lunedì 24 settembre 2012

La cura peggiore del male di A&G


I consulenti del governo Monti, se avranno mano libera, non faranno altro che aggravare la situazione dei conti pubblici.

Ieri sul “Corriere della Sera”, l’immancabile duo Alesina & Giavazzi (A&G) ci spiegava che lo stato sociale è diventato troppo costoso e lanciava alcune proposte che potevano suonare “razionali”.

L’intervento legislativo della Fornero sulle pensioni, secondo il duo, sarebbe adeguato in quanto ne frena la spesa.
Peccato che ancora una volta interviene colpendo le pensioni medio-basse e aggrava le condizioni di vita dei lavoratori, indistintamente dai lavori svolti: un minatore  dovrà andare in pensione a 67 anni come un editorialista del “Corriere”, con la probabilità che il primo – oltre a svolgere un lavoro più logorante – potrà godersi la pensione per minor tempo del secondo. Con il risultato che il primo avrà lavorato di più per poter pagare la pensione al secondo, che usufruirà di una maggiore speranza di vita.
Non mi scandalizza che la spesa per le pensioni siano cresciute dall’8 al 17% del pil, se contemporaneamente la quota degli anziani sulla popolazione cresce. Trovo più insopportabile che siano pagate pensioni pubbliche superiori a determinate cifre, che non hanno alcuna giustificazione economica e sociale. Oltre i 5000 euro mensili, sono soldi pubblici spesi inutilmente se non per l’arricchimento privato.  Ma il duo A&G non dice una parola su un intervento dello Stato nella distribuzione dei redditi e della ricchezza che accresce le disuguaglianze.

domenica 23 settembre 2012

Passare dalla spending review al taxing review


Prendo spunto dall’editoriale di Eugenio Scalfari su “la Repubblica” di oggi, in cui tra l’altro si parla di politiche fiscali e di bilancio, per esaminare alcuni aspetti delle sue tesi, e di altri, che propugnano una semplice riduzione della spesa pubblica, per ridurre le tasse, come panacea di tutti i mali.

La spesa pubblica non ha limiti per poter far crescere il pil, nonostante vi sia qualcuno che sia convinto che superata la soglia del 50% si passi in un altro universo, ove le leggi dell’economia e della matematica non valgono più.
La crescita del pil deriva da ogni euro speso, perché è un reddito per le famiglie o per le imprese: direttamente in forma di pensioni e stipendi o indirettamente in forma di profitti e salari, se è speso per acquistare beni e servizi dalle aziende.

venerdì 21 settembre 2012

La Povertà negli Stati Uniti nell’ultimo decennio


 
I poveri

Secondo l’U.S. Census Bureau, le persone che vivono sotto la soglia della povertà sono aumentate tra il 2001 e il 2011 di 13,3 milioni, da 32,9 a 46,2 milioni (+40,4%).

La percentuale dei poveri sul totale della popolazione sale dall’11,7 al 15%.

I due terzi dei poveri sono bianchi, sebbene  i 30,8 milioni che vivono sotto la soglia di povertà siano solo il 12,8% dei bianchi americani. Tra il 2001 e il 2011, sono aumentati di 8,1 milioni (+35,7%).
Se scorporiamo dai bianchi quelli di origine ispanica, i poveri bianchi non ispanici scendono a 19,2 milioni e rappresentano il 9,8% della loro classe. Dieci anni prima erano 15,3 milioni, pari al 7,8%. In questo periodo sono aumentati  di 3,9 milioni, ossia del 25,5%.

I neri poveri sono 10,9 milioni su 39,6 afro-americani. Il tasso di povertà tra i neri raggiunge il 27,6%. In questi ultimi dieci anni sono aumentati di 2,8 milioni (+34,3%).

Gli ispanici che vivono sotto la soglia di povertà sono 13,2 milioni, pari al 25,3% dei residenti di questa etnia. Dieci anni prima erano 8 milioni (il 21,4%). L’aumento degli ispanici poveri è stato del 65,6%.

