mercoledì 28 novembre 2012

Costo del lavoro estero per le multinazionali italiane -40%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2010, solo lo 0,5% delle società non finanziarie italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente all’8,3% di quella presente sul territorio nazionale, realizzando l’11,7% del fatturato conseguito in patria.

Le aziende manifatturiere con stabilimenti all’estero erano l’1,5% di quelle censite  in Italia ed occupavano l’equivalente del 18,7% degli addetti italiani. Il fatturato era il 16,3% di quello realizzato sul territorio nazionale.

Rispetto al 2009, le imprese che sono approdate all’estero sono aumentate del 3,8%. L’espansione è stata particolarmente forte nell’ambito dei servizi finanziari (+18,5%), ma notevole è stata anche la crescita nei servizi non finanziari (+4,4). Hanno invecce rinunciato alle attività estere lo 0,9% delle imprese manifatturiere.

Nonostante il calo delle aziende manifatturiere all’estero, i dipendenti sono cresciuti del 5,4%, innalzando la dimensione media da 108 a 115 dipendenti.

Il settore dei servizi ha ampliato l’occupazione del 5,6%, con una crescita da 37 a 38 addetti per azienda.

Il settore finanziario, nonostante l’exploit, ha aumentato l’occupazione solamente dell’1,6%, riducendo la dimensione media delle rappresentanze estere da 192 a 165 addetti.

Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 6,4%, elevando la dimensione media delle filiali da 71 a 73 addetti.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane  all’estero

Quindici paesi accolgono il 72,7% delle filiali estere italiane, dando lavoro a ¾ degli occupati stranieri. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  stato mediamente di 23.444 euro. In Italia, nel 2010, il costo del lavoro per dipendente era di 40.530 euro.  Sotto questa soglia vi è anche la Spagna (poco più di 40mila), che accoglie il 4,5% delle nostre attività manifatturiere estere e il 3,2% dell’occupazione di oltre frontiera.

La Cina, con l’8,3% delle aziende italiane all’estero, conta il 10,3% dell’occupazione, grazie ad un costo annuo del lavoro per addetto di 4.668 euro (1/10 di quello italiano).

Segue l’India (il 2,3% delle filiali estere con il 2,8% dell’occupazione), ove il costo del lavoro è di 5.645 euro.

La Romania accoglie il 17,3% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero, ma solo il 10,3% dell’occupazione, con una dimensione media di 69 addetti per azienda. Il costo del lavoro per dipendente non raggiunge i 6.100 euro l'anno.

Undici dei 15 paesi più importanti hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi la metà delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro al 53,7% di coloro che sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso se confrontato con quello degli Stati Uniti (oltre 52.500 euro), con la Francia (52 mila),  con la Germania (51.142) e con il Regno Unito (42.919). Tutti insieme accolgono meno di ¼ delle imprese italiane all’estero ed occupano poco più di 1/5 dei dipendenti stranieri.


domenica 25 novembre 2012

Scalfari e lo spread

Sembra che Scalfari si sia preso l’impegno di scrivere almeno una sciocchezza ogni domenica. Oggi si dedica allo spread. Per lui,

Lo "spread" è semplicemente un numero differenziale rappresentativo della fiducia con la quale è misurato il valore dei titoli di Stato. Se le finanze pubbliche di quello Stato non sono in ordine la fiducia nei suoi titoli diminuisce e lo "spread" aumenta, gli investitori stranieri fuggono (anche quelli italiani), le banche che hanno quei titoli in portafoglio vedono diminuire la loro solidità.

Andiamo allora a vedere chi ha il debito pubblico più elevato e quanto i mercati valutano la “fiducia” in termini di tassi di interessi richiesti per poter acquistare i titoli di Stato dei diversi paesi.

Quest'anno, secondo il FMI, il Giappone avrà un debito pubblico pari al 236,6% del pil, sul quale stanno pagando lo 0,74%. Gli USA sono al 107,2% e i tassi all’1,7. La Spagna, con un debito pubblico del 90,7%, è quella che paga più di tutti, il 5,6%.

Se vi sembra che le cose non tornino è perché condividete con Scalfari l’idea che lo spread rappresenti la fiducia dei mercati verso i conti pubblici.  Peccato che l'avanzo primario, ossia la differenza tra entrate e uscite pubbliche, al netto degli interessi sul debito, sarà nel 2012 dell’1,4% in Germania, la quale riesce a spuntare tassi dell’1,43%, mentre quello italiano sarà del 2,6  ma si vede costretta a pagare il 4,75%.

E’ evidente allora che lo spread è guidato da altri fattori, che non i conti o i debiti pubblici. Come dice molto chiaramente Gustavo Piga, economista per nulla estremista,  lo spread, è “il compenso richiesto per una possibile svalutazione”. E poiché l’Italia, la Spagna e la Germania hanno tutti la stessa moneta e non vi può essere svalutazione, lo spread indica il rischio che uno o più paesi escano dall’euro. Ad ottobre, in base ai differenziali dei tassi, i mercati ritenevano un simile evento probabile al 20% entro i successivi due anni, con una svalutazione implicita del 21% della “nuova lira”.

