domenica 17 maggio 2015

Nel primo mese del QE, gli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca d'Italia sono meno del 90% di quanto previsto

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A marzo il debito pubblico era di 2.184,5 miliardi (oltre il 135% del pil), in aumento rispetto a dodici mesi prima di quasi 65 miliardi.

Al netto degli oltre 58 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a poco più di  2.126 miliardi (62,5 in più rispetto ad un anno fa).

L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 47,5 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui oltre 75 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 27,7 miliardi, ovvero l’1.7% del pil.

I restanti 15 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora superiori a 102 miliardi, equivalenti al 6,3% del pil. In particolare, a  fine marzo la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di circa 79 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano più di 23 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire oltre due anni di “fabbisogno interno”.

A fine febbraio, più della metà del debito pubblico era detenuto dal settore finanziario nazionale; quasi il 35% da creditori esteri e meno del 10% da altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che da marzo è chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, aveva alla stessa data 112,2 miliardi di debito pubblico, pari al 5,1% di quello complessivo. Nel primo mese del Quantitative Easing i titoli pubblici iscritti a bilancio sono cresciuti di 6,4 miliardi, meno del 90% dei 7,2 miliardi mensili previsti dal QE a carico della Banca d’Italia.

Il rendimento medio dei titoli decennali ad aprile è stato inferiore all’1,4%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 124 punti base.

martedì 5 maggio 2015

Prestiti e liquidità a marzo

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


A marzo i prestiti al settore privato non finanziario della zona euro erano dello 0,5% inferiori rispetto ad un anno prima, con i prestiti alle società non finanziarie (SNF) in calo dell'1,2%. Invariati risultavano invece i prestiti, al netto dei rimborsi, a favore delle famiglie. 


Rispetto ai principali paesi, i prestiti al settore privato non finanziario risultano in crescita nei dodici mesi in Germania (+1,0) e in Francia (+0,6). In calo in Spagna (-5,9) e in Italia (-1,6).


Rispetto alla tipologia del beneficiario, solo le società non finanziarie francesi possono contare su un aumento del 4% dei prestiti rispetto ad un anno fa. Calano invece in Germania (-0,3), ma soprattutto in Italia (-2,7) e in Spagna (-8,5).

Le famiglie ottengono finanziamenti aggiuntivi soprattutto in Germania (+1,7) e negli altri paesi della zona euro (+2,2), al di fuori della Francia (-1,8), della Spagna (-4) e dell'Italia (-0,1).

Nonostante il calo dei prestiti, i depositi del settore privato della zona euro sono cresciuti del 2,2%, trainati dai depositi a vista, che aumentano di quasi il 10%. 


In Germania i depositi crescono del 2,7%, con i conti correnti in crescita del 9%.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario aumenta negli ultimi dodici mesi del 4,2%, con i depositi a vista in espansione dell'8,8. La crescita dei depositi è più marcata tra le SNF (+5,6), ma è positiva anche tra le famiglie (+2,4)


In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è stata di 125,7 miliardi, di cui 62,5 miliardi imputabili ai rimborsi netti dei bond bancari. 

I depositi delle famiglie sono cresciuti di 23 miliardi e di 11 quelli delle SNF. Gli altri soggetti non bancari residenti  hanno visto lievitare le disponibilità liquide di oltre 85 miliardi, grazie anche alla concessione di 34,3 miliardi di prestiti netti.

Aumentano in termini annui anche i depositi degli investitori esteri dell'area euro, di 6,5 miliardi, prevalentemnte ad opera di istituti finanziari.


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende oltre ai depositi a vista il circolante, aumenta a marzo del 10%. Ciò nonostante i prezzi al consumo restano di fatto invariati (-0,1).

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro scendono sotto l'1%. Un anno prima erano poco sotto al 2,9%.

All'interno dell'eurozona restano tuttavia ampi differenziali, con punte che arrivano al 10,5% in Grecia, innanzi a tassi tedeschi dello 0,23. Quelli italiani a marzo erano all'1,29%.


venerdì 1 maggio 2015

Grecia, a marzo in via di esaurimento la fuga dai depositi

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

A marzo i depositi presso il sistema bancario greco hanno continuato a scendere ad un passo nettamente superiore al calo dei prestiti netti. Negli ultimi dodici mesi i primi sono diminuiti di oltre il 19% a fronte di un calo dei prestiti dell’1,3%.


