sabato 6 febbraio 2016

L'immotivato entusiasmo del Sole 24 Ore per i prestiti alle imprese

Fonte: BCE


Il Sole 24 Ore di oggi pubblica in fondo alla pag. 4  un articolo da cui trasuda da tutti i pori della carta color salmone l'entusiasmo per una presunta ripresa, dopo sei anni, dei nuovi prestiti alle imprese.

Al secondo paragrafo si può leggere che nel 2015 i nuovi prestiti sarebbero arrivati a "quota 450,4 miliardi di euro".

Neanche un dubbio sul fatto che - come lo stesso giornalista riporta verso la fine del suo pezzo - vi sia qualcosa che non quadra, dato che "l'intero stock di debiti bancari per le società non finanziarie" sia "poco meno di 800 miliardi" (sic!).

Si deve quindi pensare che nel solo anno 2015 sia stato erogato più della metà (il 56,2%) di tutti i prestiti in essere da almeno dieci anni a questa parte e forse più?

E' chiaramente irrealistico. Ma anche fosse, poiché l'indebitamento delle imprese  a fine dicembre dell'anno scorso era di oltre 800 miliardi, contro gli 814 dell'anno precedente, si deve concludere che quella massa di prestiti è stata aperta per ripagare a sua volta vecchi prestiti e che anzi il finanziamento per le imprese nel loro insieme è diminuito di oltre 13 miliardi. 



Infatti, secondo i dati della BCE i flussi netti (tra prestiti erogati e quelli estinti) nel corso del 2015 sono stati negativi per 11,8 miliardi.

Evidentemente la necessità di sostenere l'attuale quadro politico è più forte del dover raccontare la verità ai propri lettori, in maggioranza manager e imprenditori, di cui dice di essere l'organo di stampa ufficiale dell'organizzazione che li rappresenta.

La Sindrome di Stoccolma e la necessità di un nuovo Risorgimento

L’Italia come è noto non ha mai avuto una rivoluzione sul modello di quella francese. Anche il Risorgimento (il momento forse più rivoluzionario della nostra storia) è stato ispirato dall’alto, dalle élite, che avevano l'ambizione di fondare uno Stato unitario e con  il quale la borghesia imprenditoriale avrebbe beneficiato di un vasto mercato nazionale.

Ottenuta la riunificazione del paese, le classi dirigenti non avevano più alcun interesse ad appoggiare i moti popolari che in precedenza potevano aver mobilitato prospettando una maggiore equità sociale, possibile solo dopo aver riconquistato l’indipendenza dal dominazione straniera.

Divennero anzi una forza conservatrice e non esitarono a sostenere  il fascismo fin dalle origini per reprimere qualunque aspirazione di tipo socialista. A fianco del regime fascista parteciparono al banchetto imbastito dalle spedizioni coloniali e successivamente all’entrata in guerra, ciechi dell’isolamento internazionale in cui veniva relegata l’Italia e al disastro che di lì a poco sarebbe seguito.

Solo un evento traumatico esterno (lo sbarco il 10 luglio 1943 degli Alleati in Sicilia) indusse 15 giorni dopo i vertici del partito fascista a rovesciare Mussolini e due mesi dopo a ripudiare il nefasto patto con la Germania che ci aveva trascinato in guerra.

Nel immediato dopoguerra gli Stati Uniti furono il nuovo punto di riferimento delle classi dirigenti. 

Con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, l’Atlantico divenne (per entrambe le sponde) più largo. Per quanto gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale, il legame si è inevitabilmente allentato. Sempre più stretti e cogenti sono diventati quelli con l'Europa. 

Nell’ultimo decennio, la Germania dopo aver digerito la fase della riunificazione, ha rivolto lo sguardo al resto dell’Europa ed è diventata il nuovo punto di riferimento  del continente europeo.

Nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la Germania non era preparata a gestire una possibile disgregazione dell’area dell’euro. I timori che si potesse dissolvere un progetto portato avanti da 60 anni occupava le menti delle élite europee.