Come spiega Piga, gli spread “non sono dovuti (…) ai diversi debiti, né ovviamente ai crescenti debiti che caratterizzano tutti i paesi, quanto all’incapacità di segnalare credibilmente ai mercati che si sappia usare la politica economica per ripagarli. E ciò preoccupa i mercati non tanto perché temono un default di un Paese periferico, come la Grecia, cosa gestibilissima (di fatto il Fondo Monetario lo sta chiedendo da settimane), quanto perché temono un’uscita dall’area dell’euro”. Evento questo assai meno gestibile, in grado di “contagiare il resto dei Paesi in difficoltà”, fino al punto da innescare il meccanismo di autodistruzione dell’euro.
In poche parole, gli spread segnalano l’incapacità della politica economica nella gestione dei paesi europei. Con Monti siamo passati da una media di 519 del novembre 2011 a 476 del luglio scorso (-43 punti base). Gli altri 125, che conducono agli odierni 350, seguono l’annuncio di Mario Draghi di essere pronto ad acquistare i titoli dei paesi in difficoltà.  Ciò ha raffreddato gli ardori della speculazione finanziaria.
Ma non si potrà andare lontano con i soli annunci. E se per avere l’intervento della BCE si dovrà mettere mano, ancora una volta, a politiche di bilancio inique e recessive, il rischio di una uscita dall’euro non potrà che aumentare.

mercoledì 21 novembre 2012

ARRA, quando le politiche keynesiane funzionano

Fonte: Elaborazioni su dati US CBO

Il CBO, ossia l’organismo bipartisan del Congresso degli Stati Uniti che si occupa dei conti pubblici, ha reso noto gli effetti sull’occupazione e sul pil dell’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA)  del 2009, uno dei primi provvedimenti dell’Amministrazione Obama per contrastare la crisi economica e finanziaria scoppiata con il fallimento della Lehman Brothers.

Grazie a quei provvedimenti, che prevedevano aumenti di spesa in beni e servizi alle imprese, trasferimenti pubblici agli Stati e agli enti locali per le infrastrutture, nonchè il sostegno ai redditi individuali, la crisi economica americana è stata significativamente attenuata.

lunedì 19 novembre 2012

Clup e Produttività nella zona Euro

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Il Bollettino Mensile della BCE di novembre pubblica un articolo dedicato ai differenziali di inflazione tra i principali paesi dell’area euro, distinguendo tra due periodi, prima e dopo la crisi del 2008.

Tra le altre cose, sono riportate due tabelle, una per ciascuno periodo, che mostra i contributi alla crescita dei prezzi, calcolato sul deflatore del pil, rispetto a tre componenti: il costo del lavoro per unità di prodotto (clup), i margini di profitto e le imposte indirette. A sua volta il clup viene disaggregato nelle due componenti relative al costo del lavoro per occupato e nella produttività.



Partiamo dall’area euro. Il deflatore del pil è aumentato ad un media annua tra il 2002 e il 2008 del 2,1%. Vi hanno contribuito, secondo lo studio della BCE, per 0,7 il clup, per l’1% il margine operativo lordo (mol) e per 0,3 l’aumento delle imposte indirette.
Nel periodo successivo, i prezzi sono aumentati ad una media annua dell’1,3%, in seguito ad un contributo del clup dell’1,1%, del mol di 0,1 e delle imposte indirette di 0,2 (salvi gli arrotondamenti per la somma dei diversi fattori).

La prima superficiale considerazione che potrebbe essere fatta riguarda l’aumento dell’incidenza del clup, da 0,7 a 1,1 tra il primo e il secondo periodo. Ciò deriva dal fatto che il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato mediamente dell’1,2% all'anno tra il 2002 e il 2008 e dell’1,9 tra il 2008 e il 2012.

Ma che cos’è il clup?
E’ il rapporto tra il costo del lavoro totale (CLT) e la produzione Q:



Clup = CLT / Q



Il costo del lavoro totale, a sua volta, può essere definito come il costo medio per dipendente (CLd) per il numero dei dipendenti N.

Analogamente, la produzione Q può essere definita come la produzione media per dipendente  (Q/N) per il numero dei dipendenti. In formula:


Clup = CLd * N
            Q/N * N

Ovvero:

Clup = CLd
            Q/N

In altri termini, il clup è dato dal costo del lavoro per dipendente rispetto alla produttività degli stessi.

Ora, la BCE “semplifica” queste relazioni, trasformandole in addendi di voci che contribuiscono a spiegare la crescita del clup, con l’avvertenza che il segno meno apposto alla produttività indica in realtà una crescita della stessa che va a ridurre il costo del lavoro.

