su di essi è più modesto, il che accresce la forbice rispetto alle aree “periferiche” dell’Unione. Basti guardare allo spread, non solo tra i tassi d’interesse ma anche tra le bancarotte aziendali e, soprattutto, tra i livelli di occupazione: dal 2007 al 2012 i paesi del Sud Europa hanno perso quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ha addirittura accresciuto l’occupazione di circa un milione e mezzo di unità. Ma c’è di più: la miscela di mezzogiornificazione e crisi, in ultima istanza, implica “centralizzazione” dei capitali nel senso di Marx, e di Hilferding (2011). Rilevo, a questo proposito, che a seguito della crisi gli indici azionari della Germania da un lato, e dei paesi del Sud Europa dall’altro, si sono chiaramente divaricati. La forbice, si badi bene, in termini relativi caratterizza anche il settore bancario. Questo aumento generalizzato della varianza dei valori azionari contribuisce a spiegare perché il rapporto tra investimenti diretti esteri netti e formazione lorda di capitale fisso della Germania verso l’Italia sia mutato di segno a cavallo del 2008-2009. Mentre nei primi anni dell’euro i proprietari tedeschi sono risultati venditori netti di capitale, dopo la crisi essi hanno nuovamente assunto il ruolo storico di acquirenti netti.
I dati insomma segnalano che siamo al cospetto di una tremenda accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali e di “egemonizzazione” tedesca dell’Unione europea. Un processo che ovviamente genera contraddizioni e conflitti, che a un certo punto potrebbero rivelarsi ingestibili. A tale riguardo, i portatori degli interessi prevalenti in Germania sanno che l’allargamento dei divari economici e i connessi meccanismi di centralizzazione dei capitali potrebbero a un certo punto rivelarsi politicamente insostenibili per le nazioni periferiche. Questi fenomeni dunque accrescono la probabilità di una deflagrazione della moneta unica europea. E’ interessante notare, sotto questo aspetto, che ai vertici delle istituzioni tedesche sembra piuttosto diffuso lo scetticismo intorno alla reale efficacia della strategia di riequilibrio deflazionistico a carico dei soli paesi debitori che viene perseguita dalla Banca centrale europea. In effetti, benché gli ultimi dati sugli spread e sulle bilance commerciali sembrano rinnovare le speranze tra le file degli ottimisti (cfr. Congiuntura Ref. 2012), allo stato dei fatti ritengo anche io, con molti altri, che vi siano tuttora valide ragioni per  nutrire forti dubbi sulla tenuta futura dell’eurozona (...).
Sarà forse la memoria del fallimento delle politiche di Bruning, o magari un sussulto di “cattiva coscienza” politica, ma in Germania sembrano in effetti più consapevoli di noi della difficoltà di aggiustare gli squilibri intra-europei a colpi di deflazione nei paesi debitori. Ecco perché le autorità tedesche non nascondono di attendersi una crescita delle tensioni politiche future, e una ulteriore accentuazione della fragilità dell’eurozona. Non è un caso, del resto, che abbiano messo in conto prima di tutti l’eventualità di una sua deflagrazione. La forza dei tedeschi, ai tavoli delle trattative europee, deriva anche da questa capacità di anticipazione degli eventi. E’ evidente cioè che essi sono già pronti a sostenere i costi di una implosione della moneta unica, anche perché dal tracollo potrebbero trarre persino dei vantaggi ulteriori: infatti, come abbiamo cercato di mostrare, il solo mutamento dei rapporti di cambio tra le valute non frenerebbe il processo di centralizzazione in atto, ma anzi potrebbe addirittura intensificarlo (Brancaccio e Fontana 2011).