L'opzione call sulla crescita della Fed

Alfonso Tuor sul “Corriere del Ticino” di oggi torna su un tema che abbiamo già esaminato: l’efficacia o meno della politica monetaria americana.

Tra le righe, si riconosce che qualche effetto positivo sull’economia l’ha avuto: ha contribuito ad accrescere il pil americano del 3% e a ridurre la disoccupazione all’8%. Certo, non è sufficiente. Ma almeno siamo sulla strada giusta.
Così non si può dire per la Zona euro, ma su questo Tuor glissa elegantemente.

Poi, bontà sua, non tira in ballo la solita favoletta sull’inflazione, utile per impaurire solo qualche liberista rimasto intrappolato nel secolo scorso.

Ha invece ragione quando scrive che questo terzo QE potrebbe risultare inefficace, finendo per alimentare solo una crescita dei prezzi delle attività finanziarie e/o del settore immobiliare.

Tuttavia, mentre non è così evidente che un rally dei mercati penalizzi i piccoli risparmiatori, favorendo solo le banche, ha ragione su un altro strumento strategico, che si limita tuttavia solo ad accennare, e che lascia subito cadere perché implicherebbe una spesa pubblica in un contesto di debiti pubblici elevati.

Questo argomento, per gli Usa, non ha alcun fondamento. Il debito pubblico americano è in dollari e quindi non vi è rischio che non possa essere pagato. Tanto più che le politiche della Fed consentono al Tesoro di indebitarsi a tassi storicamente bassi ed inferiori all’inflazione.
Quello che effettivamente sarebbe opportuno, e l’amministrazione Obama ha le sue belle responsabilità, è proprio un intervento fiscale teso “ad aumentare la capacità di spesa dei ceti medi e degli strati sociali meno favoriti”.
Purtroppo, la dura opposizione dei repubblicani impedisce di intraprendere una simile iniziativa. E in questa situazione di stallo, la Fed interviene come può, cercando di rispettare il mandato di conseguire la piena occupazione, compatibilmente con la stabilità dei prezzi.

Poiché l’inflazione non è un problema (1,7 ad agosto), vi è spazio per agire e avvicinarsi al primo obiettivo: quello della riduzione della disoccupazione. Ma la Fed ha solo un’arma: la politica monetaria.

E’ probabile – ma lo vedremo nei prossimi mesi se sarà vero – che il terzo QE finisca solo per alimentare una crescita dei prezzi immobiliari e delle attività finanziarie. Ma la crescita della ricchezza delle famiglie che ne conseguirebbe potrebbe indurle ad allargare ulteriormente la borsa della spesa. Se così sarà, dovrebbe migliorare anche la fiducia delle imprese, grazie all’aumento delle vendite, e per questa via potrebbero convincersi che sia utile aumentare l’occupazione, per soddisfare l’accresciuta domanda.

domenica 16 settembre 2012

Deaglio o dell'elogio dell'immobilismo


Mario Deaglio,  su “La Stampa” di oggi, ci delizia della convinzione che il terzo quantitative easing (QE) della Fed, la banca centrale americana, che prevede di acquistare 40 miliardi di dollari al mese di titoli legati ai mutui immobiliari, sarà un fallimento come i due i precedenti.

Non so se sarà un fallimento, ma i primi due certamente non lo sono stati. Riporto un estratto dell’articolo di Federico Rampini su "la Repubblica" del 2 settembre che aveva seguito l’intervento del presidente della Fed, Ben Bernanke, a Jackson Hole,  in cui si sosteneva che “sui quattro milioni di nuovi posti di lavoro creati dal settore privato in America dopo il 2009, la metà sono la conseguenza delle azioni della banca centrale. Queste azioni hanno generato una crescita aggiuntiva dell'ordine del 3% di Pil”.  
Ed aggiunge: “Nessuno dei tanti economisti presenti al simposio di Jackson Hole - anche quelli fortemente critici del suo operato - ha messo in discussione i calcoli di Bernanke”.

