mercoledì 31 ottobre 2012

Il settore dei servizi nel 2010

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2010, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in aumento dello 0,5% su un anno prima. Il fatturato è stato di 480 miliardi, in crescita dell’8,7%.
Gli acquisti sono aumentati leggermente meno di quanto è stato fatturato per i servizi espletati, assorbendo il 74,8% dei ricavi (75,8% nel 2009).
Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è  risultato in crescita di un punto percentuale, pari al 25,2% del fatturato.
Il costo del lavoro è aumentato solamente del 3,6%, quale effetto combinato di un aumento dei dipendenti dell’1,2% e un aumento del costo per dipendente del 2,3%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 13,3 al 12,7%.
Detratto il costo del lavoro dal valore aggiunto, il margine operativo lordo (MOL) aumenta dall'11 al 12,5% del fatturato, con un incremento in termini assoluti del 25%.
E’ stato poi sufficiente ridimensionare leggermente gli altri oneri della gestione (-0,8%) per conseguire una crescita dei profitti del 73%, pari al 6% del fatturato.



Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,6 milioni di persone (-0,1% sul 2009), con una media di 3,2 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,8 occupati per azienda) sono il 96,6% del settore, garantiscono il 55% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 35% del fatturato complessivo.
Le imprese con oltre 9 addetti (in media  più di 40 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,4% delle imprese, ma garantiscono il 45% dell’occupazione e realizzano il 65% del fatturato.


Il fatturato medio per azienda è di 444 mila di euro (+8,2% sul 2009). Sale  ad oltre 9,2 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a 176 mila per le piccole aziende o le ditte individuali.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese, dove supera il 28%, e scende al 23,5 tra le grandi.

Il costo del lavoro nelle piccole aziende di servizi si ferma  all’8% dei ricavi e sale oltre il 15 tra quelle più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 34.600 euro annui (nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 24 mila). Per il settore nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco inferiore ai 31 mila euro.

Nelle piccole aziende di servizi, il minor costo del lavoro compensa più che ampiamente il minor fatturato, consentendo un margine operativo lordo per addetto superiore a quello delle aziende maggiori, pari a 19.800 euro (contro i 17.800 delle aziende con più di 9 addetti).


Le ore lavorate mediamente dai dipendenti vanno dalle 1600 delle imprese maggiori a 1633 per quelle più piccole.

Nel 2010, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 5,8% del fatturato, contro il 5,1 delle grandi, sebbene in termini assoluti spendano solo 5.600 euro per addetto, contro gli 11 mila delle aziende più grandi.  
Gli investimenti delle piccole imprese pesano il 38% degli investimenti complessivi, mentre le altre aziende contano per il restante 62%.

E’ chiaro che l’eterogeneità dei servizi inclusi in questo settore influisce enormemente sui risultati, dato che si passa dal commercio al minuto a quello all’ingrosso fino alle catene distributive, per rimanere nell’ambito della stessa categoria; mentre sono parimenti inclusi gli avvocati o i notai e tutti coloro che esercitano un’attività individuale in questo settore, nonchè il sistema bancario e finanziario o, a merito titolo di esempio, le grandi aziende di telecomunicazione e della sanità privata.
L’aggregazione di fenomeni così diversi rende difficile tracciare delle linee significative di diversificazione, se non constatare come mediamente anche le ditte individuali o quelle più piccole riescano comunque ad ottenere dei risultati apprezzabili.