L’unica vera paura che agita i portatori degli interessi prevalenti in Germania è che una eventuale crisi della moneta unica sia accompagnata anche da una crisi del mercato unico europeo. Essi cioè temono che i paesi periferici siano a un certo punto tentati dall’adozione di soluzioni di tipo “neo-protezionistico”, sui mercati finanziari ed anche sui mercati delle merci. In Germania discutono animatamente di questo pericolo, poiché sanno che il processo di egemonizzazione tedesca dell’Unione europea subirebbe una pesante battuta d’arresto se venisse messa in discussione la libera circolazione dei flussi finanziari e delle merci. Il dibattito interno alle associazioni imprenditoriali, in Germania, ci pare emblematico in questo senso.
Una volta che si tenga conto di tutti questi elementi, diventa a nostro avviso ragionevole tentare di tratteggiare una linea d’azione politica. La nostra proposta, in questo senso, si dispiega lungo due traiettorie interconnesse, e può essere sintetizzata nei seguenti termini.
Da un lato, ai tavoli delle trattative europee, le autorità italiane e degli altri paesi periferici dell’Unione dovrebbero riunirsi intorno a un progetto organico di riforma dell’Unione monetaria europea, che si proponga di affrontare alla radice, in termini strutturali e non assistenzialistici, gli squilibri tra le economie del continente. I contributi alla definizione di un piano sostenibile di riforma, in questo senso, sono già numerosi (cfr. per esempio il Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, nonché la www.letteradeglieconomisti.it del 2010; si veda anche la proposta di “standard retributivo europeo”, in Brancaccio 2012b).
Dall’altro lato, per far sì che simili progetti non siano destinati alla critica roditrice dei topi, è indispensabile che le autorità di quegli stessi paesi dichiarino esplicitamente che, se in Europa non dovesse farsi largo una generale volontà riformatrice nel senso indicato, il rischio che esse reagiscano non solo con una uscita dall’euro ma anche con una svolta di tipo neo-protezionista, dovrà ritenersi concreto.
Questa, a nostro avviso, è l’unica carta politica di cui i paesi periferici reamente dispongono oggi in sede europea. Tale strategia, si badi bene, è valida in ogni caso: sia per indurre le autorità tedesche a riconsiderare l’entità dei costi di una eventuale deflagrazione, e quindi a non ostacolare una eventuale riforma dell’Unione, sia eventualmente per far sì che i paesi periferici si attrezzino al meglio per uscire da un’eurozona eventualmente irriformabile.
(...)
Beninteso, sappiamo tutti che fino ad oggi le autorità italiane e degli altri paesi periferici hanno agito in direzione esattamente opposta a quella che ho cercato qui di tratteggiare. Basti notare che negli ultimi mesi le redini degli esecutivi dei paesi periferici dell’eurozona sono state affidate ad alcuni tra i più risoluti fautori del liberoscambismo europeo. Sotto questo aspetto Mario Monti rappresenta l’antitesi ideale di una opzione neo-protezionista: egli mai si sognerebbe di evocarla in sede di trattativa, nemmeno di fronte alla prospettiva di una depressione di lungo periodo. E forse nemmeno di fronte a un assorbimento delle banche nazionali ad opera di capitali esteri. In questo senso, potremmo dire che il Professor Monti incarna una clausola di salvaguardia non solo e non tanto della moneta unica, ma anche e soprattutto del mercato unico europeo.
Il mondo però si muove, e la crisi avanza in fretta. Vale la pena di ricordare che la stessa Commissione europea ravvisa numerosi sintomi di revisione della politica del libero scambio già in varie parti del mondo (EU Commission 2012). Inoltre, è interessante notare che anche all’interno del mainstream svariati studiosi, tra cui Dani Rodrik (2011), hanno avviato una critica all’ideologia liberoscambista.
Il messaggio di fondo di questa nota è dunque il seguente: ci sono buoni motivi per ritenere che alle numerose critiche alla perdita di sovranità sulla moneta sia giunto il tempo di affiancare anche una critica più generale al liberoscambismo europeo.
In tal senso domando: la MMT è liberoscambista o neo-protezionista? La mia opinione è che la coerenza logico-politica della MMT richieda un impianto di tipo neo-protezionista. Per quel che mi è dato sapere, alcuni suoi esponenti la pensano così. Non tutti, però. O sbaglio?