Nessuno, tranne il marito del ministro Fornero. Il quale fa delle affermazioni smentite dai fatti. Si può infatti discutere su quale sia stato il reale contributo della politica monetaria della Fed, ma che vi sia stata una ripresa dell’economia e una riduzione della disoccupazione è indiscutibile, salvo per chi ha i parocchi ed è obnubilato dalle ideologie liberiste.

La crisi finanziaria scoppiò, come dovrebbe essere noto, esattamente quattro anni fa. Nel 2008 il pil americano arretrò dello 0,3% e del 3,1% l’anno successivo. Nel 2010 risalì del 2,4% e nel 2011 di un altro 1,8%, superando il massimo antecedente alla crisi.
Nel secondo trimestre di quest’anno, il livello era dell’1,9% superiore al secondo trimestre del 2008, prima del fallimento della Lehman Brothers,  e del 6,8% più elevato rispetto alla fase più acuta della crisi, nel secondo trimestre del 2009.

Parallelamente, il tasso di disoccupazione - che aveva raggiunto un massimo del 10,1% nel novembre 2009 - è ora all’8,1%. Due punti in meno.  Si può discutere se sia un risultato soddisfacente, ma è sicuramente meglio di quanto ottenuto dalle politiche economiche europee, ove la disoccupazione è passata nello stesso periodo dal 10 all’11,3% e il pil dell’intera area dell'euro è inferiore al massimo del 2008 del 2,4%, con punte del -5,4 per la Spagna e del -6,7 per l’Italia.

Chiarito quindi che i primi due QE sono stati tutt’altro che un fallimento, si può discutere se questo terzo potrà raggiungere gli obiettivi che Bernanke si pone.

Gli ultimi dati, quelli relativi ad agosto, ci dicono che la preferenza per la liquidità sta rallentando. M1, ossia circolante e depositi a vista, sta crescendo ad un tasso annuo del 10,8% (un anno fa era il 20,8%). Ciò nonostante, i prezzi al consumo ad agosto sono aumentati solamente dell’1,7%.

Il calo della preferenza per la liquidità potrebbe  tradursi in due modi, che è ancora prematuro prevedere. Il primo, quello auspicato da Bernanke, è che si traduca in un aumento della domanda delle famiglie, che convinca le imprese innanzi ad una crescita delle vendite ad ampliare la base occupazionale. Il secondo, che il calo rifletta un aumento degli investimenti finanziari, che potrebbe alimentare le bolle speculative sui mercati finanziari (come paventa Deaglio).

Il rischio quindi c’è, come le reazioni euforiche di Wall Street e delle altre borse mondiali dimostrano.  Ma non si può escludere che si possa ottenere contemporaneamente una nuova spinta alla crescita dell’economia e che per questa via gli investitori siano incoraggiati ad acquistare i titoli, nell’aspettativa di una crescita degli utili delle società.

Se questo rischio dovesse profilarsi, la Fed potrebbe sempre intervenire per raffreddare “i bollenti spiriti” dei mercati. Quindi è un rischio calcolato. Ma è sempre meglio delle certezze che offrono le attuali politiche economiche della zona euro: il pil quest’anno scenderà dello 0,4% (contro il +2,1 degli Usa) e forse il prossimo anno risalirà dello stesso importo (contro un +1,8 stimato per oltreoceano). Così, dopo questi due anni, noi saremmo al punto di prima (ossia messi male), mentre gli Usa saranno cresciuti quasi del 4%.

venerdì 14 settembre 2012

La favola del 68%

Luca Ricolfi su “La Stampa” di oggi ci spiega “Che cosa blocca il paese”. Ossia la bassa produttività, che va ovviamente accresciuta, come invocato pochi giorni fa dal governo Monti, invitando i sindacati e le imprese a raggiungere un accordo.

Per Ricolfi, “ogni accordo sulla produttività è benvenuto, e saremo grati a Confindustria e sindacati se ne troveranno uno efficace. Ma la dura realtà è che le parti sociali, anche impegnandosi al massimo, anche rinunciando a ogni egoismo, possono fare pochissimo. L’espressione stessa «produttività del lavoro» è profondamente fuorviante. Suggerisce che il prodotto dipenda essenzialmente dall’impegno dei lavoratori, e che la scarsa produttività sia dovuta a impegno insufficiente, scarsa meritocrazia, cattivi incentivi. Non è così”.