Infine la classe dirigente tedesca si pose il dilemma se proseguire con l’aggregazione di paesi assai diversi per cultura e condizioni socio-economiche, con il rischio di costituire un'Unione troppo grande per essere governata (e con il rischio di perderne il controllo) o di rafforzare, piuttosto, un’area omogenea intorno alla Germania, composta da Stati sensibili alle esigenze della politica economia tedesca.

La scelta  della seconda opzione è diventata chiaramente evidente a partire dal 2015. La Germania non ha più paura di veder dissolvere l’area dell’euro, poiché si è resa conto che la paura dei paesi periferici di uscire dall’euro (con tutte le inimmaginabili conseguenze che vengono prospettate) è ben maggiore della perdita di un paese come la Grecia (ovviamente dopo aver provveduto a farsi rimborsare i prestiti che le sue banche avevano concesso).

Se il Regno Unito deciderà con il prossimo referendum di uscire dall’Unione, la minaccia di un effetto domino potrebbe ripresentarsi. Tanto vale allora accelerare il progetto di una germanizzazione dell’Europa. Si spiega solo così la sfacciata e provocatoria idea di rendere infruttiferi e non rimborsabili i titoli degli Stati che faranno ricorso all’aiuto europeo.

E’ sempre più evidente l’iniquo trattamento riservato ai paesi periferici rispetto a quanto è successo in Germania, in cui il sistema bancario è tutt’altro che sano, ma che è stato salvato con oltre 250 miliardi di aiuti di stato; mentre per l’Italia era illegale un intervento di  3 miliardi per risanare quattro banche.

E poiché il sistema finanziario italiano ha in bilancio più di 1.100 miliardi di debito pubblico non è sufficiente che venga valutato secondo i discutibili criteri delle agenzie di rating, imponendo pesanti perdite che ricadrebbero comunque sui risparmiatori, ma pretendono che non vi sia più alcun investimento privo di rischio. I risparmiatori non devono aver via di scampo: che mettano i soldi in banca o in titoli di Stato, devono sapere che li perderanno se l’Italia chiederà un aiuto europeo.

E’ il modo che hanno individuato per abbattere gli ultimi scampoli di stato sociale e impedire qualsiasi nuovo intervento pubblico nell’economia. Sarà il mercato a regolare i rapporti economici e sociali.

La Germania sa bene che l’Italia dovrà scegliere tra uscire dall’Unione Europea, con tutte le incognite e i timori del caso, o adeguarsi supinamente alle condizioni imposte. E ciò vale anche per gli altri paesi. Chi accetterà, volente o nolente, entrerà a far parte di un’area sufficientemente omogenea dominata dalle politiche economiche e industriali tedesche in cui si dovrà fornire forza lavoro a basso costo, per poter competere a livello internazionale, e al contempo fornire un’adeguata domanda per le imprese tedesche.

Ed è per questo che ormai le condizioni sono sempre più provocatorie e sfacciate: se l’Italia e gli altri paesi periferici vogliono “restare in Europa” devono pagare il fio fino in fondo. 

Nonostante la corda venga stretta ogni giorno di più, in Italia non si vede alcuna resistenza degna di questo nome. Anzi, il mito dell’Europa e della Germania è talmente introiettato da poter asserire che la nostra classe dirigente sia affetta da una specie di sindrome di Stoccolma. Per quanto si venga sottoposti a condizioni sempre più assurde e inaccettabili, i sacrifici e le sofferenze sono giustificati per  “restare in Europa” e non subire l’onta di essere estromessi.

Ciò è possibile anche perché chi deve sopportare i sacrifici è privo di rappresentanza politica e le poche voci dissenzienti sono isolate e prive di qualsiasi organizzazione in grado di opporsi efficacemente. Nonostante le sofferenze che verranno inflitte, dubito che vedremo un movimento dal basso in grado di rovesciare ciò che si sta preparando per il nostro paese. 