Ebbene, tra il 2002 e il 2008, abbiamo una crescita media annua del CLd del 2,2% che scende al 2,1% nel periodo successivo. Non vi è quindi nessuna particolare “crescita salariale” che possa accelerare i processi inflazionistici. Ciò che invece avviene è che il contributo della produttività alla riduzione dei costi passa da -1 a -0,2.
La riduzione della produttività, in un contesto in cui l'occupazione  nella Zona Euro si è ridotta da 150 a 146 milioni (-2,5%), è evidentemente imputabile al calo del produzione, ossia al pil. Tale riduzione deriva sia dalla crisi economica, sia dalle politiche recessive attuate in Europa, ed è quindi la causa principale del calo della produttività.



Il clup italiano
Dalle tabelle, che indicano i differenziali medi per periodo dei vari paesi rispetto alla Zona Euro, è possibile ricostruire ciò che è successo in Italia. Tenendo conto degli scostamenti si ha che nel periodo 2002-2008 il deflatore del pil è stato in linea con la Zona Euro (2,1), che il contributo del clup è stato leggermente superiore (0,8 anziché 0,7), così come le imposte indirette (0,4 anziché 0,3) e che il mol è cresciuto in linea con la media europea (1%). 
Nel periodo successivo, quello che va dal 2008 al 2012, i prezzi del pil crescono in media dell’1,1% (contro l’1,3 della Zona Euro), il contributo del clup sale al 2,5 (1,1 in Europa) , i margini unitari di profitto si contraggono di 1,6 punti e le imposte indirette continuano ad essere superiori alla media europea (0,4 anziché 0,2).


Anche qui può sorprendere come l’apporto del clup passi da 0,8 a 2,5 punti. Ma, come abbiamo visto, bisogna approfondire le cause di questo incremento.
Innanzi tutto il clup passa da una crescita media annua del 2,2 al 2,1%, mentre  il CLd rallenta  dal 2,1 all’1,5%. In altri termini,  il costo del lavoro per dipendente non solo cresce meno della media europea per entrambi i periodi, ma rallenta vistosamente. Ancora una volta, è la produttività a svolgere un ruolo fondamentale, in quanto se nel primo periodo era già moderatamente negativa (facendo in tal modo crescere il clup di 0,1), negli ultimi anni è fortemente peggiorata, innalzando il clup di 0,6 punti.

Tra il 2008 e il 2012, l’occupazione in Italia è scesa da 23,4 a 23 milioni (-1,8%), ma il pil è crollato del 5,5%. In queste condizioni, la produttività non può che peggiorare. Ma al calo del pil contribuiscono le politiche di austerità, che hanno tagliato i consumi reali delle famiglie del 3%  e  la domanda pubblica dell’1,3%; ma vi contribuisce  anche il crollo degli investimenti del 17,2%, con i macchinari che cadono dell’11,6%.

Non vi può essere crescita della produttività innanzi ad una situazione che combina il calo della domanda ad  impianti  sempre più obsoleti. Il che ci riporta alle responsabilità della classe dirigente di questo paese, sia essa politica o imprenditoriale.  



Il clup tedesco
In Germania, il tasso medio di crescita dei prezzi che compongono il pil passa dallo 0,8 all’1,1%. Il contributo del clup passa da negativo (-0,4) a positivo (+1,3). Viceversa il mol passa da +0,8 a -0,4. Le imposte indirette scendono da 0,3 a 0,2.
La variazione effettiva del clup nel primo periodo è negativa (-0,6%), quale risultato di una crescita del CLd dello 0,8%, più che compensato dalla crescita della produttività che abbatte il clup di 1,4 punti.
Negli ultimi anni, il clup aumenta in media del 2,3% all’anno, quale effetto di una crescita del CLd del 2% e una riduzione della produttività che si riflette in un aumento di 0,3 punti sul clup.


Il clup spagnolo
In Spagna, la crescita  media del deflatore del pil passa dal 3,7 all’1,1%. Il contributo del clup alla variazione dei prezzi tra i due periodi si azzera (da+1,6 a 0). Il mol si contrare da 1,8 a 1,3 e le imposte indirette vengono significativamente ridotte (da 0,3 a -0,2).
L’azzeramento nella crescita del clup, oltre che alla moderazione salariale (il CLd passa da +3,3 a +2,3), passa attraverso un aumento della produttività che riesce a comprimere il clup di 0,5 punti tra il 2002 e il 2008 e di ben 2,3 punti negli anni successivi.
In questo caso, l'aumento della produttività è stato ottenuto riducendo l'occupazione ad un tasso assai superiore al calo del pil. Ne hanno pagato le conseguenze i lavoratori, con il tasso di disoccupazione spagnolo che si impenna dal 9% del gennaio 2008 al 25,8 del settembre di quest'anno.  

sabato 17 novembre 2012

Le bischerate del "Sole 24 Ore"

Prima frase dell’editoriale di Guido Gentili su “il Sole 24 Ore” di oggi e subito parte con un luogo comune:
Politico o tecnico, nessun governo può realizzare la crescita “per decreto”.