Per il sociologo torinese, “la produttività non è altro che il valore aggiunto per occupato, quindi il fatto di pagare l’energia uno sproposito abbassa la produttività del lavoro, e questo a parità di impegno dei lavoratori. Lo stesso discorso potrebbe essere ripetuto per decine di altre voci di costo delle imprese italiane (assicurazioni, burocrazia, prestiti bancari, etc.), che fanno lievitare i costi e quindi abbattono la produttività”.

Questa definizione non è corretta. Perché se l’energia e gli altri costi entrano nella determinazione del valore aggiunto di un’impresa, e possono quindi deprimere l’apporto dato dal fattore lavoro, dovrebbero parimenti accrescere il valore aggiunto delle imprese energetiche e delle altre che, a giudizio di Ricolfi,  entrano nella determinazione del valore aggiunto. Sicchè, allargando lo sguardo dalla singola impresa al settore industriale o meglio ancora al sistema economico nel suo complesso,  la presunta anomalia svanirebbe.
Inoltre, nella determinazione della produttività, si fa riferimento al valore aggiunto espresso a prezzi costanti, al fine di definire le quantità prodotte dai vari fattori produttivi incluso il lavoro. Pertanto, nel tempo, la produttività – che deve misurare la produzione fisica - non viene influenzata (o comunque ne è condizionata il meno possibile) dagli andamenti inflazionistici.

Ma questo è l’errore meno grave di Ricolfi. Infatti, nel determinare i fattori che possono influenzare la produttività, dà sì la giusta importanza agli investimenti, che possono “ammodernare” i processi lavorativi, ma giustifica l’inerzia degli imprenditori nell’intraprendere nuovi investimenti, da un lato a causa dell'insufficienza della domanda (vero!, ma il governo Monti ha le sue responsabilità nell’aver contribuito a deprimere la domanda) e dall’altro all’alta pressione fiscale che colpirebbe gli utili delle imprese, rievocando la favola di una tassazione del 68,6% dei profitti.

Questo dato viene dal rapporto della World Bank dedicato agli indicatori di sviluppo dei vari paesi a livello mondiale. La Banca Mondiale, tuttavia, aggiunge alla vera e propria tassazione sui profitti gli oneri sociali che servono per pagare le pensioni dei lavoratori e che sono a tutti gli effetti, non un’imposta sui profitti, ma un componente del costo del lavoro. Se si scorpora questa voce, impropriamente aggiunta alla tassazione degli utili societari, si scopre che l’aliquota italiana è del 25%. Una bella differenza!
Del resto, con una pressione fiscale ufficiale al 42-45% e con i dipendenti che pagano almeno i ¾ delle imposte dirette oltre che buona parte delle imposte indirette come l’Iva e le varie accise sulla benzina, la pretesa degli imprenditori (rilanciata da editorialisti poco seri) di sottostare a pressioni fiscali inusitate è palesemente priva di senso.

lunedì 3 settembre 2012

Obama come Roosevelt?


Federico Rampini su “la Repubblica” del 2 settembre ha descritto molto bene come la politica monetaria possa agire sulla ripresa.

Tuttavia, vi è un limite all’azione della politica monetaria. No, non è l’inflazione. Di quella non vi è traccia. Anzi, nonostante una crescita della moneta del 16%, i prezzi al consumo aumentano meno del 2% e sono in rallentamento da un anno.

La politica monetaria espansiva agisce innanzi tutto sui tassi di interesse, riducendoli, come ben descritto da Rampini. Ma non può – in linea di massima – portare i tassi di interesse a zero (quelli decennali non lo sono in alcun paese al mondo). E comunque, più comprime i tassi, maggiori saranno le scorte di liquidità detenute dal sistema.  Ciò vuol dire che la quantità di moneta immessa sul mercato potrebbe essere assorbita e restare ferma nei conti bancari, dato che non vi sarebbe convenienza ad acquistare titoli che offrono rendimenti paragonabili normalmente alla liquidità dei depositi bancari. 

