sabato 20 settembre 2014

Capitalismo feudale

"Il Sole 24 Ore" di oggi riporta in prima pagina un breve commento di Fabrizio Fourquet (f.f.) intitolato Equità.

Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro (...)


In effetti esiste una discriminazione 

(da Wikipedia: La discriminazione consiste in un trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria) 

Ma da quando si risolve un trattamento ingiusto estendendolo a tutti, anziché rimuovendo la causa che  ha generato lavoratori con tutele differenziate? E' come se con l'apartheid, ove si nega il diritto di voto ai neri, si volesse risolvere la discriminazione negando il diritto di voto anche ai bianchi. Un'assurdità.

Ma a quanto pare in Italia è lecito dire qualunque scemenza senza che questo mini la credibilità di chi proferisce simili sciocchezze.

Se in Italia vi è un trattamento differenziato tra i lavoratori è perché si è avuta la brillante idea di creare assurdi contratti di lavoro precari. Ma costoro anziché ammettere di aver rovinato la vita alle ultime generazioni vogliono rovinare la vita degli italiani per i prossimi cento anni. 

Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro. Vero. E l'articolo 18 difende proprio questo diritto: il diritto di non essere cacciato dal proprio lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo. Andrebbe quindi esteso a tutti i lavoratori. Invece lo vogliono togliere a tutti. 

Ma in Italia le parole non hanno più senso e vengono stravolte: avere dei diritti sul posto di lavoro è fatto passare per un privilegio e si fa credere che abolendo il privilegio (ossia il diritto del lavoratore a non essere licenziato senza una giusta causa) si compia un atto di giustizia e di uguaglianza, di equità. Peccato che in tal modo si lascia tutti i lavoratori indifesi alla mercé degli imprenditori. 

Zitti e lavorare. Se vi va, bene. Se no, fuori dai coglioni. 
Questo è il rapporto di lavoro. 

Un ritorno alle origini del capitalismo, quando era appena uscito dal feudalesimo. 

giovedì 18 settembre 2014

Italia - Bilancia dei Pagamenti a luglio

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Mi limito a riportare alcuni grafici.

1) Partite correnti e movimenti di capitali



2) La Bilancia Commerciale



3) Quantità Export per tipologia di prodotti




4) Esportazioni per destinazione geografica - var. % annue ai valori correnti



5) Capitali Italiani



6) Capitali Esteri - Investimenti di Portafoglio



7) Capitali Esteri - Investimenti Diretti



8) Riserve Ufficiali e grado di copertura delle importazioni


mercoledì 17 settembre 2014

Le balle di Luca Ricolfi

Su “La Stampa” di oggi, nell’editoriale di Luca Ricolfi, si può leggere questa frase, a proposito del “giusto” confronto tra i modelli del mercato del lavoro italiano e spagnolo: 
  
Il confronto vero va fatto sul numero di occupati, non sui tassi di disoccupazione. Ebbene, nel 2013 il tasso di occupazione spagnolo, a dispetto di anni di austerity, era più alto di quello italiano, e questo nonostante in quello italiano siano inclusi tutti i lavoratori in cassa integrazione. 
  
Questa affermazione è falsa. 
  
Prendendo i dati di Eurostat è facile accorgersi che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa) in Spagna non solo è inferiore a quello italiano (e questo fin dall’inizio del 2012), ma che è sceso durante la crisi assai di più del nostro paese. Tra il 2007 e il primo trimestre di quest’anno, il tasso di occupazione spagnolo è crollato di oltre 10,5 punti percentuali (dal 65,3 al 54,7%) contro i meno di tre punti del corrispondente tasso italiano (dal 57,9 al 55,1%). 



Questo non è per nulla consolatorio e non significa affatto ricalcare le posizioni 

di Tremonti e Berlusconi nel 2008-2011, quando dicevano che, a differenza di altri Paesi, l’Italia tutto sommato aveva tenuto, restava un Paese solido, eccetera eccetera. 
  
Significa solo che chi propone il modello spagnolo sta auspicando una crescita ulteriore della disoccupazione per il nostro paese. E non vedo come questa prospettiva possa essere positiva per gli italiani.  

venerdì 12 settembre 2014

La liquidità disponibile sui conti del settore pubblico equivale a quasi tre anni di "fabbisogno interno"

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A luglio il debito pubblico  resta di fatto invariato rispetto al mese precedente, poco oltre i 2.168 miliardi, pari al 138,6% del pil (calcolato con i vecchi criteri statistici). Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 95 miliardi. 