martedì 30 ottobre 2012

Le anomalie del settore edile

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2010 sono sparite quasi 15.600 imprese del settore delle costruzioni, cancellando circa 90 mila posti di lavoro. Le imprese sopravvissute sono meno di 608 mila (-2,5% sul 2009) ed occupano oltre 1,8 milioni di persone (-4,7%). Mediamente sono attività costituite da 3 persone (titolare più due collaboratori).
Pur essendo più numerose delle imprese industriali (di oltre 1/3), fatturano solo 1/5 delle stesse, vale a dire meno di 210 miliardi di euro. Le vendite sono comunque aumentate  del 14%.
Le spese per i materiali sono tuttavia cresciute ad un ritmo decisamente superiore, del 20,4% assorbendo oltre il 70% delle fatturato (67,4% nel 2009).
Il valore aggiunto è pertanto rimasto al palo, segnando un incremento del 2,5% e scendendo sotto il  30% del vendite.
Il costo del lavoro è stato drasticamente tagliato (-10,8%) quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti vicino all’8% e una riduzione del costo per dipendente del 3,3%, che lascia presupporre il ricorso ad una manodopera non qualificata e di origine extra-comunitaria. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 21,4 del 2009 al 16,6%.
In tal modo, il margine operativo lordo (MOL) riesce ad aumentare di oltre un punto percentuale,  dall’11,2 al 12,5% del fatturato, con un incremento in termini assoluti del 27,7%.
Anche gli altri oneri relativi alla gestione sono stati drasticamente tagliati (-12,7%) e permettono al settore delle costruzioni di ritornare in utile dopo le perdite subite nel 2009. 



Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 608 mila imprese di questo settore hanno fatturato poco più di 340 mila euro, che scendono sotto i 180 mila per quelle con meno di 9 addetti, ma salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni, probabilmente orientate verso le grandi opere infrastrutturali, possono superare i 30 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 2 occupati)  sono il 95% ed occupano quasi i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma costituiscono  solamente il 50% del mercato.
Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16 persone) sono meno del 5% ed occupano 1/4 del personale, con un fatturato leggermente migliore della quota rappresentata dall’occupazione.  
Le imprese con oltre 50 addetti (in media 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, offrono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano oltre 1/5 del mercato delle costruzioni.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato raddoppia dal 12 al 23% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende al 18 tra le grandi imprese, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (45.800 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a meno di 26 mila euro (il 43,4% in meno delle grandi e il 21% in meno delle medie imprese). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è inferiore a 32 mila euro.

Il MOL delle piccole imprese edili, che mediamente contano su un solo collaboratore, sfiora il 18%. Nelle imprese più strutturate scende al 6,7% tra le medie e all’8% tra le grandi.
Nel settore delle costruzioni, i dipendenti lavorano dalle 1.662 ore l'anno (le piccole) alle 1676 delle imprese di medie dimensioni. In media, i dipendenti  sono impegnati per poco meno di 1670 ore l'anno.

Nel 2010, gli investimenti delle piccole imprese sono stati quasi il 6% del fatturato, contro il 3,3 delle medie e il 3,1 delle grandi.
Gli investimenti delle piccole imprese contano quasi i 2/3 degli investimenti complessivi del settore delle costruzioni, mentre le grandi spendono meno del 15%. Le imprese edili di medie dimensioni rappresentano 1/5 degli investimenti complessivi.

Le micro aziende edili vivono perennemente ai margini del mercato, a rischio di espulsione, a causa dei modesti volumi del giro d’affari che finisce per riflettrsi sui margini.
D’altra parte, questo segmento vive un forte turnover “imprenditoriale”.
Le imprese fino a nove addetti che nel 2010 hanno dovuto chiudere sono oltre 13.360 ed hanno coinvolto 58.400 dipendenti. Gli addetti (titolari + dipendenti) avrebbero così dovuto diminuire di almeno 71.760 unità, ma gli addetti sono in effetti scesi solo di 50.620, indicando implicitamente che oltre 21 mila persone hanno deciso di mettersi in proprio. Tuttavia non si può dimenticare che in edilizia si è diffusa la pratica di avvalersi di personale che è costretto ad aprire una partita iva, e che quindi risulta indipendente, mentre svolge a tutti gli effetti un lavoro subordinato.

