lunedì 27 agosto 2012

Pressione Fiscale ed Evasione


La Commissione Europea ha pubblicato uno studio dedicato al miglioramento delle politiche fiscali.
Tra gli altri temi è affrontato il problema dell’economia sommersa.

E’ opinione diffusa che il sommerso e l’evasione siano il frutto di un’elevata imposizione fiscale. Per i professionisti dei luoghi comuni sarà sorprendente apprendere che, in realtà,  l’economia sommersa è più elevata ove è più bassa la pressione fiscale.



Il grafico mostra che mano a mano che il rapporto tra entrate fiscali e pil cresce, la quota dell’economia sommersa tende a scendere. 

Nel 2011, la quota dell’economia italiana che sfuggiva al fisco, secondo il rapporto della Commissione Ue, era del 21,2%, innanzi ad una pressione fiscale del 42,5%. Più o meno su lo stesso livello tributario vi erano paesi come l’Austria, ove però il sommerso conta l’8%,  la Francia con un sommerso dell’11% e la Finlandia con il 13,7%. 
Il livello del sommerso italiano è quindi il doppio della media  dei tre paesi che hanno una pressione tributaria simile alla nostra.

Se l’Italia, da l’introduzione dell’euro nel 2002 ad oggi, avesse potuto contare su questo 10% di entrate pubbliche in più (e stiamo parlando di un dimezzamento dell’area di evasione) e la  metà del gettito fosse stato destinato alla riduzione del debito pubblico, avremmo potuto avere un  rapporto debito / pil  del 75%.

sabato 25 agosto 2012

Oltre che fannulloni, pure bugiardi


Se non fosse per le conseguenze gravissime a cui andremmo incontro qualora le tesi fondamentaliste tedesche dovessero prevalere, ci sarebbe da ridere.

Nell’editoriale dell’altro giorno della FAZ,  si accusa Mario Draghi, presidente della Bce, di minare l’indipendenza dell’Eurotower. Contemporaneamente, la Suddeutsche Zeitung, attraverso Manfred Neumann, professore all’Università di Bonn, chiede al governo tedesco di richiamare all'ordine Mario Draghi.

Mago Versace

Santo Versace sulle colonne de “il Sole 24 Ore” ci invita a “guardare i grafici della spesa pubblica storica” perché così si “capirà cosa è davvero accaduto in Italia negli ultimi venti anni”. E che cosa è accaduto?

“Scoprirebbe – come ci rivela l’archeologo contabile Versace – che nel 1992 la spesa pubblica (espressa in euro) ammontava a 371 miliardi di euro e che nel 2011 è lievitata a circa 800 miliardi”.

Non è mostruoso? Occorre senza indugio indagare, come ci viene richiesto. 

venerdì 24 agosto 2012

ARRA e il moltiplicatore keynesiano

Il CBO, lo stesso organismo che alcuni giorni fa aveva avvisato che se non si  interviene per evitare il c.d. “fiscal cliff”, gli Usa rischiano il prossimo anno di finire in recessione, oggi pubblica un report dedicato all’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA), uno dei primi provvedimenti dell’Amministrazione Obama nel cercare di rilanciare l’economia e uscire dalla crisi.

Buone Analisi e Consigli Interessati


In uno studio del Credit Suisse dedicato al debito pubblico si può leggere:

Esiste per il rapporto debito pubblico/PIL  un livello predefinito oltre il quale uno stato non è più in grado di rifinanziarsi e deve dichiarare lo stato di insolvenza? La risposta è un netto "no". Ad esempio, come si evince dai dati di Reinhart & Rogoff (2010), nel tempo vari paesi sono andati in default con rapporti debito/entrate ben diversi tra loro. Certamente, come già affermato in precedenza, non è rilevante solo il livello del debito ma anche i costi del relativo servizio. Tuttavia, nemmeno il rapporto tra pagamenti degli interessi ed entrate statali è stato un indicatore molto utile per individuare il rischio di default: nel caso del Giappone ad esempio, tale rapporto risulta più elevato rispetto a quello della Spagna, ma i mercati obbligazionari si mostrano poco preoccupati circa la sostenibilità fiscale nipponica. Ai fini della sostenibilità del debito appaiono invece più rilevanti fattori quali la percentuale di debito pubblico detenuta da investitori locali – giocoforza più fedeli – e la quota di debito denominata in valuta estera. Nel caso della "periferia" europea, tutto il debito è formalmente denominato in moneta nazionale (ossia in euro), ma i mercati hanno cominciato a mostrare segnali di preoccupazione circa il fatto che un'uscita dall'Eurozona trasformerebbe tali titoli in passività in valuta estera. Infine, un punto chiave per la sostenibilità del debito è rappresentato dalla disponibilità della banca centrale di intervenire come "acquirente di ultima istanza". Il fatto che la BCE abbia mostrato una considerevole riluttanza nell'assumere questo ruolo ha costituito il motivo principale alla base dei timori circa la sostenibilità del debito e la possibilità di default nella "periferia" europea.

Il Clup in Italia e in Germania

Elaborazioni su dati Commissione Ue-Ameco

Il post del 16 febbraio 2014 aggiorna l'analisi con i dati del 2012.

In un altro intervento ho espresso i miei dubbi sulla tesi che vuole l’attuale crisi riconducibile a una mancata convergenza dell’andamento dei prezzi, tale da generare squilibri nella bilancia dei pagamenti “insostenibili”.
Innanzi tutto perché, se è indubbio che l’apparato economico tedesco ha beneficiato dell’impossibilità di svalutare per i paesi più deboli dell’eurozona, tale vantaggio non è per nulla paragonabile alle attese dei mercati finanziari di una possibile svalutazione del 30% circa. In secondo luogo, se veramente fosse questo il problema, lo squilibrio sarebbe sanabile con una contrazione della domanda interna, prima ancora che con una soluzione traumatica come l’uscita dall’euro. Ed è quello che sta facendo il governo Monti, sbagliando. Ma se la diagnosi è sbagliata, sbagliate saranno le cure.
Spiegavo quindi che i deficit commerciali verso la Germania, ora in via di riduzione, erano semmai da ricondurre ad una diversa posizione strategica e strutturale dei due sistemi industriali. Con quello italiano  guidato da una classe imprenditoriale poco innovativa e inserita in mercati a bassa crescita o sensibili al ciclo economico. Questo si riflette inevitabilmente nella diversa produttività delle due economie.

Alberto Bagnai nel suo blog rilancia contestando la tesi della “superiorità” tedesca ed afferma che la loro crescita sia attribuibile ad una svalutazione salariale  del 6%, una sorta di dumping economico-sociale.
Ferma restando la notevole differenza tra la svalutazione implicita stimata dai mercati e il vantaggio che sarebbe stato acquisito dalla Germania, la tesi di Bagnai può essere tradotta – in Italia – con l’affermazione che il costo del lavoro è ancora troppo alto. Il che è una vera assurdità, sia in termini effettivi, sia in termini reali, dato che il potere d’acquisto delle retribuzioni dei lavoratori è in calo dalla fine del 2008.
Vediamo come stanno le cose.

mercoledì 15 agosto 2012

Consolidare il Debito Pubblico?

La proposta di Paolo Savona su “il Sole 24 Ore” di consolidare il debito pubblico vuole porsi in alternativa a quella del duo Alesina & Giavazzi.

In estrema sintesi, si propone di allungare le scadenze dei titoli pubblici (di circa cinque anni, come dichiarato a Rai News) e di fissare i tassi di interesse pari all’inflazione più una piccola quota legata alla crescita (se mai ci sarà).

Essa confida sul fatto che per questo periodo, se si manterrà il pareggio di bilancio, non sarà necessario ricorrere a nuovi debiti, che il mercato farebbe pagare a tassi più elevati.