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a 2.108,5 miliardi (86 miliardi in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 46,4 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui oltre 78 imputabili agli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di poco inferiore ai 32 miliardi.

I restanti 39,6 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico, che ora sono ad un passo dai 136 miliardi, pari all’8,7% del pil. 

In particolare, a  fine luglio la liquidità del Tesoro depositata nei conti della Banca d’Italia era di quasi 110 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano oltre  26 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico nel suo complesso sarebbe quindi in grado di coprire quasi tre anni del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi.



Il debito a giugno era per un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e il 12,4% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a luglio è stato del 2,63%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 168 punti base.

Italia e Spagna producono rispettivamente il 25 e il 30% in meno rispetto al 2007

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat e FED


A luglio la produzione industriale nella zona euro è aumentata rispetto al mese precedente dell'1% in termini destagionalizzati, grazie soprattutto all'apporto della Germania (+1,9). Sostanzialmente invariate sono rimaste le attività produttive sia in Francia (+0,2) che in Spagna. Tra i maggiori paesi, l'Italia è l'unico che registra una caduta dell'attività produttiva (-1%). 



In termini annui, cambiano i valori, ma non le dinamiche. La Germania ha ampliato la produzione del 2,8%, seguita dalla Spagna (+0,8) e dalla Francia (+0,3). Solo l'Italia arretra dell'1,2%. 

Per la zona euro nel suo complesso la crescita si ferma all'1,7%. Nello stesso periodo la produzione industriale degli USA è aumentata del 5%. 



Con riferimento ai maggiori paesi della zona euro, la Germania a luglio è ritornata sopra i livelli pre-crisi, dell'1,6%. Pesanti sono tuttora le perdite invece per la Francia (-15%) e l'Italia (quasi il 25%). La Spagna, nonostante la gran ripresa di cui si sente parlare in giro, ha visto svanire quasi il 30% della produzione che riusciva a realizzare sette anni prima. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi di poco inferiore al 10%. Un gap enorme con gli Stati Uniti, nel frattempo cresciuti oltre i massimi  del 4,4%.

mercoledì 10 settembre 2014

Gli effetti della spending review

Ieri sera mi è capitato di guardare uno spezzone di “Porta a Porta”, ove era ospite Matteo Renzi. In particolare quel momento in cui spiega perché è bene che si faccia la spending review. E lo fa più o meno in questi termini (vado a memoria): se a un cittadino che guadagna 1000 euro al mese si chiede di tagliare il 3%, si tratta di risparmiare 30 euro, un caffé al giorno. Ma i cittadini l’hanno già fatta la spending review; ora è lo Stato che la deve fareee (un po’ come quando Crozza imita Conte).

Quale modo migliore per convincere gli italiani che occorre tagliare la spesa pubblica? Basta dire che non si chiedono altri sacrifici ai cittadini, ma all’odiata pubblica amministrazione, agli sprechi e alle inefficienze.

Su questo discorsetto si aprono alcune interessanti riflessioni.

La prima, di carattere prettamente politico, è che mentre si dice che si vogliono tagliare gli sprechi e le inefficienze si bloccano per l’ennesima volta gli stipendi dei lavoratori pubblici, i quali – fino a prova contraria – sono cittadini italiani come gli altri (ma è un classico delle classi dominanti contrapporre i sudditi, divide et impera). Così mentre si dice che si tagliano gli sprechi, in realtà si tagliano gli stipendi e i servizi pubblici, mentre gli sprechi e le inefficienze restano lì dove sono.

La seconda, riguarda la solita riproposizione del luogo comune di voler paragonare lo Stato ad una famiglia. Non spenderò molte parole: è un parallelo del tutto assurdo, per la semplice ragione che mentre una persona non può – salvo rischiare di perdere la libertà – stampare le banconote che le tornerebbero utili e deve affidarsi alle entrate che derivano dal proprio lavoro, lo Stato (volendo) può sempre affrontare le proprie spese e il debito espresso nella valuta nazionale aumentando l’offerta di moneta.