lunedì 29 ottobre 2012

Profitti imprese industriali 2010: +47%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2010 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano oltre 442 mila (-2,4% sul 2009) ed hanno conseguito un fatturato complessivo di 1.104 miliardi di euro (+10,5%).
Gli acquisti di materie prime e degli altri beni e servizi intermedi per l’attività produttiva sono parallelamente aumentati del 9,7%, assorbendo il 77,8% delle vendite (78,4% nel 2009).
Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è pertanto risultato in crescita dal 21,6 al 22,2% del fatturato.
Il costo del lavoro è aumentato solamente dell’1,4%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti del 4,3% e un aumento del costo per dipendente del 6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 14,2 del 2009 al 13,1%.
Detratto dal valore aggiunto il costo del lavoro, il margine operativo lordo (MOL) aumenta dal 7,4 al 9,1% del fatturato, con un incremento in termini assoluti del 36,9%.
Gli altri oneri della gestione restano di fatto invariati (+0,3%) e permettono di  conseguire profitti pari al 7,6% del fatturato, registrando una crescita in termini assoluti del 47,2% sul 2009.


Struttura e indicatori di competitività

Le 442 mila imprese del settore industriale occupano oltre 4,3 milioni di persone (-3,7% sul 2009), con una media di 9,7 addetti per azienda.

Le imprese fino a 19 addetti (in media 4 occupati per azienda) sono il 92,5% del settore, occupano il 38,1% delle persone e fatturano poco meno del 20% delle vendite complessive.
Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 50 persone) sono il 7,2%, occupano il 36,8% del personale e fatturano il 38%.  
Le imprese con oltre 250 addetti (in media quasi 740 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono il 25,1% dell’occupazione e realizzano il 42% del fatturato del settore industriale.


Il fatturato per dipendente è mediamente di quasi 260 mila di euro (+15,4% sul 2009). Tale rapporto sale a 433 mila per le grandi imprese (oltre i 250 addetti), mentre scende a 200 mila per le piccole (meno di 20).

Tuttavia l’incidenza del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese (quasi il 25%) e scende al 22,2 tra le medie e al 20,8% tra le grandi.

Passando dalle piccole alle medie imprese, il costo del lavoro aumenta dal 13,9 al 14,1% del fatturato e scende all’11,4 tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (49.300 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 27.900 euro (il 43,4% in meno delle grandi e il 29,5% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 39 mila euro.

Il MOL assume un andamento ad U. E’ pari all’11% del fatturato tra le piccole, scende al 7,7 tra le medie e risale al 9,5% tra le grandi.


Nelle piccole imprese ogni dipendente in media lavora quasi 1700 ore l’anno (il 2,2% in più che nelle medie e il 6,7% in più che nelle grandi). 
Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate da ogni dipendente sono state oltre 1.650.

Nel 2010, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 5,2% del fatturato, contro il 3,7 delle grandi e il 3,4 delle medie, sebbene in termini assoluti spendano solo 6.800 euro per addetto contro i 9.100 delle medie e i 16.200 delle grandi.  
Gli investimenti delle piccole imprese contano per oltre ¼ degli investimenti complessivi del settore industriale, mentre le grandi pesano per oltre il 40%.

L’impressione che si ricava da questi dati è che il segmento più in difficoltà sia quello delle medie imprese, le quali evidentemente non riescono a sviluppare le economie di scala delle grandi e non possono sfruttare i vantaggi delle piccole imprese.

venerdì 26 ottobre 2012

Le falsità di Confindustria

La notizia del giorno arriva dai giovani confindustriali che strillano di voler cacciare i ladri dalla politica e che non sopportano una tassazione al 68%.
Su questa balla del 68% ho scritto qualcosa il 14 settembre scorso.
Ora riporto una pubblicazione Eurostat, da cui si evince che l'effettiva tassazione sul reddito delle imprese in Italia è del 31,4%.


La tassazione italiana sui redditi delle imprese è inferiore a quella francese (36,1 nel 2012) e di poco superiore a quella tedesca (29,8%) e spagnola (30%).

Non è un buon inizio per i "giovani" imprenditori chiedere pulizia alla classe politica, con cui si è sempre andati a braccetto, e poi diffondere dati palesemente falsi.
Chi propaganda menzogne non è poi molto diverso da chi ruba. E dato che qui si parla di tasse, ossia di contributi che i cittadini e le imprese devono  pagare per i servizi pubblici, di fatto è come se le imprese rubassero i soldi alle famiglie, facendo ricadere su quest'ultime o una maggiore pressione fiscale o un taglio di quanto è speso a loro favore, dopo che (queste sì) sono tartassate in ogni modo, da quando percepiscono uno stipendio a quando lo spendono.