Infatti, basta spostare l’occhio nelle colonne a fianco dell'editoriale e subito emerge un grafico che indica il livello della spesa pubblica per “Ricerca e Sviluppo”. Ovviamente, l’Italia è il "fanalino di coda".
Ora, quell'1,3% è lì ad indicarci la vergogna dei governi che si sono succeduti, che hanno tagliato i rami su cui cresce un paese. I tagli alla spesa pubblica sono i tagli al nostro futuro, anche quando  avvengono nella sanità, eliminando i posti letto (salvo poi indignarsi per lo spettacolo indecente per come vengono ridotti i pazienti, come documentato dal servizio sulle Molinette di Torino, trasmesso ieri sera dal programma “Piazza Pulita - Crack” da La7) o quando senza umanità si decurtano i fondi per i malati di SLA. Ma il futuro è defraudato anche quando si colpisce la scuola pubblica (salvo destinare i soldi pubblici alle scuole private) o i fondi per la ricerca (incentivando di fatto i migliori cervelli a lasciare il paese) o ancora quando si tagliano le spese per la cura e la manutenzione del territorio (salvo avere danni ancor più elevati per le alluvioni, tanto al nord quanto al centro o al sud del paese,  ogni volta che c'è un temporale un po' più forte del solito).

Ma la castroneria di Gentili sta nel fatto che quell’1,3% non è il frutto della bontà divina, né è caduto dal cielo. E’ stato deciso per legge.

Quindi, la crescita può essere realizzata proprio per decreto, se si vuole: basta stanziare i fondi per gli investimenti, per la ricerca e per un welfare degno di questo nome.
La crescita non viene perseguita dai governi tecnici o politici, perché si inseguono ideologie assurde come quelle liberiste, sempre pronte a denunciare gli sprechi, ma leste a tagliare i servizi sociali e a salvaguardare i privilegi della classe politica e dirigente di questo paese. La crescita non si realizza per legge, perché semplicemente non si vuole che lo Stato intervenga per ridurre la disoccupazione, dato che è funzionale al contenimento dei salari e degli stipendi. Ma le stesse forze padronali gridano a gran voce che lo Stato deve ridurre la tassazione sui redditi di impresa e non disdegna l’intervento pubblico quando si tratta di accollare le perdite alla collettività o quando combina affari con i peggiori gaglioffi politici, facendo ricadere i costi della corruzione e degli sprechi sui soldi pubblici e a danno dei cittadini.
Perché cambiare, quando la squadra di governo è quella ideale per continuare con questo sistema?

Un’altra chicca de “il Sole 24 Ore” di oggi è quella dedicata alla produttività. A pagina 2, si riporta un grafico che mostra l’andamento della produttività in Italia, ma questa non viene messa in relazione all’andamento del prodotto, sicchè si cerca di far passar subdolamente l’idea che l’Italia non cresca per colpa dei lavoratori.
Peccato che per avere la produttività vi debba essere necessariamente qualcosa da produrre. E se si vende meno, perché le politiche recessive comprimono la domanda interna (che comunque conta per l’80% della domanda aggregata), necessariamente si produrrà di meno (rispetto al 2007 l’Italia ha perso 1/4 della produzione industriale) e con il calo della produzione inevitabilmente ne soffre anche la produttività.




Si facciano politiche economiche di sviluppo e anti-recessive. Si scoprirà che con il ritorno della crescita potrà aumentare anche la produttività.
Un'altra perla la si trova poche pagine dopo, ove si sostiene che la soluzione per la crescita derivi dall'istruzione tecnica.





Su questo tema sono già intervenuto il 1° novembre, in occasione di un editoriale di Walter Passerini su "La Stampa". Qui, vorrei solo far notare che l'ultimo grafico a destra (ingrandito qui a fianco) smentisce clamorosamente le tesi del quotidiano confindustriale: se mai vi è stata una relazione significativa, questa è certamente venuta meno, dato che le due variabili (pil e iscritti tecnici) hanno preso andamenti del tutto indipendenti da molto tempo.

giovedì 15 novembre 2012

Il prezzo dell'oro è arrivato fine corsa?

Fonte: Elaborazioni su dati WGC

Nei dodici mesi terminanti a settembre, la domanda mondiale di oro, secondo il World Gold Council è scesa del 2,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Alla debolezza della domanda  ha corrisposto un blocco dell’estrazione mineraria (+0,3%) e un calo dell’oro riciclato (-3,2). Nel complesso, l’offerta scende dell’1,1%, sebbene permanga del 2,8% superiore alla domanda.
La produzione mineraria pesa per poco meno dei 2/3 dell’offerta complessiva.

domenica 11 novembre 2012

La matematica di Scalfari

Cosa si è costretti ad inventarsi pur di sostenere il governo Monti. Eugenio Scalfari, a proposito della luce in fondo al tunnel così tanto spesso evocata dal presidente del consiglio in merito all’economia italiana, nel suo editoriale su “la Repubblica” di oggi scrive:

 A parte una legittima differenza di punti di vista sull'andamento delle cose, c'è una cifra condivisa da tutti gli interlocutori di questo dibattito: l'andamento del Pil in Italia. Sarà del meno 2,4 o meno 2,3 quest'anno e meno 0,2 o addirittura in pareggio nel 2013. Il segno meno permane in tutti e due gli anni considerati ma tra l'uno e l'altro si registra un miglioramento di tre punti il che significa un aumento di circa 50 miliardi in cifre assolute. Non è molto ma neppure poco. Tre punti di Pil non sono una luce?