In termini assoluti si tratta di un calo di 36,8 miliardi per i depositi e di 3 per i prestiti. L’effettivo deflusso dei depositi nell'ultimo anno, ossia al netto dei rimborsi netti sui prestiti, è stato di 33,8 miliardi.


In termini mensili, i dati appaiono fortunatamente meno preoccupanti e si può anzi notare un certo esaurimento della corsa agli sportelli.

Infatti a marzo i depositi presso il sistema bancario ellenico sono diminuiti solamente di 3,9 miliardi contro i  7 di febbraio e i 26,7 di gennaio. 


Oltre la metà del deflusso lo si deve alle famiglie, avendo ritirato dai depositi 2 miliardi, al netto dei 250 milioni utilizzati per i rimborsi netti sui prestiti.

I depositi degli altri soggetti residenti (prevalentemente imprese) sono diminuiti di 1,2 miliardi. Se si tiene conto dei 300 milioni di nuovi prestiti netti, il deflusso effettivo si attesta ad un miliardo e mezzo, invariato rispetto a febbraio.

I depositi degli investitori dell’area euro, prevalentemente bancari, sono tornati a crescere, sia pur solo di 70 milioni. Tuttavia i prestiti netti erogati sono aumentati di  circa 600 milioni. Al netto di questa voce, l’effettivo rimpatrio si attesta sopra i 500 milioni. A febbraio si sfiorò il miliardo.

Alla fine di marzo, il sistema bancario poteva contare su depositi della clientela nazionale per 149 miliardi (27,2 miliardi in meno rispetto ad un anno prima) e su 6,3 miliardi da parte di clientela dell’area euro.


domenica 12 aprile 2015

Gli ultra ricchi

L'UBS ha pubblicato il rapporto 2014 sugli ultra ricchi (acronimo: UHNW; ovvero quelli con più di 30 milioni di $ di ricchezza netta).

Qui riporto alcune tabelle significative.

A livello mondiale la ricchezza si distribuisce nel modo seguente:


In Nord America, la ripartizione della ricchezza tra i più ricchi è riportata nella seguente tabella

In Europa è la seguente

L'Italia è il quinto paese europeo in cui vi sono più straricchi

ed è 14.ma a livello mondiale

lunedì 6 aprile 2015

Una crisi lunga 15 anni?

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dopo aver illustrato nel post del 4 aprile scorso i dati economici della crisi, oggi mi soffermo sulle politiche economiche che sono state attuate.

Innanzi tutto è evidente che il nostro paese ha subito due shock recessivi: il primo, quello del 2008, è stato indotto – come è noto – dalla crisi finanziaria successiva al fallimento della Lehman Brothers negli Stati Uniti; il secondo ha origine prevalentemente “interne”.



La crisi del 2008

Con la crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman Brothers, la sfiducia si diffonde tra gli imprenditori a livello mondiale. Il pil dei paesi Ocse tra il 2008 e il 2009 crolla di circa il 5%. Ma oltre il crollo della domanda mondiale, alla nostra recessione contribuisce anche l’eccessiva forza dell’euro-lira (misurata in termini effettivi mediante i prezzi alla produzione): quando scoppia la crisi i prezzi dei nostri manufatti sui mercati internazionali superano di oltre l’8% i livelli del 1999.


Non avendo il controllo della politica valutaria, il tasso di cambio effettivo reale permane esageratamente forte fino al 2010 e ciò non aiuterà certo ad assorbire lo shock esterno, determinando un deficit delle partite correnti che arriverà al 3,9% del pil. 


L’effetto combinato del crollo della domanda estera con i prezzi non allineati a quelli internazionali ha un impatto sulle nostre esportazioni paragonabile ad uno tsunami: -24%. Le imprese reagiscono sfoltendo la base occupazionale: i dipendenti vengono ridotti del 5% nel giro di due anni, ma non è sufficiente per evitare che il clup si impenni in un anno del 7,5%. Il margine operativo lordo (mol) crolla di oltre l’8% e dà il pretesto per avviare una nuova tornata di licenziamenti (nel 2014 i dipendenti del settore privato saranno il 7% in meno rispetto all’inizio del 2008). 


Al crollo della domanda estera si aggiunge così il calo della domanda interna, indotta sia dal calo dei redditi per la perdita dei posti di lavoro, sia per il crollo degli investimenti (-14,2% rispetto al primo trimestre 2008). 

Il risultato complessivo è un crollo del prodotto interno lordo del 7,6%.


Ma il cambio non è l’unico strumento di cui abbiamo perso il controllo. Anche i tassi di interesse vengono decisi a Francoforte. 