Il beneficio per il bilancio pubblico lo si può comprendere. Non è chiaro come questa proposta possa favorire la ripresa economica e come possa aiutarci ad uscire da una crisi dell’euro che rimarrebbe sempre in primo piano.

domenica 12 agosto 2012

E' la crescita che vogliamo?

Alesina e Giavazzi sul “Corriere”  scrivono: “ciò che conta non è il debito in sé, ma il rapporto fra il debito e il reddito nazionale (il Pil). Se l'economia non ricomincia a crescere quel rapporto non scenderà mai abbastanza”.

venerdì 10 agosto 2012

La spesa pubblica nei paesi dell'euro tra il 2002 e il 2010

Elaborazioni su dati Eurostat

Su Keynes blog  è scoppiato un furioso dibattito tra i suoi lettori sulla necessità di intervenire o meno sulla spesa pubblica.

Su questo blog ho già espresso l'opinione che, al contrario di quanto comunemente si crede, non vi è stata alcuna spesa incontrollata, dato che abbiamo avuto in media un avanzo primario superiore al 2,5% per ogni anno che va dal 1992 ad oggi.

Ora riporto una sintesi di uno studio dell'Eurostat sulla spesa pubblica relativa ai paesi europei tra il 2002 e il 2010, distinta per funzioni.

Tra il 2002 e il 2010 la spesa pubblica nella zona dell’euro è cresciuta dal 47,5 al 50,4% del pil. L’aumento ha riguardato tutti i principali paesi, ad eccezione della Germania, ove scende dal 48,1 al 46,6%.

Restano sotto la media, sebbene in forte crescita, la Spagna (che passa dal 38,9 al 45%) e  la Grecia (dal 45 al 49,6%), proprio i due paesi accusati di essere “spendaccioni”.

L’Italia, l’altro paese sotto osservazione, che nel 2002 era sotto di due decimi di punto dalla media della zona euro, nel 2010 era sopra la media per la stessa entità.

Vi è poi la Francia che ha aumentato la spesa pubblica dal 52,6 al 56,2% del pil (quasi sei punti in più della media euro). Ciò nonostante nessuno l’accusa di avere una finanza “allegra”.



Considerando le spese per il Welfare (protezione sociale, sanità e istruzione) e per la protezione ambientale, l’insieme della zona euro ha elevato la quota dal 30,9 al 34% del pil.

La Germania ha sostanzialmente mantenuto il welfare che aveva  nel 2002 (-0,1 punti percentuali), mentre è aumentato, ma si mantiene sotto la media europea, in Spagna (dal 23,5 al 29,2%) e in Grecia (dal 25,3 al 29,9%). Non solo, la spesa di questi paesi sotto osservazione di Bruxelles si mantiene inferiore a quella tedesca!

In Italia, la spesa per il welfare, che nel 2002 era inferiore sia alla media euro che a quella tedesca, nel 2010 ha superato – in rapporto al pil –  di mezzo punto quella tedesca, ma si è mantenuta sotto il livello europeo. Quindi anche l’Italia non può essere considerata – come solitamente avviene nei media nazionali ed europei – troppo spendacciona per i suoi servizi sociali.

La Francia, ancora una volta, non si è fatta problemi ad aumentare le spese per il welfare, che già nel 2002 erano di oltre quattro punti percentuali sopra la media europea. Nel 2010, il welfare francese arriva al 39,2% del pil (oltre cinque punti in più della media euro).   



Le spese per gli interventi pubblici in economia sono saliti a livello europeo dal 4,2 al 4,9%.  La Germania ha sostanzialmente seguito il trend generale, ampliando il sostegno alle attività economiche. Così ha fatto la Spagna, portandole dal 4,7 al 5,2%. La Grecia, la Francia e l’Italia le hanno invece ridotte di 0,2-0,3 punti percentuali. Quindi, a parte la Spagna, ove comunque non è certo lo 0,3% in più sulla media europea che può provocare la crisi che rischia di mandare in frantumi l’euro, le politiche economiche  sono state per lo più restrittive. Salvo quelle tedesche.