Naturalmente, questo cruciale interrogativo dovrebbe porsi in ambito non solo scientifico ma anche e soprattutto politico. Per esempio, tutti i partiti eredi più o meno diretti della tradizione del movimento dei lavoratori dovrebbero prender coscienza, in Europa, che il liberoscambismo, in particolare il liberoscambismo di sinistra, deve essere abbandonato in fretta. Il rischio maggiore, invece, è che tali forze politiche scelgano di restare arroccate a tutti i costi in difesa dell’euro e del mercato unico (Brancaccio, Bragantini, Pianta 2012). Così facendo, tuttavia, esse lasceranno praterie sempre più vaste di potenziali consensi nelle mani di forme nuove di nazionalismo ideologico, e al limite di nuove formulazioni dell’orrida triade di suolo, sangue e razza. Con il tracollo del Pasok e l’ascesa di Alba Dorata, e con le incertezze della stessa Syriza sull’euro, la Grecia costituisce in questo senso l’immagine più nitida del possibile futuro europeo che tanti aborriscono ma che pochi, in questo momento, si preoccupano di scongiurare. Occorrerà lavorare molto, io credo, affinché l’Europa non si tramuti entro qualche anno in un laboratorio sociale in cui magari verificare, questa volta, che la tesi storiografica del fascismo quale mera “reazione” era sbagliata, e che aggregazioni di stampo neofascista possono in realtà espandersi anche nell’assenza totale di movimenti rivoluzionari di matrice comunista. Qualsiasi possibile apporto a questo durissimo lavoro che ci attende dovrà ritenersi, a mio avviso, benvenuto.

Versione riveduta e ampliata dell’intervento audio di Emiliano Brancaccio alla conferenza “MMT Calabria Europa” del 30 novembre 2012. L’autore ringrazia il blog http://vocidallestero.blogspot.it/ per l’aiuto nella fase di trascrizione. La riproduzione è consentita citando la fonte.

Bibliografia
Bagnai, A. (2012). Il tramonto dell’euro, Imprimatur editore, Reggio Emilia.
Brancaccio, E. (2012a), Quale austerità?, Il Sole 24 Ore, 13 maggio. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/05/13/botta-e-risposta-quale-austerita
Brancaccio, E. (2012b). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard, International Journal of Political Economy, vol. 41-1. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/09/14/lo-standard-retributivo-europeo-sullinternational-journal-of-political-economy/
Brancaccio, E., Bragantini, S., Pianta, M. (2012). Dibattito sull’euro e sulla crisi, Micromega, n. 5. http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2012/09/micromega-luglio-2012-brancaccio1.pdf
Brancaccio, E., Fontana, G. (2011), The Taylor Rule, the Solvency Rule and capital centralisation in a monetary union, Fmm Conference, Berlino, 28-29 ottobre.
Brancaccio, E., Passarella M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, Milano. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/04/lausterita-e-di-destra-2/
Congiuntura Ref. (2012). Cambiamenti della posizione competitiva dei paesi europei, anno XIX, n. 19, 13 novembre.
European Commission (2012), Ninth report on potentially trade restrictive measures.
Graziani, A. (2003). The monetary theory of production, Cambridge University Press, Cambridge UK.
Hilferding, R. (2011). Il capitale finanziario, Mimesis, Milano-Udine (orig. 1910).
Krugman, P. (1991). Geography and trade (trad. it. Geografia e commercio internazionale, Garzanti, Torino 1995).
Kurz, H., Salvadori, N. (1995), Theory of production, Cambridge University Press, Cambridge.
Lavoie, M. (2011). The Monetary and Fiscal Nexus of Neo-Chartalism: A friendly critical look, Department of Economics, University of Ottawa, October.
Mosler, W., Forstater M., Parguez A., Barnard P. (2012). Programma ME-MMT di salvezza economica per il Paese,  www.memmt.info.
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Rodrik, D. (2011). La globalizzazione intelligente, Laterza, Roma.
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