E' poi vergognoso che si oppongano ad un contributo di solidarietà del 3% a carico di chi guadagna più di 150 mila euro, a favore di una categoria di persone, gli esodati, creati da un intervento legislativo sulle pensioni propugnato da un  governo che loro sostengono.
La motivazione è che in questo modo si deprimerebbero i consumi. Un'altra falsità clamorosa e ridicola al tempo stesso, dato che anche gli esodati mangiano e consumano.
Ma oltre a ciò, ci sono studi della Banca d'Italia che dimostrano esattamente il contrario: la propensione al consumo è decisamente inferiore per chi ha i redditi più alti. Le famiglie che guadagnano più di 68 mila euro spendono solo il 65% del loro reddito, mentre quelle con meno di 20 mila sono costrette  a spendere più del 90% per vivere.
Ma al di là di queste considerazioni tecniche, indigna che si usino argomenti dichiaratamente falsi per sottrarsi ad un contributo di solidarietà.
Solo un gretto egoismo può indurre delle persone così meschine a mentire.

Ed indigna ancor di più che, subito dopo le proteste della Confindustria, il PD si sia detto disponibile a rivedere il provvedimento, buttando nel cesso un principio costituzionale che impone di far pagare di più a chi ha di più.
E' sufficiente che questa gente meschina ed egoista alzi un sopracciglio che subito la sinistra si intimorisce, mentre le persone più deboli vengono lasciate al loro destino. Non importa che si incatenino, che salgano sulle ciminiere o si diano fuoco. Per loro non c'è alcuna considerazione. Ciò che conta è il consenso del padronato.
E questa sarebbe la sinistra responsabile? quella che vuole governare? 
Cosa poi governi è un mistero, dato che le politiche propugnate dalla Confindustria non fanno altro che aggravare la situazione ed aumentare il numero dei disoccupati.  Lo dimostrano vent'anni di politiche di austerità che non hanno fatto altro che impoverire le famiglie (mediamente, i redditi reali sono scesi al livello di 13 anni fa), ma che soprattutto precluderanno a questo paese le possibilità di sviluppo e di crescita per i prossimi venti.
Auguri.    

sabato 20 ottobre 2012

L'1% detiene il 40% della Ricchezza Mondiale

Il post del 12 ottobre 2013 riporta i dati aggiornati al 2013

Fonte: Elaborazioni su dati Credit Suisse Research Institute

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2012 del Credit Suisse, è di 222.720 miliardi di dollari. Poiché è un numero difficilmente immaginabile, si può dire che la ricchezza complessiva equivale a più di 14 volte quanto viene prodotto annualmente dagli USA o, se vi è più familiare, pari ad oltre 100 volte il pil dell'Italia.

Il 39% della ricchezza è in mano solamente allo 0,6% della popolazione adulta mondiale. In altri termini, 29 milioni di persone posseggono 87.500 miliardi di dollari (mediamente più di 3 milioni di dollari a testa).
Vi è poi un altro 7,5% che possiede tra i 100 mila e il milione di dollari. Questi detengono oltre il 43% della ricchezza mondiale.
Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,8% della popolazione adulta mondiale a cui appartiene solo il 17,7% della ricchezza. Tra questi, circa il 70% può contare in media solo su 2.300 dollari (1.783 euro).

 
Dei 29 milioni di adulti milionari, oltre 11 milioni sono negli USA, ossia il 38,5%. Tra questi vi sono anche 321 miliardari.
Il Giappone ospita 3,6 milioni di ricchi oltre il milione di dollari, ossia il 12,5% di questa top class. Tra loro vi sono 17 miliardari.
Al terzo posto di questa speciale classifica si colloca la Francia, ove risiedono  2,3 milioni di adulti che possiedono più di un milione di dollari (l’8% dei milionari mondiali). I miliardari sono solo 10.
Sono invece 27 i miliardari del Regno Unito, che conta 1,6 milioni di adulti milionari (il 5,5%). 
I miliardari tedeschi sono 43, mentre i milionari sono meno di 1,5 milioni (il 5,1%).
L’Italia detiene il sesto posto con 1,2 milioni di persone che possiedono oltre il milione di dollari (pari al 4,1% dei milionari mondiali). Tra loro si contano 12 miliardari.