Alla Germania va riconosciuto di aver ridotto le spese generali e le altre spese di oltre due punti di pil tra il 2002 e il 2010. Ma non è che gli altri le abbiano aumentate (a parte la Grecia di due decimi di punto, ma su un valore che era già quattro punti più alto della media europea).  Si può sicuramente dire che su questa voce, una maggiore attenzione agli sprechi avrebbe permesso di liberare risorse utili per altri impieghi. Tuttavia il livello di spesa italiano è paragonabile a quello francese (anche se non per la qualità), mentre quello spagnolo è inferiore alla media euro.


In definitiva, i paesi attualmente sotto osservazione sono sostanzialmente in linea con il resto d’Europa (è il caso dell’Italia), se non ad un livello leggermente migliore (è il caso della Spagna, ma anche della stessa Grecia). Ciò nonostante subiscono un attacco mediatico, finanziario e politico senza precedenti, mentre è evidente che se l’euro è in crisi non è certo per colpa della spesa pubblica. Infatti la Francia, pur spendendo ben oltre la media europea (quasi il 6% in più), non è sottoposta alle stesse pressioni che vengono esercitate sulla Grecia, la Spagna e l’Italia.

Evidentemente c’è qualcosa che non torna nelle attuali politiche restrittive dei governi europei, troppo succubi a logiche etero dirette, in primis dalla Germania.  La quale diffonde luoghi comuni di facile presa tra i suoi cittadini  sui paesi del sud Europa, che non trovano riscontrano nei dati di fatto. Ma in tal modo rischia di far saltare non solo l’euro, ma la stessa costruzione europea.



giovedì 9 agosto 2012

Patrimoniale o Vendere l'Oro?

Il marito del ministro Fornero, Mario Deaglio,  su “La Stampa”, affonda l’attacco alle riserve auree della Banca d’Italia, ovviamente con il “nobile” intento di ridurre il debito pubblico.

Nei suoi ragionamenti tutto viene dato per scontato, o dovuto in seguito agli accordi europei.
Così è normale che il debito debba essere ridotto al 60% del pil nell’arco dei prossimi vent’anni, perchè ce lo chiede (o impone, a seconda delle sensibilità) l’Europa!
Peccato che anche l’Italia faccia parte dell’Europa ed abbia un diritto di veto. Se non lo esercita ed anzi approva il fiscal compact (anche prima della Germania),  l’Europa diventa una foglia di fico con cui coprire le vergogne dei politici che hanno votato un salasso sulla pelle delle famiglie. E’ una vergogna perché verrà imposto ai cittadini di questo paese di tirare la cinghia per 50 miliardi per ognuno dei prossimi vent'anni, dopo che l’avevano già stretta per 30 miliardi, in media per ciascuno dei venti anni che va dal 1991 al 2010, senza che si siano ottenuti risultati tangibili, come è sotto gli occhi di tutti.

Inoltre, la tesi che afferma che il debito pubblico è insostenibile, volutamente ignora la controprova che arriva dal Giappone, ove secondo il Fmi quest’anno verrà superato il 230% del pil. Eppure, i titoli decennali giapponesi  pagano meno dei tedeschi, solo lo 0,8 contro l’1,4% dei secondi. Come è possibile? La risposta è molto semplice. Perché in Giappone la banca centrale interviene per mantenere bassi i tassi di interesse, cosa che è impedita alla Bce in Europa.

Quindi il problema non è il debito pubblico in sé. Il problema è che abbiamo un sistema monetario europeo incoerente e inefficace.

Ma vi è anche un’altra ragione per dubitare della bontà della tesi di Deaglio. Egli sostiene, come logicamente sosterebbe chiunque, che abbattendo il debito, si ridurrebbe il peso degli oneri finanziari. Affermazione ineccepibile, se non fosse che una opportunità del genere l’Italia l’ha già avuta e l’ha sprecata.