La terza riflessione riguarda le implicazioni economiche della spending review. Matteo Renzi ha ragione quando dice che i cittadini hanno già rinunciato al loro caffè di metà mattina (o ad una uscita in pizzeria). Ma il guaio del presidente del consiglio è che non si chiede cosa è successo dopo: hanno chiuso delle attività commerciali, sono diminuiti i consumi e quindi le vendite delle imprese, così quest’ultime non hanno ritenuto conveniente fare nuovi investimenti ed hanno ridotto l’occupazione. In poche parole, la spendig review del settore privato ha condotto ad un aumento della disoccupazione.

I consumi delle famiglie sono scesi dell’8% in termini reali dal 2008 (altro che 3%), con quelli durevoli (auto, tv, mobili, ecc.) crollati del 24%.


E di pari passo sono crollate le vendite delle imprese e la produzione. 



E con il crollo dell’attività produttiva si è ridotta l’occupazione ed è aumentata la disoccupazione.


Non sembra che sia sta una buona cosa questa spending review imposta al settore privato. E se non lo è stata per le famiglie perché dovrebbe essere un bene per la domanda pubblica? 

Ah … gli sprechi.

Certo ci sono funzionari pubblici che guadagnano in misura spropositata. Peccato che questi alti dirigenti abbiano contratti al di fuori dei normali accordi stabiliti con i sindacati e che il blocco degli stipendi riguardi questi ultimi. D’altra parte anche il limite ai compensi agli alti burocrati, per quanto possa sembrare una misura di equità, potrebbe essere conseguito con più efficacia ridisegnando le curve delle aliquote fiscali sui redditi personali, oggi troppo pesanti per i redditi bassi e troppo leggere per i redditi più alti (e non discriminerebbe tra settore pubblico e privato).

Quanto agli altri sprechi, come il costo tra le varie regioni della classica siringa che viene portata ad esempio, si abbia il coraggio di dire che se una pubblica amministrazione paga più del dovuto l’acquisto di beni e servizi sta consentendo un extra-profitto alle imprese. Abbiamo quindi a che fare o con un’errata organizzazione del servizio (e non si capisce perché vi debbano essere 20 centri di spesa regionale per un servizio come quello sanitario che per qualità ed efficienza deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale) o con fenomeni di collusione e corruzione a danno della pubblica amministrazione (in quest’ultimo caso abbiamo a che fare più con il codice penale che con il miglioramento delle procedure).

Ma al di là dei singoli casi che possono essere portati ad esempio e che possono essere soggetti indubbiamente a miglioramenti, resta il fatto che la spesa pubblica al netto degli interessi negli ultimi anni è scesa in termini reali (non è aumentata). E la cosa peggiore è che il contributo della domanda pubblica è diminuito in coincidenza della recessione, ampliandone la caduta.



Quindi, non solo sono stati tagliati i redditi del settore privato, ma anche la spesa pubblica è stata tagliata. Ma guarda caso gli sprechi – ovvero gli extra profitti delle imprese – sono sempre lì, nonostante le uscite al netto degli interessi siano diminuite del 3% rispetto al 2008 e del 6,2 sul 2010.


Forse bisognerebbe chiedersi se le politiche finora attuate siano quelle giuste. La risposta sarebbe ovviamente negativa. Ma non si fanno queste politiche per incapacità o ignoranza. Il fine è quello di “ammorbidire” le richieste dei lavoratori. E ciò è possibile solo ampliando la disoccupazione e la precarietà, perché in tal modo diventa possibile ridurre il costo del lavoro. 

Peccato che questa politica, volta in teoria a rilanciare la competitività delle imprese sui mercati esteri, si sia riflessa principalmente sulla domanda interna (perché riducendo i redditi interni si riduce la capacità di spesa delle famiglie), con il paradossale risultato di ottenere un calo del pil del 9%, ovvero una perdita di oltre 130 miliardi in termini di redditi reali per le famiglie e le imprese.

Per le imprese equivale a quanto è rappresentato nel seguente grafico, ove emerge chiaramente che puntare sulle esportazioni è stata una scelta fallimentare.



Nel frattempo, tutte queste politiche di austerità non hanno impedito – per chi è ossessionato dal debito pubblico – che questo salisse dal 103,3% del 2007 al 132,6% del 2013.

Forse dal presidente del consiglio ci si aspetterebbe meno luoghi comuni e più serietà. Ma un paese che ha mandato al governo Berlusconi e Monti, Renzi rappresenta la naturale continuità. Un passo in più verso il baratro.