Non stupisce quindi che oltre il 31% della ricchezza si trovi in Europa, con una popolazione adulta pari al 12,7% di quella mondiale.
Un altro 30% è in Nord America che conta meno del 6% della popolazione adulta mondiale.  
Il 23% è in Asia e nell'area del Pacifico, esclusa la Cina e l’India (che insieme ne detengono circa 1/10), mentre l’America Latina e l’Africa detengono rispettivamente il 4 e l’1% della ricchezza mondiale
Per avere un’idea della ricchezza media per adulto, si può far riferimento a questa cartina.
 
Nel corso di quest’anno, secondo lo studio del Credit Suisse, la ricchezza complessiva è diminuita di 12.200 miliardi, pari al 5,2%. Di questi, 10.800 sono svaniti nel continente europeo. Altri 1.400 sono andati in fumo nel continente asiatico e nell’area del Pacifico. Altri 800 sono andati persi in America Latina e 100 in Africa. Gli unici ad aumentare la propria ricchezza sono i nord-americani, per 900 miliardi.

Allargando lo sguardo ad un orizzonte temporale che possa delineare meglio le tendenze di fondo, tra il 2002 e il 2012, la ricchezza mondiale è cresciuta di 104.100 miliardi.  Il 38% di questo incremento è avvenuto nel continente asiatico e nell’area del Pacifico. Il 28,8 è andato agli europei, il 26,9 ai nord-americani. Solo il 5% è avvenuto in America Latina e poco più dell’1 in Africa.

I grafici che seguono mostrano l'evoluzione della ricchezza per adulto dal 2000 al 2012. Ponendo come base l'anno 2000,  si abbia l'avvertenza di considerare la dinamicità dei paesi o delle aree considerate rispetto all'accumulo di ricchezza, non il valore assoluto, che trovate nella tabella successiva.

sabato 13 ottobre 2012

I liberisti continuano a far girare le solite balle


Gian Luca Clementi sull’Huffington Post si lancia in una difesa appassionata dei liberisti (i liberali possono essere un’altra cosa). Egli sostiene che non può essere una politica liberista quella che porta la spesa pubblica al netto degli interessi tra il 1990 e il 2009 dal 47,3 al 53,3%. Men che meno una che porta le entrate delle AAPP dal 45,8 al 52,5%.

La prima balla è che nel 1990 le uscite al netto degli interessi fossero il 47,3% del pil. Erano il 43,2%.  La seconda balla è che nel 2009 non erano il 53,3%,  ma il 47,9% e sono poi scese al 45,6% nel 2011 (chissà perché si fermano sempre dove fa più comodo). La terza è che le entrate delle AAPP non erano nel 1990 il 45,8% del pil, ma il 41,8. Infine nel 2009 le entrate non erano il 52,5 ma il 47,1%.

A differenza del link di Clementi che porta ad un comunicato stampa dell’Istat (dal quale peraltro si evince che le spese per la protezione sociale nel periodo 2000-2008 sono state in media pari al 37,5% della spesa pubblica complessiva, contro il 40,8 dell’Austria, il 42 della Finlandia, il 40,6 della Francia e il 46 della Germania), i dati dal 1990 al 2011  si possono trovare sul sito dell’Istat a questo link
I dati del pil devono invece essere recuperati in più file:
per il periodo 1970-2010,   qui http://www.istat.it/it/archivio/25004
ma gli ultimi anni, dal 2007 in poi, vanno aggiornati con http://www.istat.it/it/archivio/72093

Ma al di là della disputa sui dati, i liberisti fanno finta di non sapere che l’effetto sull’economia è dato congiuntamente sia dalla spesa pubblica che dalle entrate. Le prime sono generalmente espansive e le seconde restrittive. 