Almeno per otto anni, dal 2000 al 2008, il debito pubblico italiano ha pagato solo 0,3 punti percentuali in più (il famoso spread) sui tassi che hanno pagato i tedeschi sul loro debito. Meno di così è difficile credere che si potesse ottenere.
Ciò nonostante, i benefici sono stati utilizzati dal governo Berlusconi non per cercare di contenere la crescita del debito, ma in maggiori spese, riducendo l’avanzo primario nel 2005 (alla fine del suo mandato)  allo 0,2% del pil (nel 2000 era al 5,4).   

Pertanto, non vi è alcuna garanzia che vendendo parti del patrimonio pubblico, o l’oro della Banca d’Italia, si ottenga un beneficio a lungo termine sui conti pubblici. Poiché, se anche fosse destinato alla riduzione del debito, le risorse liberate in seguito ai ridotti oneri finanziari potrebbero indurre la nostra classe politica ad aumentare nuovamente la spesa e far ripartire il debito.

Il chè non è  sbagliato, se la spesa è produttiva e destinata alla crescita. Il guaio è che, dopo aver venduto tutto quello che c’era da vendere, incluse le imprese strategiche di un paese come il nostro che è privo di risorse energetiche, come l’Eni e l’Enel, non vi sarà più nulla che i privati (nazionali e internazionali) potranno aggredire e il paese sarà lasciato andare alla deriva.

Forse è allora meglio che chi non ha subito le conseguenze della crisi e in questi anni si è arricchito dia un contributo. Tra il 1995 e il 2010,  alcune famiglie (il 10%) hanno visto crescere la propria quota di ricchezza dal 44,5 al 45,9%. Stiamo parlando di quasi 4.000 miliardi in mano a 6 milioni di persone (inclusi i neonati).  
Buona parte dei 50 miliardi che si dovrebbero mettere in campo per ridurre il debito ogni anno potrebbero quindi venire da qui, con una tassazione dell’1% sui grandi patrimoni.

Ma, ovviamente, sarà più facile vendere l’oro della Banca d’Italia (che per inciso vale solo 100 miliardi di euro, l’equivalente di due anni di manovre). Dopo saremo a secco.

martedì 7 agosto 2012

L’Italia è più virtuosa della Germania

Che tipo di unione monetaria è quando due debitori sostanzialmente eguali pagano sulle stesse scadenze tassi dell’1,5 o del 6%? L’unica risposta è che c’è qualcosa di distorto nel mercato. Che il mercato è tutt’altro che unito e che di fatto è come se usassero valute diverse (il marco e la lira, anziché l’euro). Ed è questa l’assurdità dell’attuale sistema monetario europeo.

Il Corriere del Ticino ci ricorda che abbiamo un debito pubblico pari al 123%.  Ma in termini assoluti il debito tedesco è superiore al nostro. A marzo il debito italiano era di 1.946 miliardi. Quello tedesco era di 2.112 miliardi.

Ciò nonostante ci sprona a tagliare la spesa, ovviamente improduttiva ( in questo modo si mette sempre la coscienza a posto, anche se poi si colpisce sempre e solo da una parte: dipendenti e pensionati). Peccato che i conti italiani siano migliori di quelli tedeschi. Sì, avete capito bene: sono migliori.

L’avanzo primario, ossia il saldo tra le entrate e le uscite delle AAPP al netto degli interessi, nel 2012 sarà del 3,4% del pil, secondo la Commissione Europea.

Se non fosse chiaro, siamo in avanzo, non in deficit! E la Germania avrà quest’anno un avanzo dell’1,7%, inferiore al nostro.

Questo risultato, dirà qualcuno, è merito del governo Monti, dato che in passato siamo stati degli spendaccioni, delle cicale, anziché delle formiche. Niente di più falso. Se Monti ha un “merito”, è quello di aver usato la mano ancor più pesante verso coloro, sempre gli stessi, che negli ultimi decenni hanno più volte pagato a causa di queste scellerate politiche che hanno depresso la crescita economica, togliendo ogni speranza di futuro.  