Per quanto l’Italia sia destinata ad un inesorabile, lento e penoso declino, non credo nemmeno che vi sia una classe dirigente, una borghesia, in grado di dare avvio ad un nuovo Risorgimento.

Solo un evento traumatico esterno, temo, potrà porre fine ad una situazione sempre più insensata e insostenibile. Al momento non è dato sapere quale potrà essere. Speriamo non sia necessaria una nuova guerra affinché ci si renda conto che l’assoggettamento alla nefasta influenza tedesca non è nel nostro interesse.

sabato 30 gennaio 2016

Crisi bancaria, tre possibili scenari

A fine novembre 2015 le sofferenze bancarie ufficialmente censite dalla Banca d’Italia erano superiori a 200 miliardi. Il 55,8% di questo valore era già stato svalutato, addebitando il relativo costo al conto economico. Le residue perdite potenziali ammontano a 89 miliardi, pari al 18,5% del patrimonio netto del sistema bancario.

L'accordo concluso dal ministro Padoan con l'Unione Europea  prevede che le banche possano cedere a società costituite ad hoc i crediti deteriorati, liberando i conti da asset che appesantiscono la struttura patrimoniale e che limitano l'espansione dell’attività creditizia.

Vi è tuttavia un problema: a quale prezzo dovrebbero essere cedute le sofferenze? Nel caso del “salvataggio” delle quattro banche effettuato nel novembre scorso il valore dei crediti deteriorati fu fissato al 17%. Ma in questa circostanza, non essendo una misura presa in una situazione di emergenza, si può ritenere che le banche possano spuntare un prezzo migliore. Attualmente si ritiene che possa essere intorno al 30% (Sole 24 Ore di oggi, p.5).

Se così fosse, per l’intero sistema bancario significherebbe una perdita di quasi 29 miliardi. Perdita che richiederebbe un’analoga ricapitalizzazione, in un momento in cui il mercato non ha molta voglia di far affluire nuovi capitali di rischio in questo settore. Il che porrebbe un serio problema di solidità e affidabilità delle banche italiane.

Dopo quanto è successo con le quattro banche “salvate”, il rischio di essere coinvolti in nuovi bail-in (ossia il risanamento delle perdite bancarie con i risparmi dei correntisti) potrebbe generare una corsa agli sportelli che a sua volta provocherebbe una crisi di fiducia generalizzata verso il sistema bancario, potenzialmente devastante.

Ma questa non è l’unica minaccia. In Germania stanno considerando l’idea di far valutare i titoli pubblici secondo il rating dello Stato che li ha emessi, anziché ai prezzi di mercato come viene attualmente. Se l’intenzione dei tedeschi diventasse realtà, le banche italiane verrebbero pesantemente danneggiate. 

Il debito pubblico in mano al sistema bancario è attualmente di 663 miliardi, di cui 400 mila in titoli pubblici. Non è ancora chiaro come potrebbe essere espresso il giudizio delle agenzie di rating in termini percentuali sul valore nominale dei titoli, ma è evidente che una svalutazione di appena il 10% comporterebbe un ammanco di 40 miliardi.

Il sistema bancario italiano non sarebbe in grado di reggere a due colpi di questa entità. 

Cosa potrebbe succedere? Vedo tre possibili scenari.

Il primo, più probabile, è anche quello meno risolutivo e farebbe solo guadagnare tempo: si tratta della concentrazione del sistema bancario. Già si stanno studiando possibili fusioni tra le maggiori banche popolari. Ma se le sofferenze del sistema bancario sono preoccupanti in sé, non è aggregando le singole realtà che si può risolvere il problema: se si ritiene che  il sistema sia a rischio superata la soglia del 10% di crediti inesigibili, non è certo con la fusione di due banche, la prima ad esempio con il 12% di sofferenze e la seconda con l’8%, che si riuscirà a rendere il sistema bancario più affidabile.