Spese per l'istruzione

Fonte: Ocse

Riporto alcuni grafici del rapporto Ocse dedicato all'istruzione.

Il primo riguarda la spesa per studente sostenuta da vari paesi nel 2011.

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Il secondo esprime la spesa per l'istruzione in percentuale del pil



L'ultimo grafico mostra la quota della spesa per l'istruzione in rapporto alla spesa pubblica complessiva

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martedì 9 settembre 2014

Sofferenze sui prestiti al settore produttivo non finanziario quasi al 15%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A fine luglio le sofferenze sui prestiti delle Istituzioni finanziarie e monetarie (IFM) avevano superato i 172,3 miliardi di euro (+23,2% rispetto ad un anno prima), ovvero l'11% del pil (calcolato con i vecchi criteri). 




Mentre l'incidenza delle sofferenze da parte delle famiglie sembra essersi stabilizzata poco oltre il 6,5% sul totale dei prestiti in essere, come alla fine del 2013, quelle del settore produttivo non finanziario sono balzate dal 13,4 al 14,8% (11,5 a luglio 2013). 

E' indubbiamente questa la causa del calo dei prestiti da parte delle IFM, dato che i tassi sui prestiti sono superiori a quelli che si possono conseguire sui titoli di Stato, almeno a partire dall'inizio dell'anno. 



I prestiti al settore privato sono scesi del 2% negli ultimi dodici mesi. Meno pesante è stata la flessione per il settore produttivo non finanziario (-1,5) e per le famiglie (che si vedono ridurre gli affidamenti dello 0,8%). 



Un po' meglio va la raccolta bancaria: le disponibilità liquide delle famiglie aumentano del 2,2% e del 2,5 quelle del settore business


Alla crescita dei depositi dei residenti, per oltre 35 miliardi, ha contribuito in misura determinante il rimborso netto dei bond bancari, pari a 44,3 miliardi. Gli investitori dell'area euro hanno invece ritirato 19,3 miliardi. Il saldo di questi movimenti porta la raccolta in rosso per 28,4 miliardi, pari all'1,3% di quanto  la clientela  aveva affidato al sistema bancario un anno fa.  




lunedì 8 settembre 2014

Italia, molte piccole imprese (poco produttive) e troppo poche grandi imprese (produttive)

Dal rapporto dell'Ocse dedicato alla Spagna estraggo i seguenti grafici relativi alla classe dimensionale delle imprese (incluse quelle italiane) e la produttività di quelle manifatturiere

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martedì 2 settembre 2014

Zona Euro, prosegue l'era glaciale creditizia

Fonte: BCE


A luglio i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano dell'1,4% inferiori rispetto allo stesso mese del 2013. 

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi terminanti a luglio sono diminuiti del 2,3%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,5)mentre i mutui per l'acquisto dell'abitazione sono praticamente congelati (-0,1). 


Il calo dei prestiti al settore privato è leggermente più accentuato in Italia (-1,6%) che nella Zona Euro nel suo complesso, con i prestiti alle SNF che stanno scendendo ad un ritmo assai consistente (-4,1%). Non è trascurabile nemmeno il passo imposto alle famiglie italiane (-1,1). Certamente avviene ad un tasso più che doppio a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.



Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita impercettibile (+0,7) dei depositi rispetto a dodici mesi prima, ma la preferenza per gli impieghi più liquidi rimane alta,  con quelli a vista che crescono del 6,5%, a scapito di forme di deposito più vincolanti. In Italia i conti correnti aumentano del 5,9 e del 7,1 in Germania. 

Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta a giugno del 5,6% senza che i prezzi ne vengano influenzati (0,4% a luglio). 


La misura più estesa della moneta, ovvero M3, risente delle attese sull'evoluzione futura dei tassi di interesse. Con i titoli decennali in media al  2,2% incomincia a diffondersi l'idea che vi siano pochi spazi per ulteriori discese e ciò permette ad M3 di ritornare a crescere dallo 0,8 di aprile all'1,8% annuo di luglio (tenendo conto delle già ampie disponibilità liquide del settore privato sui conti correnti). A tale evoluzione può aver contribuito anche il raffreddamento del mercato azionario, come rappresentato dall'indice €toxx50, che mostra valori più o meno analoghi a quelli di fine aprile.