E’ poi vero che tutta questa liquidità può indurre il sistema bancario a ridurre i tassi di interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese e favorire in tal modo gli investimenti, ottenendo per questa via un aumento dell’occupazione, come avvenuto negli Usa.

I due quantitative easing (QE) della Fed hanno permesso di uscire dalla crisi del 2008-09, quando il pil cadde complessivamente del 3,4%,  con crescite del 2,4 nel 2010 e dell’1,8% nel 2011. Oggi, il pil americano è superiore al livello antecedente la crisi del 2,8%. Il pil della zona euro nel 2011 era inferiore dell’1,1% a quello del 2008 e quest’anno sarà sotto dell’1,5%.

Ma giunti a questo punto, con i tassi decennali all’1,5%, non sarà una loro discesa all’1% che potrà indurre le imprese a prendere in considerazione nuovi investimenti. I profitti conseguiti delle società non finanziarie negli Stati Uniti sono aumentati nel primo semestre di quest’anno ad un ritmo annuo di poco inferiore al 12% e a fine giugno erano il 14,3% del valore aggiunto dello stesso settore (nel giugno del 2009 erano al 9,1%).  Il costo del denaro non è quindi il problema.  Tanto è vero che gli investimenti sono cresciuti nel primo trimestre del 13,8% (a prezzi correnti), innanzi ad una crescita dell’indebitamento del 4,7%. Quasi il 70% degli investimenti è autofinanziato.

Quanto alle famiglie, mentre da una parte stanno lentamente riducendo l’indebitamento connesso agli acquisti dell’abitazione, stanno accrescendo l’esposizione per gli acquisti dei beni durevoli. La quota di questi ultimi acquistata mediante finanziamenti è passata dal 7,3 al 13% nell’arco dell’ultimo anno. Nel complesso, tuttavia, il grado di indebitamento è sceso da 1,25 volte il reddito netto di fine 2009 ad 1,11 al termine del primo trimestre di quest’anno.

Non sembra, in definitiva, che vi sia tutta questa voglia di accrescere l’esposizione finanziaria, né da parte delle imprese, né da parte delle famiglie. Il risultato è che la liquidità immessa finisce per restare inutilizzata, ai fini dell’economia americana. Il pil reale americano da un anno cresce  sotto i 1000 dollari per ogni 1000 $ di crescita della M1. 
Ma potrebbe trovare impiego in attività speculative, come la crescita annua del 15,4% di Wall Street a fine agosto può lasciar presupporre, dato che le disponibilità liquide del settore privato non finanziario sono rimaste su livelli superiori al primo QE.


In altri termini, la politica monetaria potrebbe aver esaurito la sua funzione. Ciò non vuol dire che occorra procedere con una stretta monetaria. Ma che un QE3 potrebbe semplicemente alimentare una bolla speculativa su qualche mercato finanziario, senza che l’economia americana ne tragga qualche giovamento.

Sarebbe invece opportuno, data una disoccupazione ufficiale superiore all’8% (quella reale è al 15) che sia l’intervento pubblico ad agevolare e sostenere l’attività economica. 

La domanda pubblica, sia a livello federale che a livello degli stati e degli enti locali, è in calo da otto trimestri consecutivi (dal terzo trimestre del 2010). Rispetto alla fine del 2009 è scesa in termini reali del 5,5% e del 5,7 se escludiamo le spese per la difesa.

Se Obama sarà rieletto, dovrà ritornare a prendere in considerazione un aumento della spesa pubblica, se vorrà ridurre veramente la disoccupazione. Non potrà continuare ad affidarsi alla politica monetaria, che ha ormai esaurito i suoi effetti. C’è tuttavia il rischio che perda la presidenza, proprio per non aver sostenuto con adeguato vigore l’intervento pubblico e aver lasciato “al mercato” il compito di assumere chi aveva perso il posto di lavoro.
La mancanza di coraggio nel sostenere le soluzioni che tradizionalmente i democratici propongono in tempi di crisi, rispetto ai repubblicani, potrebbe essergli fatale.