La politica monetaria della BCE, per quanto abbia tentato di ridurre la curva dei tassi portando quelli ufficiali dal 4,25 all’1%, non si trasmette ai titoli pubblici italiani e agli altri paesi periferici (dando inizio al tormentone sullo spread). E’ il primo campanello di allarme sulla sostenibilità dell’euro che diventerà del tutto evidente dopo la crisi greca, quando i mercati prendono atto che il debito pubblico dei paesi membri dell’area euro è privo di garanzie. In questo contesto, i titoli pubblici incominciano ad incorporare un premio per il rischio emittente che, nella fase più acuta della crisi, si tramuterà nel rischio per la ridenominazione del debito. 


Privati sia della politica valutaria che di quella monetaria, non ci restava che agire su quella di bilancio.

E’ vero che il saldo primario passò da un avanzo del 3% del pil all’inizio del 2008 ad un deficit prossimo all’1% alla fine del 2009.  Ma l’effetto come si può vedere nel grafico seguente fu alquanto modesto in termini di contributo alla domanda complessiva.


Anche la politica di bilancio, come quella valutaria e monetaria, resta di fatto indifferente all’effetto distruttivo provocato dall’onda d’urto di una crisi che non aveva precedenti per intensità e profondità.


La crisi del 2012 - 2014?

A tirarci temporaneamente fuori dalla crisi è ancora una volta la domanda estera: tra la metà del 2009 e il 2012 le esportazioni riguadagnano quasi 20 punti percentuali.  Sia il ritorno alla crescita dell’economia mondiale (i paesi Ocse a metà 2010 crescono del 3,4%) che una svalutazione del cambio effettivo, che riporta i prezzi dei manufatti sui mercati internazionali ad appena l’1% sopra i livelli del 1999, favoriscono la ripresa. 

Piatta risulta invece la domanda interna: i consumi hanno difficoltà a riconquistare i livelli pre-crisi; gli investimenti restano sulle dimensioni (depresse) del 2009.  

Nel complesso il pil tra il 2009 e il 2011 risale di 3,2 punti.


Ma la bonaccia dura poco. E’ vero che l’economia internazionale rallenta e passa da una crescita del 3,4 all’1% del 2012, ma l'export trova sostegno nei prezzi dei nostri prodotti,  ormai allineati ai mercati internazionali (nel 2012 sono anche più convenienti di quelli di 13 anni prima).

Questa volta è la domanda interna a segnare il passo. Che succede? Succede che la BCE, per indurre il governo italiano a rispettare i parametri di bilancio e avviare le "riforme strutturali", ovvero a ridurre il costo del lavoro mediante la rimozione degli ostacoli che si frappongono all'espulsione del personale in esubero, lascia salire i tassi di interesse sui titoli pubblici decennali oltre il 7%. Monti subentra a Berlusconi e l’avanzo primario (ovvero la sottrazione di risorse al settore privato) ritorna al 2% del pil.

L'effetto è un crollo della domanda interna di cinque punti percentuali tra la fine del 2011 e l'inizio del 2013, dopo i quattro punti persi tra il 2008 e il 2009. I consumi si riducono del 6,5%, anche per un nuovo calo dell'occupazione (circa 650 mila unità di lavoro) e gli investimenti piombano di un altro 12%. 

Effetto non secondario del calo della domanda interna è il crollo delle importazioni, che consolida il miglioramento delle partite correnti con l'estero.

Rassicurati i creditori esteri e avviati i "compiti a casa" la BCE può procedere con maggior tranquillità all’allentamento monetario: i tassi ufficiali vengono di fatto azzerati e i tassi decennali possono scendere a fine 2014 al 2%, che si confrontano tuttavia con una crescita nulla del pil nominale (-0,4 quella reale).

I governi Letta e Renzi proseguono le politiche di bilancio iniziate da Monti: l’avanzo primario resta per tutto il 2013 sul 2% e solo a fine 2014 scende leggermente (1,6%).

L’avvio del quantitative easing nel 2015 dovrebbe allentare ulteriormente la pressione sul tasso di cambio effettivo reale, che nel frattempo è risalito sopra i livelli del 1999 del 2,5% .

Le tensioni sembrano ora allentarsi, ma il prezzo pagato è stato un calo del prodotto del 9,6% (peggio della grande depressione degli anni ’30) e un calo dell’occupazione in termini di unità di lavoro (ovvero di posti effettivi) di 1,8 milioni.