Non si deve poi trascurare un altro possibile effetto della concentrazione bancaria: la scomparsa delle banche locali, in quanto inserite in una rete di sportelli più vasta, potrebbe indebolire il legame con la realtà imprenditoriale del territorio, tanto da divenire un ostacolo all’espansione di iniziative meritevoli, ma limitate nelle dimensioni, preferendo privilegiare il finanziamento di attività considerate meno rischiose (solitamente di grandi dimensioni), magari lontane dai luoghi ove viene raccolto il risparmio.

Il secondo scenario è la versione peggiorata del primo: la colonizzazione (e non si può escludere che si realizzi inizialmente un mix dei due). Le nostre banche potrebbero diventare oggetto di acquisizione da parte di quelle estere. Il risparmio italiano, uno dei più elevati in Europa, diverrebbe appannaggio dei sistemi finanziari stranieri. In tal caso è facile prevedere che potrebbe essere dirottato a sostegno delle zone più sviluppate del continente europeo. Tanto più che – conviene ricordarlo – abbiamo già perso un quarto della produzione industriale con annesse strutture produttive. All’impoverimento economico del paese, seguirebbe quello finanziario. Saremmo a tutti gli effetti una colonia, dalla quale estrarre la quota più elevata possibile di reddito nazionale, sia in termini spesa per consumi di beni prodotti da altri, sia in termini  di risparmio, da convogliare all’estero.

Vi è infine una terza possibilità: non riuscendo a trovare i fondi per ricapitalizzare il sistema bancario, il governo potrebbe decidere di chiedere l'intervento dei meccanismi di salvataggio europei. In cambio, dovremo sottostare alle prescrizioni che la troika ci imporrà in termini di politica fiscale e di bilancio. I redditi e i risparmi delle famiglie verranno aggrediti dall’inasprimento fiscale e dal taglio dei servizi pubblici. Sarà il trionfo del sistema liberista e la rovina degli italiani. Ma le banche saranno salve.

Vi è un’alternativa a questi scenari da incubo? 

C’è sempre un’altra possibilità. Ed è quella di riguadagnare la nostra indipendenza politica, economica e finanziaria. Ciò implica innanzi tutto il controllo della nostra moneta, con una banca centrale che agisca da prestatore di ultima istanza. Ma insieme al ritorno alla lira sarà fondamentale liberare le politiche di bilancio dagli assurdi vincoli, privi di qualsiasi fondamento scientifico, che ci vengono imposti dall’Unione Europea. E’ lo scenario più improbabile nel breve periodo, ma è l’unico che potrebbe risolvere definitivamente una crisi che, temo, coinvolgerà anche le prossime generazioni.

venerdì 29 gennaio 2016

Crescita del fatturato per le grandi imprese industriali, ma non per l'occupazione

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nei primi undici mesi del 2015 il fatturato delle maggiori imprese industriali è aumentato rispetto all’analogo periodo del 2014 dello 0,4%. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-2,6), le vendite reali segnano un incremento del 3,1%, trainate soprattutto dal mercato interno (+3,3). Le vendite all'estero aumentano  invece dell’1,7 (quelle complessive nazionali nello stesso periodo sono aumentate dell’1,9).


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute, le imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-2,7% negli ultimi dodici mesi). La produzione industriale ne ha tratto pertanto un giovamento alquanto limitato, aumentando per meno di un punto percentuale.


L’espansione dell’attività produttiva, per quanto modesta, non si è estesa all’occupazione, che è stata anzi  ridotta dell0 0,8%. Si è fatto affidamento sia sull’aumento delle ore lavorate per dipendente (+0,9), sia sull’inasprimento dei ritmi produttivi (+0,8).


L’aumento delle ore lavorate per dipendente deriva sia dagli straordinari, in crescita del 2,5%, sia dal crollo delle ore perse per sciopero (-56,9%). Ma nel complesso il monte ore di lavoro resta di fatto invariato (+0,1) per la diminuzione della base occupazionale.