Vanno quindi valutate contemporaneamente. Ciò è possibile facendo riferimento al saldo primario, ossia alla differenza tra le entrate delle AAPP e le uscite al netto degli interessi. Quando le entrate superano le uscite abbiamo un avanzo primario, ossia un effetto restrittivo sull’economia, e viceversa se le uscite superano le entrate. 

Ora è evidente che non è certo il tratto caratteristico delle teorie keynesiane avere degli avanzi primari, soprattutto quando l’attività economica, come  in questi ultimi 20 anni,  mostra evidenti segni di debolezza fino al punto da scivolare in recessione. E’ invece tipico delle politiche anti-stataliste e dei liberisti invocare – quale che sia il ciclo economico – il pareggio di bilancio. 

In questi 20 anni, si è fatto di più. In media, tra il 1990 e il 2011  abbiamo avuto un avanzo primario del 2,3% per ogni anno. Se si cumulano i saldi di questo periodo, si ottiene che le politiche fiscali (attuate in nome del riordino dei conti pubblici) hanno generato un avanzo di oltre 600 miliardi di euro. Vale a dire che le politiche realizzate sono state proprio quelle degli ideologi del rigore fiscale. Senza ottenere peraltro alcun risultato: il debito pubblico è passato dal 95,2 ad oltre il 126%. E l’attività economica, anziché migliorare, è peggiorata. 

In compenso alle famiglie hanno sottratto 600 miliardi di euro, per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si potrebbe dire cornuti e mazziati: meno servizi e più tasse a favore del sistema bancario e finanziario.

lunedì 8 ottobre 2012

Le politiche di bilancio dell'Amministrazione Obama

Fonte: Elaborazioni su dati CBO

A settembre si è chiuso l’anno fiscale 2012 dell’Amministrazione Federale americana. Le uscite hanno superato le entrate per 1.090 miliardi di dollari, pari al 7% del pil. Nell’anno fiscale 2011 il deficit è stato dell’8,6%.

Ovviamente questo è anche l’ultimo anno, salvo rielezione, di Barack Obama. 
Quale  occasione migliore per tirare un bilancio della sua amministrazione.

I falsi liberisti

Vi è una sorprendente asimmetria fra l'economia tedesca e la nostra. In Germania quest'anno il reddito crescerà di circa l'1%; in Italia scenderà di oltre due punti. Ci aspetteremmo che in un'economia che soffre di scarsa domanda i prezzi scendano, o almeno non salgano. Invece l'inflazione è più alta in Italia che in Germania: 2,7% contro 1,8%. Questi dati si riferiscono ai prezzi al consumo depurati dall'effetto delle imposte indirette: cioè la differenza fra la nostra inflazione e quella tedesca non può essere attribuita all'aumento dell'Iva o di altre accise.
Il motivo per cui, nonostante la recessione, l'inflazione non scende, è la scarsa concorrenza. L'anno scorso (dati Mediobanca) il margine operativo netto in percentuale del valore aggiunto, una buona misura della redditività di un'azienda, è stato del 43% nel settore dell'energia, 33% nei servizi, 17% nell'industria manifatturiera.
Insomma, siamo un Paese in cui chi compete sui mercati internazionali continua ad ottenere grandi successi, ma con margini sempre più ridotti, che rendono problematico investire. Altre aziende, invece, protette dalla concorrenza, aumentano i prezzi e così riescono a estrarre ricche rendite dal resto dell'economia.
Queste rendite sono poi suddivise a seconda dei rapporti di forza fra gli imprenditori e i loro dipendenti: non è un caso che i sindacati più potenti si trovino proprio nei settori protetti (gli elettrici ad esempio). Avere un sindacato forte là dove non c'è polpa serve a poco. Il salario contrattuale medio (anno 2011, dati Istat) era di 32.600 euro nel settore elettrico e nelle concessionarie autostradali, 28.500 nelle aziende comunali di smaltimento rifiuti, e solo 22.700 nell'industria meccanica, dove vi sono alcune eccellenze della nostra economia.
Fin qui Giavazzi sul “Corriere della Sera” di ieri.
Peccato che non dica una parola sulla necessità di smantellare i monopoli e gli oligopoli  privati, nel settore energetico piuttosto che nelle autostrade, creati negli ultimi vent’anni in nome di un malinteso liberismo, e lasci sottintendere che occorra agire – ancora una volta – dalla coda (i sindacati).
Chi è causa del suo mal pianga se stesso: quando si spaccia per liberalizzazione la privatizzazione di servizi pubblici essenziali o strategici, non si può poi venire a lamentarsi che non c’è concorrenza.
La smettessero di essere anti-statalisti, a prescindere.
E forse – estirpati i furori ideologici  – si potrà ragionare su ciò che è più opportuno per l’economia e i cittadini di questo paese.