Anche se si ritornasse ad una crescita del pil pari all’1% annuo, ci vorrebbero altri otto anni, ossia nel 2023, prima di ritornare sui livelli pre-crisi.

Se così fosse, sarebbe una crisi lunga ben 15 anni. Difficile considerare uno scenario del genere come un successo delle politiche di austerità (imposte dall’Eurosistema).

sabato 4 aprile 2015

Pil e saldi settoriali dopo la crisi del 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2007 il prodotto interno lordo italiano è sceso del 9,6%. Il 2014 vi ha contribuito per lo 0,4%.


L’occupazione nello stesso periodo è scesa di circa 780 mila unità, pari al 3,4%. Nonostante ciò la produttività risente del calo del prodotto e arretra del 6,5%.


Le famiglie, redditi e consumi

I redditi delle famiglie, deflazionati con i prezzi al consumo, sono caduti dai livelli del 2008 del 10,6%, il ché implica una caduta dei redditi reali anche per chi ha mantenuto il posto di lavoro in media del 7,5%.

I consumi delle famiglie nel loro insieme calano di oltre il 7%.  Sono i beni durevoli a subire il maggior colpo, -21,7%, sebbene nel 2014 siano rimbalzati del 3,2%, grazie soprattutto alle auto (le immatricolazioni sono aumentate del 4,3%).

Per quanto modesto, l’unico segno positivo nel periodo considerato viene dai servizi (+0,8), dato che gli altri beni di consumo vengono tagliati del 13,4% rispetto a 7 anni prima.


Il reddito reale per le famiglie dei lavoratori autonomi e degli imprenditori nel complesso è sceso dell’11,5%, contro il 10,5 subito dai dipendenti, i pensionati  e gli inoccupati. Tuttavia, il reddito reale di quest’ultimi è inferiore a quello del 1999, mentre per i primi è del 4,5% superiore.


Il calo dei redditi dei dipendenti e dei pensionati (con le retribuzioni complessive reali che scendono del 7%) è stato compensato  aumentando la propensione al consumo dall’88,8 al 91,7%. Ciò nonostante i consumi sono stati tagliati del 7,7% (-0,3 nel 2014). I risparmi sono conseguentemente crollati del 26,9% in termini nominali e gli investimenti (prevalentemente immobiliari) del 22,7%. Peraltro, mentre i risparmi sono ritornati sugli stessi livelli di 15 anni prima, gli investimenti sono del 36% più elevati. La differenza presuppone una maggiore esposizione debitoria e/o l’impiego di risorse finanziarie in precedenza accumulate.


Anche gli autonomi e gli imprenditori compensano il crollo dei redditi reali innalzando la propensione al consumo, dal 20,7 al 22,5%. I consumi si riducono solo del 3,7% (e restano invariati rispetto al 2013). La creazione di risparmio si riduce del 4,7% in termini nominali, mentre gli investimenti sono stati tagliati del 21,8. Ciò ha consentito di ridurre l’indebitamento e/o di accumulare risorse finanziarie.


Nel complesso, il risparmio delle famiglie si contrae del 22,2%. Rispetto al pil passa dal 9,4 al 7,3%. Analogamente gli investimenti delle famiglie scendono dal 7,3 al 5,7%. L’eccesso di risparmio si riduce dal 2,1 all’1,6%.


Le imprese e gli investimenti

Il valore aggiunto ai prezzi correnti del settore economico privato, ossia il valore della produzione, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al primo trimestre 2008 (-0,5%). Depurato dell’andamento dei prezzi si traduce in un calo del 9,5%. Per le società non finanziarie (SNF) la produzione arretra dell’11,4%.

Il costo del lavoro aumenta solamente del 4,4% (3,5 per SNF), ma il calo della produzione innalza il clup del 15,4% (16,7 per le SNF).


Il margine operativo lordo (MOL) si riduce del 3,2% (-13,4 per le SNF ) ed equivale al 62,8% del valore aggiunto (40,6 per le SNF).  All’inizio del 2008 era al 64,6 per il settore privato (e al 45% per le SNF).


Per quanto la contrazione dei margini appaia molto più pesante per le SNF rispetto agli altri agenti dell’area business, sono proprio quest’ultimi che operano un drammatico taglio agli investimenti, del 56,3%. Pesante è comunque il taglio anche per le SNF (-26,4%).

Valutando gli investimenti del settore business nel suo insieme risulta un calo del 27,4%, leggermente meglio di quanto fatto dal settore pubblico (-29,9).