Il costo orario del lavoro aumenta dell’1%,  Tenendo conto del leggero aumento delle ore lavorate, il costo complessivo cresce dell’1,1. L’aumento della produzione permette di contenere la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) allo 0,2%. 


lunedì 18 gennaio 2016

La crisi sembra aver colpito soprattutto il cuore della nostra manifattura: la lavorazione dei beni intermedi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel trimestre terminante a novembre la produzione industriale destagionalizzata è aumentata rispetto al trimestre precedente ad un tasso annuo dell’1,6% e del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.


Il settore che sostiene l’attività produttiva è quello dei beni strumentali. Nel periodo considerato la crescita è stata del 4,9% rispetto ad un anno prima, grazie soprattutto alla domanda interna, dato che le esportazioni sono diminuite dello 0,6%. La conferma del tono sostenuto della domanda interna la si può avere anche dalle importazioni, in crescita del 4,4%, anche se il loro ritmo appare in rallentamento (nel trimestre terminante ad agosto superavano il 12%).


Tuttavia, il merito dell’espansione dei beni di investimento è per lo più limitato alla produzione dei mezzi di trasporto, che crescono nel trimestre di oltre il 21%, mentre gli altri beni strumentali non riportano alcun incremento rispetto allo stesso periodo del 2014.


Nel settore dei beni di consumo sia le esportazioni che la domanda interna fanno fatica a sostenere la produzione industriale, che aumenta nel trimestre solamente dello 0,3% rispetto ad un anno prima. La domanda estera cresce per poco più di mezzo punto percentuale, mentre il dinamismo della domanda interna è desunto dalla crescita delle importazioni, che si espandono quasi del 2%.



La produzione industriale congiunta dei beni di consumo e di investimento  aumenta del 2,7%, ma la produzione di beni intermedi non riesce a cogliere la domanda proveniente dagli altri due segmenti ed incrementa i livelli produttivi solamente dell’1,2%, tanto più che le esportazioni contribuiscono ad accrescere la domanda con un'espansione del 2,4%. Sono pertanto le importazioni a coprire il fabbisogno realizzando una crescita che sfiora il 6%.


Da questi andamenti si potrebbe arguire che la crisi abbia falcidiato una fetta consistente della base produttiva, soprattutto nel settore dei beni intermedi, ovvero di ciò che costituisce la tipica vocazione manifatturiera dell’Italia, che non appare più in grado di reagire alla crescita sia pur modesta della domanda interna, lasciando ampi spazi alle forniture estere.

Infine, vale la pena evidenziare che l’aumento della produzione industriale è particolarmente fragile, perché si basa sull'espansione di un solo segmento, per quanto importante, come quello dei mezzi di trasporto. Al di fuori da questo, la produzione industriale  crescerebbe solamente dello 0,7 annuo anziché del 2% 


domenica 17 gennaio 2016

mercoledì 13 gennaio 2016

Sofferenze e bank run

Fonte: elaborazioni su dati BCE e Banca d'Italia

I tassi di interesse sui prestiti bancari, tanto per le società non finanziarie (SNF) quanto per i mutui finalizzati all’acquisto dell’abitazione, sono piuttosto resistenti a scendere molto al di sotto del 3%, nonostante che nello stesso periodo i tassi sui titoli di Stato decennali siano scesi dal 2,2 di giugno all’1,6% di novembre.


Lo spread tra i tassi bancari e i BTP è pertanto tornato ad ampliarsi e supera abbondantemente il punto percentuale (1,68 per i prestiti alle SNF e 1,28 per i mutui; a giugno erano rispettivamente 1,23 e 0,81).


Ciò nonostante, l’offerta di credito è rimasta cauta: i prestiti continuano ad essere inferiori rispetto a dodici mesi prima  tanto per le SNF (-1,6% a novembre) quanto per i piccoli imprenditori (-0,2). Solo le famiglie riescono ad ottenere un aumento dei finanziamenti del 5%.


Sono le inadempienze a spiegare l’andamento dei prestiti: a novembre avevano superato i 201 miliardi di euro, pari al 12,4% del pil. Rispetto ad un anno prima sono aumentate dell’11%.