Dopo questa raffinatissima logica che sfugge a noi mortali, Scalfari è pronto per sostituire il mago Otelma, avendo compiuto il miracolo di aumentare il pil anche se diminuisce.

Fin dalle elementari ci è stato insegnato che se da 100 si sottrae 2,4 e poi ancora 0,2 si otterrà una diminuzione complessiva di 2,6. Ed anche se nel 2013 il pil restasse invariato al livello di quest’anno, ossia dopo essere sceso del 2,3-2,4%, non vi potrà essere in nessun modo un aumento di 50 miliardi di cui straparla il fondatore di "Repubblica".

Per essere precisi, il pil reale, ossia a prezzi costanti, era nel 2011 di 1.426,5 miliardi. Se quest’anno scenderà del 2,35% (la media tra -2,4 e -2,3), andrà a 1.393 miliardi. Se nel 2013, dovesse scendere dello 0,2%, il pil sarà di 1.390 miliardi, con una perdita rispetto ad oggi di 3 miliardi in termini reali. Dove Scalfari riesca a scovare i 50 miliardi di aumento del pil è un mistero. Il discorso non cambia se dovesse restare invariato: una crescita zero significa zero, nessun aumento rispetto ad oggi (figuriamoci rispetto al 2011, dopo che si sono persi 33,5 miliardi di euro in termini reali).

Inoltre, stando agli stessi organismi internazionali che Scalfari schiera dalla sua parte,  il pil nel 2013 potrebbe scendere ben di più dello 0,2% (stima del governo Monti): la Commissione Europea profetizza una caduta dello 0,5 e il FMI dello 0,7%. Vedremo.

Ma intanto, il governo Monti ha clamorosamente ciccato le previsioni per il 2012. Nell’aprile di quest’anno sosteneva che il pil sarebbe sceso dell’1,2%. A settembre ha dovuto ammettere che l’economia è caduta esattamente del doppio di quanto aveva previsto sei mesi prima. Non vi può essere quindi nessuna affidabilità nelle dichiarazioni del governo, dato che sottostima consapevolmente gli effetti recessivi delle inutili politiche di austerità. Inutili, perché il tanto citato rapporto debito/pil previsto ad aprile in aumento dal 120,7% dell'anno scorso al 123,4 di quest'anno è ora dato al 126,4%.

Non vi sembra che il governo e i suoi trombettieri … diano i numeri?


Aggiornamento del 14 marzo 2014
Il pil nel 2013 è poi diminuito dell'1,8%. Ovviamente in termini assoluti a prezzi deflazionati è diminuito di 25,6 miliardi di euro.
Il debito pubblico è parimenti passato dal 127% del 2012 al 132,5%.

sabato 10 novembre 2012

Le famiglie e i mutui

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia dedicato all’economie regionali offre più di uno spunto di riflessione. Oltre a dedicare uno studio su l’occupazione giovanile, da cui si evince che i presunti tecnici al governo usano cliché desueti, tipici dei politici in cerca di facili consensi,  come quando offendono dalla loro posizione istituzionale i giovani, definendoli di volta in volta “bamboccioni”, “sfigati” o “choosy”, salvo scoprire che loro stessi o i loro figli godono di tutte le “agevolazioni” e le corsie preferenziali che sono negate a chi partecipa a quei concorsi che offrono la stessa speranza di vincere alla roulette; oltre a ciò – dicevo – pubblica altri studi interessanti, come quello sull’indebitamento delle famiglie.


venerdì 9 novembre 2012

Choosy

Secondo la Banca d’Italia, tra il 2009 e il 2011, circa un quarto dei giovani occupati in possesso di una laurea svolgeva un lavoro a bassa o nessuna qualifica, valore superiore a quello della Germania (circa il 18 per cento nel 2009)” a cui si aggiunge un altro 32,3% di laureati che svolgono mansioni diverse dall’ambito tematico di laurea”.

Nel complesso, più di un giovane laureato su due svolge un lavoro che non ha attinenza con gli studi fatti o che non richiede alcuna qualifica.


Se per il ministro Fornero non è sufficiente, sarebbe interessante conoscere la percentuale  dei laureati sotto occupati che sarebbe opportuno raggiungere per tranquilizzare le sue ansie.

Sempre che non sia un po' troppo ... come dire ... choosy.

giovedì 8 novembre 2012

L'indebitamento del settore privato in Italia

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia


Ai più può sembrare strano, tanto siamo bombardati dai media e dalla classe politica in questi ultimi anni, ma il debito pubblico è per definizione un credito in mano al settore privato. E’ un’attività finanziaria posseduta, ad esempio, dal settore bancario o dalle famiglie o da operatori esteri.

In teoria non vi sarebbe motivo di preoccuparsi del debito pubblico, a condizione che sia espresso nella valuta nazionale e sia prevalentemente tenuto dai residenti.