Vi sono infine gli investimenti delle famiglie, prevalentemente in nuove abitazioni e ristrutturazioni, crollati di quasi  1/3.


Nel complesso gli investimenti crollano del 29,5%, con le opere pubbliche e l’edilizia non residenziale che sfiora una caduta del 40%.

Leggermente meglio, se così si può dire, vanno gli investimenti non infrastrutturali, dato che la discesa si ferma a meno del 25%. Tuttavia, se le spese per impianti e macchinari limitano la caduta a a meno del 20%, un vero e proprio tonfo si registra tra i mezzi di trasporto (quasi il 45%).


Rispetto al pil, gli investimenti delle imprese del settore privato scendono dal 12% del 2008 all’8,7%, nonostante il risparmio (11,7% del pil) sia prossimo ai livelli di inizio 2007 (11,9). L’eccesso di risparmio raggiunge il 3%, quasi il doppio di quello delle famiglie (1,6).



Tuttavia, considerando il settore privato nel suo insieme, il risparmio non risulta particolarmente elevato (per quanto sia paradossale che sia concentrato tra le imprese piuttosto che tra le famiglie): a fine 2014 era al 19% contro il 21,3 di inizio 2007. Sono gli investimenti che segnano nuovi minimi (14,3% del pil contro il 19,4 del terzo trimestre 2007).

La domanda interna del settore privato appare pertanto in calo del 13,2% rispetto al primo trimestre del 2008.


Il settore pubblico

La domanda del settore pubblico, nonostante i classici luoghi comuni, appare in calo del 2,4% in termini reali, con i redditi da lavoro in flessione del 10,6%. Sono invece aumentati gli acquisti di beni e servizi presso il settore privato, del 6,5% rispetto all’inizio del 2008.

Come abbiamo già visto, gli investimenti pubblici sono crollati del 29,9%, il che conduce ad un apporto complessivamente negativo del 6,2%.

Tenendo conto delle altre voci di spesa, ad eccezione degli interessi, le uscite pubbliche risultano di fatto invariate in termini reali rispetto a sette anni prima.


La pressione fiscale nello stesso periodo passa dal 41,5 al 43,4%, contribuendo a determinare un calo dell’avanzo primario dal 3,3 all’1,6% del pil.


Le Partite correnti in termini di saldi settoriali

La domanda interna, pubblica e privata, scende dell’11,3% rispetto al primo trimestre 2008 (-0,6 nel 2014) e permane al di sotto del prodotto interno lordo, consentendo un surplus negli scambi con l’estero.


Nonostante la svalutazione dell’euro nel corso del 2014 (1,7% in termini effettivi reali, ma del 10,1 verso il dollaro), la domanda estera è cresciuta solamente del 2,4% e permane sotto i livelli pre-crisi di circa l’1%.



La domanda aggregata, ossia quella interna ed estera, resta di fatto nel 2014 invariata (+0,1) ed è di oltre il 9% inferiore a quella del primo trimestre 2008.

Le importazioni nel periodo considerato sono conseguentemente cadute del 12% (+1,6 nel 2014), facilitate nell’ultimo periodo dalla rivalutazione del dollaro.


Considerando anche i trasferimenti di reddito e le altre voci che regolano i rapporti con l’estero, le partite correnti risultano in surplus dell’1,7% rispetto al pil (-1,8 all’inizio del 2008).


In termini settoriali, le partite correnti ritornano in surplus non solo per il calo della domanda delle famiglie, ma anche per il venir meno degli investimenti delle imprese. A ciò si aggiunge l’ormai cronico effetto recessivo del settore pubblico che con l’avanzo primario sottrae risorse al settore privato per pagare gli interessi sul debito pubblico detenuto dagli investitori esteri.


Dedotte le importazioni, la domanda effettiva rivolta alle imprese presenti sul territorio risulta dell’8,3% inferiore al primo trimestre 2008 (-0,3 nel 2014). L’arresto della produzione interna (-9,6) è stato maggiore del calo della domanda, favorendo lo smaltimento delle scorte.

Ciò potrebbe favorire un rimbalzo nel 2015. La media delle previsioni confida in una crescita dello 0,8%. Resta tuttavia incerta una crescita, sostenibile nel tempo, senza una ripresa della domanda interna, sia da parte delle famiglie che delle imprese.

sabato 28 marzo 2015

L'economia americana nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati BEA, FED


Il pil degli Stati Uniti è aumentato nel 2014 del 2,4% (+2,2 nel 2013). Rispetto al secondo trimestre del 2009, il momento più acuto della crisi, è aumentato del 13,5%. 