Il settore maggiormente in difficoltà è quello delle SNF, i cui crediti inesigibili rappresentano il 17,8% dei prestiti in essere. Seguono i piccoli imprenditori, con un tasso di inadempienza del 17,3. Infine le famiglie, ove i crediti inesigibili sono il 7,2% dei prestiti.


 Negli ultimi dodici mesi il sistema bancario ha comunque erogato alle famiglie e alle società non finanziarie prestiti netti per 11,7 miliardi. Se si tiene conto che nello stesso periodo i rimborsi netti dei bond bancari sono stati poco meno di 53,5 miliardi, il settore privato non finanziario si è visto erogare oltre 65 miliardi. Ma i depositi sono cresciuti solamente di 12,8 miliardi. Il resto, vale a dire 52,3 miliardi, può essere affluito o ad altri settori (pubblico ed estero) o può essere rientrato nel circuito bancario mediante investimenti finanziari diversi dai depositi e dai bond bancari o infine convertito in contanti. Quest’ultima possibilità non è così improbabile dopo il “salvataggio” delle quattro banche locali, che si è tradotto nell’azzeramento dei risparmi della clientela che aveva investito nei titoli emessi dalle stesse banche.

Rafforza questa ipotesi  non solo il fatto che si passa da un deflusso annuo dal sistema bancario di nemmeno 6 miliardi ad ottobre a più di 52 a novembre. Ma che analoghe fughe di capitali si sono verificate con la crisi del 2010-2011, quando si temeva che il sistema dell’euro potesse saltare.


lunedì 11 gennaio 2016

Saldi settoriali, dalle politiche di bilancio alla produttività, passando per la UE

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2012, con l’arrivo del governo Monti e poi con tutti i governi che si sono succeduti (incluso quello di Renzi, attualmente in carica) il saldo primario del settore pubblico è stato gestito per pagare gli interessi ai creditori esteri.


Nel 2010, il saldo primario era in pareggio. Il deficit era dato solo dagli interessi. Ma di questi oltre il 40% (pari alla quota di debito detenuta da investitori stranieri) finiva oltre frontiera. Il restante 60% andava ad incrementare i redditi interni. Gli interessi sul debito pubblico verso l’estero rappresentavano l’1,8% del pil e in misura corrispondente determinava un deficit nelle partite correnti verso il resto del mondo. Un altro 1,8% di deficit negli scambi con l’estero  veniva dal settore privato, che si indebitava per finanziare la spesa eccedente degli investimenti rispetto alla capacità di risparmio. A fine 2010, il deficit delle partite correnti era superava il 3,5% del pil.

Un anno dopo la situazione non era migliorata. All’1,8% di deficit delle partite correnti causato degli interessi sul debito pubblico detenuto da creditori esteri si andava ad aggiungere l’eccesso di spesa, pari al 2,5% del pil, del settore privato. Lo squilibrio verso il resto del mondo era potenzialmente del 4,3%, se non fosse intervenuta nell’estate la manovra restrittiva imposta dalla BCE, che portò al cambio di governo e all’arrivo di Monti, che permise al settore pubblico di conseguire un avanzo primario di 1,2 punti percentuali, con i quali ripagare almeno in parte gli interessi a favore dei creditori esteri. La bilancia dei pagamenti chiudeva quindi con un deficit del 3,1%.

Con l’arrivo di Monti, le misure restrittive diventano particolarmente pesanti. A fine 2012 l’avanzo primario è al 2,2% del pil e il settore privato pensa bene di tagliare la spesa: il surplus degli investimenti sul risparmio scende all’1% del pil (un punto e mezzo in meno rispetto all’anno precedente). Il beneficio sugli interessi del debito pubblico detenuto da creditori esteri è modesto, un decimo di punto (a 1,7%). Il deficit potenziale della bilancia dei pagamenti scende al 2,7%, ma sarà in buona parte coperto dall’avanzo primario del settore pubblico. Il deficit effettivo delle partite correnti si attesterà allo 0,5%.