L’avanzo primario (ormai dovrebbe essere chiaro di cosa stiamo parlando) è stato in media per ciascuno degli anni che vanno dal 1995 al 2011 del 2,7%. Ogni anno, in media, abbiamo fatto in modo che le AAPP spendessero il 2,7% del pil in meno rispetto a quanto veniva riscosso mediante le entrate pubbliche. Non c’è stata quindi nessuna spesa incontrollata. Le AAPP, al netto degli interessi, hanno sempre speso meno di quanto entrava. E per chiudere il confronto, l’avanzo primario tedesco nello stesso periodo è stato dello 0,8% medio annuo.

Il Corriere del Ticino invita la Svizzera a sostenere la Germania, perché una frantumazione dell’euro avrebbe serie conseguenze anche per la Banca Nazionale Svizzera, che detiene quasi 220 miliardi di franchi svizzeri di riserve ufficiali espresse in euro. Non mi è difficile immaginare perché la Svizzera possa essere a fianco della Germania, piuttosto che dell’Italia,  della Spagna o della Grecia. Ma non saranno le politiche tedesche che potranno salvare l’euro. Si ha invece l’impressione che la Germania  stia giocando un ruolo pericoloso e che la sua forza possa spezzare la corda da un momento all’altro.

L’euro è in crisi perché non è ammissibile che si possa avere tassi differenti su debiti espressi nella stessa valuta e per pari scadenza, che ovviamente si riflettono sulle possibilità di crescita dei diversi paesi. Ma, come abbiamo visto,  la Germania non è più virtuosa dell’Italia. Anzi, è vero il contrario.

Ciò che serve, se veramente si vuole salvare l’euro, è allora una Banca Centrale Europea investita di tutti i poteri che si addicono alle banche centrali, come avviene in tutti i paesi del mondo, inclusa quella svizzera. Purtroppo, l’opposizione tedesca, affinché la Bce possa agire come prestatore di ultima istanza, ha determinato una segmentazione dei mercati dei capitali, trattando i debiti sovrani come debiti nazionali con le garanzie che possono offrire gli stessi stati. Ciò ha portato al fallimento della Grecia, ma non ha salvato l’Unione Monetaria.

Il rischio è infatti passato dalla Grecia alla Spagna e all’Italia. Se persisteranno gli attuali differenziali sui tassi di interesse, i sacrifici che vengono imposti saranno vani  e sempre più insopportabili, fino al punto che verrà conveniente uscire dall’euro.  

Ma tutto questo potrebbe essere evitato solo se la Bce potrà agire come una vera banca centrale. Se anziché dare 1.000 miliardi alle banche all’1%, senza che il problema degli spread venisse risolto, avesse dato 300 miliardi all’1% alla Grecia per pagare i suoi creditori (incluse le banche tedesche), non vi sarebbe stata tutta questa bufera e l’euro non rischierebbe di saltare (con una probabilità del 20% entro i prossimi due anni).

domenica 5 agosto 2012

I tassi di interesse sui mercati interbancari

Luigi Zingales spiega su "l'Espresso"come vengono determinati i tassi interbancari.

I liberisti senza se e senza ma, che si affidano alle virtù dei mercati, dovrebbero riconoscere che l’attuale sistema è fallace e soggetto a spudorate manipolazioni. Costoro ci insegnano che non vi è miglior modo per determinare i prezzi (in questo caso i tassi di interesse) se non mediante l’incontro della domanda con l’offerta. Ora si scopre che sono fissati sulla base delle dichiarazioni di un pool di banche, anche se i tassi effettivi praticati sull’interbancario erano ben diversi da quelli comunicati alle autorità preposte al controllo dei mercati.

Zingales e gli altri liberisti non ideologizzati oggi si "dissociano". Ma si dimenticano di dire che queste storture sono state rese possibili solo grazie alla furia liberalizzatrice  che ha soppresso molti controlli e abolito molti vincoli regolamentari a cui prima era sottoposto il sistema finanziario. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

Peccato che a piangere siano stati tutti coloro che hanno fatto ricorso, ad esempio, ad un mutuo per l’acquisto della casa. Ancora una volta, hanno pagato i soliti noti.