Il debito pubblico italiano è prevalentemente in euro. Fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, l’euro poteva essere considerato come una moneta nazionale. Con la crisi che ha coinvolto la Grecia è diventato evidente che l’euro non può essere considerato come una valuta degli stati membri, ma solo una unità di conto. Per tutti i paesi che hanno aderito all’euro,  ciò che prima era un debito espresso nella moneta nazionale si è trasformato in un debito espresso in una valuta di cui non si possiede il controllo. In tal modo, il debito pubblico è stato trasformato in un debito espresso in una valuta diversa da quella nazionale.

Quando il debito pubblico è denominato in una moneta diversa da quella emessa dallo Stato (e gli stati aderenti all’euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria), il debito pubblico può divenire un problema, poiché lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di non poter adempiere alle obbligazioni emesse.

L’illusione di una valuta comune, valida tanto in Italia quanto in Germania, ha indotto gli operatori esteri ad acquistare i titoli emessi ad esempio dall’Italia. Nel 2006, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, i non residenti possedevano oltre il 50% dei titoli pubblici italiani.

La crisi greca, per come è stata affrontata, ha diffuso tra gli investitori il timore che anche il debito pubblico italiano potesse incontrare analoghi problemi di insolvenza, inducendoli a sbarazzarsi dei titoli in portafoglio. Al giugno di quest’anno, la quota dei titoli posseduti dagli operatori esteri era scesa al 40%. Le vendite, riducendo i prezzi, hanno alzato i rendimenti, creando un differenziale tra i titoli italiani e tedeschi, di cui prima non vi era  traccia.  

La crisi del debito pubblico europeo è quindi il frutto dell’espropriazione, da parte della BCE e della classe politica europea, della sovranità monetaria degli stati. Tale compito avrebbe dovuto essere esercitato dalla banca centrale, come avviene in qualsiasi paese del mondo che batte moneta. Ma la BCE – dominata da un’ideologia monetarista e refrattaria a tutto ciò che può essere ricondotto all’intervento pubblico – si è sottratta al suo compito, aprendo una crisi che rischia di sfuggirle di mano.

A fine giugno il debito pubblico italiano, tra titoli e  prestiti, era di 1.982 miliardi di euro. Di questi, 700 erano in mani straniere (il 35%). Il credito vantato dal settore privato interno è quindi di 1.282 miliardi.

Tuttavia il settore privato ha un indebitamento complessivo di quasi 3.340 miliardi, pari a al 218,5% del pil.
Il debito delle famiglie rappresenta il 45% di quanto viene annualmente prodotto in Italia ed ipoteca i 2/3 dei redditi.
Il debito delle società non finanziarie (SNF) conta per l’82% del pil, ma è quasi cinque volte ciò che le SNF apportano annualmente in termini produttivi.
L’indebitamento del settore finanziario italiano pesa per il 91,6% del pil.
Se anche si tenesse conto del credito vantato verso il settore pubblico, il settore privato avrebbe comunque un “debito netto”  pari al 137% del pil.

Vogliono forse che si guardi al debito pubblico per distrarci dal schuld (debito-colpa) dell’economia privata?

martedì 6 novembre 2012

I liberisti non sopportano il Giappone

Il Giappone è un pugno nello stomaco dei liberisti. Luigi Zingales su “il Sole 24 Ore” si arrampica sugli specchi per dire che se oggi il Giappone non è come la Grecia  lo diventerà presto.
Il Giappone ha un debito pubblico superiore al 230%. Ciò nonostante non vi è alcuna crisi finanziaria; a differenza di quanto avviene  non solo in Grecia, ma anche in Italia e addirittura in Spagna (ove ancora oggi il rapporto debito/pil è inferiore a quello tedesco).
Il governo giapponese paga sui titoli pubblici decennali lo 0,8% annuo, quasi la metà di quanto pagano i “virtuosi” tedeschi.
La ragione di questa presunta anomalia sta non solo nel fatto che il debito è prevalentemente interno, ma soprattutto nell’intervento della Banca centrale giapponese (BOJ).

Secondo Zingales, l’evoluzione demografica che attende il Giappone dovrebbe ridurre le capacità di risparmio, inducendo il paese ad indebitarsi sui mercati internazionali. Quando ciò avverrà, anche il Giappone sarà chiamato a pagare tassi di interesse più alti.

Ovviamente non vi è nessuna legge economica, nemmeno nei testi su cui ha studiato Zingales,  che possa obbligare il Giappone a far ricorso all’indebitamento estero. Come la BOJ interviene oggi, potrebbe benissimo continuare ad intervenire anche domani. Se così è, la tesi che propugna Zingales di un aumento dei tassi di interesse non ha alcun fondamento. Tanto che cade in un non senso logico, quando scrive:

Il Giappone può monetizzare il proprio debito. Ma nel momento in cui il mercato realizza che questo succederà, il costo del debito aumenterà per compensare creditori internazionali del rischio di inflazione/svalutazione.