In soli due anni siamo passati dal pareggio del saldo primario al (quasi) pareggio della bilancia dei pagamenti. Ma la missione non era finita. Con il governo Letta si raggiunge un surplus negli scambi con l’estero dello 0,9%: l’1,6% degli interessi da pagare oltre confine sono ampiamente coperti dall’avanzo primario, pari all’1,9% del pil; mentre il prosieguo delle politiche restrittive porta il settore privato a ridurre la spesa per investimenti al di sotto del risparmi (sottraendo quindi circa mezzo punto percentuale alla crescita del pil). L’avanzo primario del settore pubblico abbinato all’eccesso di risparmio del settore privato consentono di portare la bilancia dei pagamenti in attivo.

Con Renzi lo scenario non cambia. Viene solo leggermente allentata la briglia della politica di bilancio: l’avanzo primario scende dal 2 all’1,5% del pil, sufficiente tuttavia a pagare gli interessi ai creditori esteri. Ma le bastonate inferte al settore privato sono ancora vive nella memoria (e nella pelle), che  cautamente decide di non spendere: l’eccesso di risparmio rispetto alla spesa per investimenti sale a fine settembre 2015 al 2% del pil. Il surplus della bilancia dei pagamenti è quindi solo il risultato di una insufficienza della domanda interna rispetto al potenziale di spesa.

Il calo degli investimenti non deriva da una minore capacità di risparmio: tra il 2010 e il 2015, la quota del risparmio si aggira intorno al 19% del pil, sia pur con un leggero afflosciamento negli più duri delle manovre finanziarie. Ma la spesa per investimenti tra il 2011 e il 2015 scende dal 18 al 14% .


Se calo di risparmio c’è stato, per le famiglie questo è avvenuto nel 2009, quando passa da oltre il 9 al 7% del pil, che viene tuttavia compensato dalle imprese, per le quali passa da oltre il 9 all’11%.

Negli anni successivi, il risparmio delle famiglie oscillerà intorno al 7%, mentre gli investimenti proseguiranno la loro discesa iniziata nel 2007 con la crisi immobiliare, passando dal 7,8 al 5,8%.


Le imprese, invece, dopo la crisi del 2008, rilanciano gli investimenti, in sintonia con il ritorno alla crescita delle disponibilità liquide. Ma dopo l’arrivo del governo Monti gli investimenti vengono drasticamente tagliatida oltre l’11 a poco più dell’8%, nonostante gli utili si mantengano tra l’11 e il 12% del pil.


In definitiva, dal 2012 la politica di bilancio, imposta e controllata dalla UE, è rivolta unicamente a garantire i creditori esteri, a scapito dei redditi e della base produttiva interna. 

Chi parla della produttività, quale causa principale della crisi italiana, dovrebbe chiedersi se questa non sia causata

a) da un lato, dal calo della domanda indotta dalle politiche fiscali introdotte dai governi Monti in poi e che si sono tradotte in un calo della produzione del 25%

b) dall’altro, dall’aver indotto le imprese – in seguito al calo delle vendite – a tagliare gli investimenti (-30% dal 2008), anche di quelli rivolti ad incrementare l’efficienza degli impianti, dato che non vi era più alcuna necessità evidente di soddisfare una domanda che poteva essere ampiamente soddisfatta dagli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata (tra il 2009 e il 2014 il grado di utilizzo degli impianti si muove tra il 65 e il 75%).

Negli ultimi cinque anni è quindi divenuto evidente che la politica di bilancio, eterodiretta dalla UE, è stata indirizzata esclusivamente a garantire che l’Italia assolvesse ai suoi impegni verso i creditori esteri, dato che la BCE non si sarebbe posta come garante dei debiti pubblici degli stati membri della zona euro.  Se queste politiche avessero o meno dei costi per le famiglie e le imprese italiane non era un problema che valesse la pena di prendere in considerazione poiché, se anche vi fossero stati, agli occhi della UE questi costi, questi sacrifici, sarebbero stati i benvenuti.