martedì 2 ottobre 2012

La classe imprenditoriale italiana

Fonte: Banca d'Italia


Che il nostro tessuto industriale sia dominato dalle piccole imprese è un fatto noto. Nel 2007 la dimensione media era di 4 addetti, inferiore anche alla Spagna (5,3), per non parlare ovviamente della Germania (13,3).
Non è una novità nemmeno che spendano molto poco in ricerca e sviluppo, solo l’1,25% del pil, posizionandosi all'ultimo posto tra i paesi considerati in questo grafico.
Ma i dati forse più interessanti dell’indagine condotta dalla Banca d’Italia sono altri.




Innanzi tutto, le imprese di proprietà familiare sul totale delle imprese sono in termini percentuali in linea con gli altri paesi europei. In Italia sono l’85,6%. Né sorprende che l’amministratore delegato (il Ceo) sia oltre quattro volte su cinque della famiglia che controlla la proprietà. Succede anche in Germania.

L’anomalia italiana è che anche il management è in due imprese su tre composto da membri della famiglia che controlla la proprietà. Non è così in Spagna, ove avviene una volta su tre, o in Francia e Germania (una volta su cinque), per non parlare del Regno Unito (una volta su dieci). Visto l’andamento degli utili delle medie imprese, pubblicati da R&S-Mediobanca, che scendono tra il 2002 e il 2011 dal 4,3 al 3,7% del fatturato, è lecito dubitare che tale scelta derivi da particolari doti manageriali dei membri della famiglia e non sia piuttosto un modo per assicurare ai figli e ai parenti un reddito.
Ma ognuno è giustamente libero di governare la propria impresa.

Andiamo allora a vedere se la remunerazione del management è almeno legata ai risultati conseguiti. Ebbene, solo il 16,4% delle imprese italiane condiziona i riconoscimenti economici dei dirigenti alle performance aziendali. La Spagna ci supera ancora una volta,  avviene nel 25% dei casi e quasi una volta su due in Francia, Germania e Regno Unito.
Chi parla di funzionari pubblici come burocrati che sarebbero pagati indipendentemente dalla bontà della spesa pubblica, dovrebbe cominciare a chiedersi se ciò non sia soprattutto vero per le imprese private, trattate come un bancomat, a scapito dell’efficienza e del futuro delle risorse professionali aziendali. Nelle imprese ove il  management proviene dalla famiglia proprietaria, nove volte su dieci le remunerazioni sono indipendenti dai risultati conseguiti.

Questa struttura imprenditoriale, che favorisce il management familiare, ha un altro  effetto perverso sulle capacità innovative delle imprese italiane ed aiuta a spiegare la modesta propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo.
Gli imprenditori italiani con più di 64 anni sono il doppio, in percentuale, di quelli presenti negli altri paesi. E dubito che ciò possa essere un elemento propulsivo per le innovazioni. In secondo luogo, il personale laureato è solo il 6,5% della forza lavoro, venendo superati ovviamente da tutti i più importanti paesi europei. Ed anche questa circostanza, che limita la possibilità di introdurre nelle imprese forze qualificate e preparate, costituisce indubbiamente un freno alla possibilità di sviluppo.