Se il Giappone continuerà ad avvalersi della BOJ, non vi sarà motivo per compensare creditori internazionali” e quindi non vi potrà essere il rischio che Tokio finisca come la Grecia.  La quale è nella situazione drammatica che conosciamo proprio perché alla BCE è impedita la possibilità di acquistare i titoli degli stati che hanno aderito alla valuta comune europea.

sabato 3 novembre 2012

Clup e classe manageriale


Forse qualcuno incomincia a rendersi conto che abbiamo un problema di classe imprenditoriale. Luigi Zingales su “L’Espresso” indaga sulle cause dell’elevato costo del lavoro per unità di prodotto, partendo dai dati Ocse relativi al settore manifatturiero,  in base ai quali l’Italia  “è il paese dell'area euro con il più elevato costo del lavoro per unità di prodotto e quindi con il più basso livello di competitività”.

Ovviamente, per una certa letteratura sembra naturale dare la colpa ai sindacati (…).  Eppure se guardiamo ai dati non è così. L'Italia è tra i paesi dell'area euro con i salari più bassi: 22 euro all'ora nel 2008, contro i 23 dell'Irlanda, i 31 della Francia e i 33 della Germania. Ma com'è possibile che l'Italia abbia il costo del lavoro per unità di prodotto più alto e i salari più bassi? 
Oltre al salario ci sono due fattori che influenzano il costo del lavoro per unità di prodotto: il cuneo fiscale e la produttività del lavoro. Se i contributi sociali sono molto elevati, un lavoratore costa a un'impresa molto più di quanto percepisca, e quindi il costo del lavoro può essere molto elevato anche se i salari sono bassi. Questo è sicuramente un fattore. Nel 2008 i contributi sociali in Italia incidevano per 6,6 euro all'ora contro i 3,8 dell'Irlanda e i 5,2 della Spagna. Ma se è vero che in Italia i contributi sociali sono alti è anche vero che non sono così più alti di quelli del resto dei paesi più avanzati dell'area euro: 6,5 in Olanda, 7,1 in Germania e 9,2 in Francia. In percentuale del salario i nostri contributi sociali sono i più alti d'Europa, ma questo si deve principalmente al fatto che i nostri salari sono bassi, non che i nostri contributi sociali sono particolarmente elevati. 

Per spiegare l'elevato costo del lavoro per unità di prodotto non rimane che la produttività. Effettivamente, la produttività del lavoro in Italia è tra le più basse d'Europa: solo 30 euro di prodotto all'ora, contro i 43 della Francia, i 47 della Germania, i 58 della Finlandia, i 60 dell'Olanda e i 70 dell'Irlanda. Tra i grandi paesi europei solo la Spagna fa lievemente peggio di noi: 29,4.

Chi vuole scaricare sempre la colpa sui sindacati potrebbe argomentare che la scarsa produttività italiana è dovuta all'eccessiva protezione dei nostri lavoratori. Certamente le rigide regole non aumentano la produttività, ma guardando i dati è difficile attribuire la colpa alle organizzazioni che difendono i lavoratori. Per di più all'interno dell'Ocse l'Italia non si distingue per alti tassi di protezione: tenendo conto di un indice che va da un minimo di uno a un massimo di cinque, la protezione si colloca da noi a quota 2,58, appena sopra la media di 2,36 e sotto i 2,63 della Germania e i 3 della Francia. 

MA ALLORA DI CHI E' LA COLPA?",  si domanda Zingales
Da buon liberista non può fare a meno di dare la colpa anche all’intervento pubblico, senza una ragione apparente dato che stiamo parlando di imprese del settore manifatturiero,  nonché  ai sindacati, quasi fosse un riflesso pavloviano. 
Zingales è tuttavia sufficientemente onesto da scrivere che se le produttività è bassa, dipende anche  dal  “livello dei dirigenti, poiché non si può ignorare, a dispetto della stampa chiamata a fare da megafono alle tesi imprenditoriali, che essa dipende anche dal grado di innovazione degli impianti e dall’organizzazione aziendale.

Peccato che rinvii ad altro articolo le sue considerazioni sulla nostra classe imprenditoriale. Le mie opinioni al riguardo le ho espresse nel post del 2 ottobre

giovedì 1 novembre 2012

Le risposte sbagliate alla disoccupazione

Walter Passerini su “La Stampa” di oggi ci informa di aver trovato la soluzione per la disoccupazione, soprattutto giovanile: maggiore flessibilità in entrata e più istruzione “tecnica”.

“Se si vuole arrestare l’emorragia di posti e ottenere ora e subito un delta aggiuntivo di occupazione, è necessario favorire una nuova flessibilità in entrata. (…) Per esempio, stabilendo una franchigia di 24-36 mesi sulle nuove assunzioni: più fiscalizzazione e meno rigidità nei contratti di ingresso per più occupazione”. 