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Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:
(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in uscite al netto degli interessi U, interessi pagati ai residenti ir e interessi pagati all’estero ix si ha

(X-M) = (S-I) – (U + ir + ix –T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ha

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.


sabato 9 gennaio 2016

Redditi, Consumi, Risparmi e Investimenti delle Famiglie a settembre 2015

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

A settembre, il reddito annuo delle famiglie diverse da quelle degli imprenditori ammontava secondo l’Istat a poco più di 1.074 miliardi, in aumento rispetto ad un anno prima dello 0,9%.

Il contributo maggiore alla crescita viene dalle prestazioni sociali, aumentate nel periodo del 2,5%, più per l’invecchiamento della popolazione, che per un'effettiva crescita degli assegni pensionistici.

Analogo andamento si può riscontrare per i redditi da lavoro dipendente: gli occupati aumentano dell’1,1%, mentre le retribuzioni individuali limitano la crescita allo 0,5%.

Decisamente male vanno invece gli altri redditi, prevalentemente da capitale e impresa, che calano di oltre due punti percentuali.

I consumi delle famiglie nei dodici mesi hanno superato i 983 miliardi, pari al 91,5% del reddito lordo disponibile. In termini reali, la crescita è stata dello 0,7%. L’incremento della spesa inferiore a quello dei redditi permette, dopo quattro trimestri negativi, di ampliare il risparmio del 2,3%.

Gli investimenti, prevalentemente residenziali, hanno continuato a scendere (-0,5) e rappresentano il 72,3% del risparmio annuo (74,3 nel settembre 2014).


Dalla fine del 2007 il reddito delle famiglie è crollato del 10% in termini reali. Rispetto all'inizio del secolo è sotto di oltre un punto e mezzo.

Per quanto le famiglie abbiano cercato di difendere il proprio tenore di vita, i consumi sono dovuti arretrare dall’inizio della crisi del 7% in termini reali.

La frenesia per gli investimenti immobiliari nel periodo che va dal 1999 al 2008 (+77,8%) si è dissolta, ma resta ancora elevata rispetto all’inizio del millennio,  ma soprattutto a confronto con le dinamiche che guidano la generazione del risparmio.



Gli imprenditori

A settembre, il reddito annuo delle famiglie produttrici, ovvero degli imprenditori, ammontava secondo l’Istat a poco meno di 36 miliardi, in calo rispetto ad un anno prima dello 0,7%.

La propensione al consumo delle famiglie degli imprenditori è del 25,3%. Ne consegue che la spesa per consumi è stata di 9,1 miliardi annui, in calo dello 0,5% in termini reali.

Gli imprenditori hanno risparmiato nell’arco degli ultimi dodici mesi poco meno di 26,9 miliardi.

Gli investimenti produttivi e residenziali (o in altri beni durevoli e di valore) sono ammontati a 28,9 miliardi. Hanno dovuto pertanto ricorrere per i 2 miliardi eccedenti il risparmio all’indebitamento o all’utilizzo del patrimonio finanziario pre-esistente.


Dalla fine del 2007, le famiglie degli imprenditori hanno cercato di mantenere inalterato il tenore di vita (i consumi reali sono scesi solo del 3,9%, ma restano di oltre il 12% superiori a quelli del 1999) nonostante il reddito deflazionato sia diminuito del 15% dall’inizio della crisi e sia attualmente inferiore di quasi il 3% rispetto ai livelli del 1999.

Parallelamente, dal 2007 gli investimenti sono crollati di oltre il 30%, permettendo di accumulare risorse finanziarie o ripagare debiti contratti in precedenza, nonostante il risparmio complessivo sia sceso nello stesso periodo dell’8,7%. Peraltro il livello di accantonamento delle famiglie degli imprenditori resta di oltre il 26% superiore a quello del 1999.

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Altri grafici qui