La crescita del pil è stata ottenuta con un aumento dell’occupazione dell’1,6% (+1,9 per i dipendenti non agricoli) che si è abbinata ad un aumento della produttività dello 0,7%.


Il reddito nominale per dipendente è cresciuto del 2,3%. Al netto della variazione dei prezzi al consumo (1,3), il potere d’acquisto è aumentato in media meno dell’1%. Abbinandolo all’espansione dell’occupazione, si ottiene una crescita dei redditi reali dei lavoratori del 2,9%.


I trasferimenti di reddito (prevalentemente pensioni e prestazioni sociali) sono aumentati in termini reali di oltre il 3%, mentre l’aumento dei redditi da capitale e impresa si ferma all’1,3%.

Nel complesso, il reddito delle famiglie aumenta del 4% in termini nominali e del 2,6 in termini reali. Al netto dell’imposizione fiscale, i redditi reali crescono del 2,5%. 

La propensione al consumo è rimasta di fatto invariata al 91,9%, consentendo una crescita della spesa delle famiglie analoga al reddito netto (+2,5).  Molto più dinamici sono apparsi i consumi durevoli, in aumento del 6,9%, potendo contare da un lato sul calo dei prezzi per questa categoria di prodotti (-2,5% nel 2014; ma quasi -8,8 dal secondo trimestre del 2009) e dall’altro sulla facilità di accesso ai finanziamenti, abbinata ai ridotti oneri finanziari. L’indebitamento delle famiglie connesso ai consumi è pertanto cresciuto del 7%. In rapporto al reddito netto è passato dal 23,3 del 2009 al 25% (tenendo conto dei mutui per l'acquisto dell'abitazione si arriva al 109%, ma era il 137% nel 2007).


La domanda del settore pubblico è scesa per il quarto anno consecutivo: solamente dello 0,2% nel 2014, ma del 6,4 rispetto al secondo trimestre del 2009. Il calo è stato particolarmente forte nel settore della difesa (-2,1 nel 2014 e -11,4 dalla metà del 2009), ma ha riguardato anche le altre voci di spesa, sia pur con minor intensità (-4,7 rispetto a cinque anni fa e + 0,5 nel 2014).

Nonostante il tasso di cambio effettivo reale del dollaro si sia apprezzato del 9,5% nel corso del 2014 le esportazioni sono cresciute del 3,2%. Parallelamente, le importazioni hanno tratto giovamento dal calo dei prezzi indotto dalla rivalutazione del biglietto verde e segnano un incremento del 4%, pur in presenza di una crescita della domanda aggregata del 2,6.

Sorprende la crescita degli investimenti (+5,3) innanzi ad una espansione della domanda effettiva al netto della spesa per investimenti dell’1,8%. Nelle decisioni delle imprese deve aver giocato il buon andamento dei profitti degli ultimi cinque anni (+64,5% sul secondo trimestre 2009). 

Ma il settore finanziario ha dovuto registrare un calo degli utili dell'8,5%, mentre il rafforzamento del dollaro ha ridotto i profitti conseguiti all’estero del 2,2%. E' andata meglio alle imprese non finanziarie, che sulle attività interne accrescono gli utili del 2,7% (+100% dal secondo trimestre del 2009).

Nel complesso i profitti in rapporto al pil scendono dal 12,6 al 12%. 


Anche gli investimenti, come è avvenuto per i consumi, sono stati facilitati dall’accesso al credito. L’indebitamento delle imprese è aumentato del 5,9% ed ha coperto circa ¼ delle spese in conto capitale.


Gli investimenti permettono di innalzare la crescita della domanda effettiva dall'1,8 al 2,3%, leggermente meno della crescita del prodotto (2,4).

Le previsioni per il 2015 confidano in una crescita del 2,9%. Ma il calo dei profitti potrebbe mettere in dubbio la necessità di espandere ulteriormente il livello degli investimenti, soprattutto se si tiene conto che la domanda interna, per quanto positiva, potrebbe continuare a privilegiare i prodotti importati e che quella estera potrebbe venir smorzata dal rafforzamento del dollaro. In un simile contesto, con la persistente funzione anti-ciclica della domanda pubblica, non si può escludere una revisione dei programmi di investimento delle imprese, in misura tale da far apparire eccessivamente ottimistiche le aspettative che si ripongono per l'anno in corso.