Ci vuole un bel coraggio a spacciare per soluzioni nuove, ciò che è stato sperimentato in questi ultimi 20 anni con pessimi risultati. La maggiore flessibilità in entrata e le minori rigidità nei contratti di ingresso si sono tradotte negli assurdi contratti a tempo determinato.
Il risultato è che ora vengono offerti solo posti con contratti precari, senza che l’occupazione ne abbia qualche giovamento.
L’occupazione nell’ultimo anno è rimasta invariata, ma è la stessa anche rispetto ai valori di due o di tre anni fa o del 2006.
In compenso, la quota dei precari è aumentata negli ultimi due anni dal 12 al 14,2%. Nel 2011, su 131 mila assunzioni, 121 mila erano a tempo determinato.

Non solo, molto spesso questi contratti – al di fuori di ogni logica economica, se non quella di favorire esclusivamente le imprese e penalizzare i giovani - offrono retribuzioni nettamente inferiori a quelle previste dai contratti a tempo indeterminato. In tal modo si cristallizza e si rende permanente la precarietà, perché diventa conveniente per le imprese offrire quasi esclusivamente lavori a tempo determinato. Se questi impieghi costassero assai di più dei contratti a tempo indeterminato, le aziende dovrebbero valutare l’opportunità di offrire impieghi stabili e utilizzare i contratti a tempo solo per gli aumenti produttivi che non si ritengono permanenti.
D’altra parte è giusto che i lavoratori assunti per un tempo determinato, rinunciando alla possibilità di un impiego stabile, siano adeguatamente compensati per tale rinuncia con un riconoscimento economico più consistente, in quanto si assumono il rischio della disoccupazione al termine del contratto. L’impresa invece oggi cosa rischia? Nulla. Paga un precario meno di un lavoratore a tempo indeterminato, pur svolgendo lo stesso lavoro, e lo può lasciare a casa al termine del contratto, senza alcuna penale. Tutti gli oneri, giuridici ed economici, ricadono solo su una parte, quella più debole, sui lavoratori. Un contratto che rasenta il sopruso.
E nonostante questi contratti capestro, la disoccupazione giovanile è passata – come ricorda Passerini, ma senza rendersene conto – dal 20 al 35%.

E’ inutile anche la pretesa di voler indirizzare i giovani verso le scuole tecniche o invocare una più stretta correlazione tra scuola e lavoro. Perché il problema non è che i giovani vogliono fare gli astronauti, mentre le imprese cercano gli elettricisti. Il problema è che non c’è posto nemmeno per gli elettricisti.

Quando si hanno tassi di disoccupazione al 10,8%, tanto in Italia quanto in Francia, evidentemente non abbiamo un problema di formazione scolastica, salvo che si voglia sostenere che in Francia e nel resto della zona Euro (ove il tasso di disoccupazione è all’11,6%) abbiamo un sistema di istruzione inadeguato.
Che così non sia lo si desume anche dai grafici relativi all'andamento dell'occupazione nella zona Euro, ove emerge chiaramente che a perdere il posto sono stati soprattutto  coloro che avevano una basso e medio livello di istruzione e che gli unici a trovare un'occupazione sono stati coloro che avevano alle spalle un'istruzione piuttosto elevata.




Il guaio è che in Italia, al contrario di quanto sostiene il ministro Fornero,  molto spesso i laureati sono costretti, in un contesto di crisi e precarietà diffusa, ad accettare qualunque offerta, ivi inclusi i call center,  mandando al macero anni di studi e bruciando  ogni possibilità di crescita professionale per sé e per il paese in cui vivono.

Quando si superano certe soglie, molto prima dei livelli spagnoli e greci che contano oltre il 25% dei disoccupati, le cause vanno ricercate nel ciclo economico, come ancora una volta l'evidenza dei grafici dimostra.
La disoccupazione è aumentata con la crisi che ha investito prima gli Usa e poi l’Europa. Il problema è nell’insufficienza della domanda: i consumi si contraggono perché i redditi delle famiglie sono assurdamente tartassati dalle politiche fiscali di austerità, mentre gli investimenti non si fanno perché le imprese vedono scemare le vendite. Ma in tal modo si diffondono le crisi aziendali, con conseguenti chiusure e licenziamenti, dando inizio ad un altro ciclo perverso di recessione e impoverimento.

La soluzione non sta in una maggiore flessibilità in entrata che, per come è stata attuata, sembra il frutto di una mente perversa, senza che peraltro sia riuscita a porre un freno alla crescita della  disoccupazione; né in illusorie e futili invocazioni di maggiore formazione tecnica.   
La soluzione può venire solamente dal settore pubblico, l'unico agente che può far ripartire il ciclo. Quando l’economia “privata” non ha la convenienza a dare un’occupazione a 18,5 milioni di persone in Europa (2,8 in Italia), solo un altro soggetto può ritenere opportuno assorbire il malcontento e la disperazione di una parte dei cittadini. Tanto più che oltre che a sciogliere le tensioni sociali, consentirebbe di accrescere il reddito (il fantomatico pil),  aumentare la domanda rivolta alle imprese e far ripartire la crescita, con beneficio per tutti.

Se non lo si fa è perché abbiamo al governo, come dice Krugman, i VSP, le “Persone Molto Serie”, capaci solo di infliggere sofferenze alla maggioranza della popolazione, senza risolvere i problemi, alimentati peraltro dalle loro infauste politiche di austerità.