lunedì 25 agosto 2014

La scoperta dell'acqua calda

Il sito LaVoce, curato da Tito Boeri, pubblica un intervento dedicato agli effetti delle politiche di austerità.

Da quell'articolo riprendo due grafici che mi sembrano significativi. 

Il primo mette in relazione le politiche di bilancio restrittive con la disoccupazione, dal quale si deduce che non esiste nessuna "austerità espansiva" alla Giavazzi e Alesina (forse dovrebbero darsi alla fantascienza).


Il secondo smentisce la vulgata così tanto diffusa che il rigore fiscale possa contribuire a ridurre il rapporto debito/pil.


Insomma niente di nuovo. Ma c'è sempre qualcuno che scopre l'acqua calda.

P.S. Il fatto che sia esclusa la Grecia è un'aggravante.

giovedì 14 agosto 2014

I "successi" del modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

* Dal 2007 al 2013 l'occupazione è crollata del 16,7%, ovvero 3,4 milioni di persone hanno perso il lavoro.

* I disoccupati sono passati dall'8,1 al 25,8%, vale a dire che sono passati da 1,8 a 6 milioni di persone

* Il pil è sceso in termini reali del 6,7% rispetto al 2008. 



Italia Riparte (lo slogan di Renzi): +0,2% nel secondo semestre (dopo il -0,4 del semestre appena concluso)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Battuta d’arresto per il pil tedesco nel secondo trimestre, che scende dello 0,2% sul trimestre precedente. Anche il pil dell’Italia arretra dello 0,2%; ma essendo il secondo calo consecutivo dopo il flebile rimbalzo dell’ultimo trimestre del 2013, ricadiamo tecnicamente in recessione per la terza volta negli ultimi 7 anni. Dall’inizio della crisi, nel 2008, il pil italiano è crollato di oltre il 9%.

Resta invariata l’attività economica francese, mentre quella spagnola mette a segno un incremento dello 0,6%.

In termini tendenziali, crescono tutti i maggiori paesi dell’area euro, ad eccezione dell’Italia che scende dello 0,3%, segnando l’11° trimestre consecutivo in calo nel confronto annuo.


Per il complesso dell’area dell’euro il pil del secondo trimestre risulta invariato rispetto al precedente e in crescita dello 0,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Ma nel confronto con gli Stati Uniti, cresciuti dell’1% annuo, emerge un forte divario tra le due aree. Mentre al di là dell’Atlantico il pil è quasi dell’8% superiore ai livelli pre-crisi, la zona euro rimane sotto del 2,5% (che a sua volta nasconde le profonde divergenze all’interno dell’area, come si evince dal grafico precedente).


Con riferimento al primo semestre, mentre gli USA sono cresciuti del 2,2% e la zona euro dello 0,8%,  l’Italia scende dello 0,4 rispetto al primo semestre 2013. Per crescere dello 0,3% - come la media delle previsioni asserisce – il pil dovrebbe aumentare di quasi un punto percentuale nella seconda parte dell’anno, ossia dell’1,1% sui livelli del semestre appena concluso. Se invece si accolgono le previsioni per l’Italia di Moody’s  (2014 a -0,1), il semestre in corso dovrebbe essere solo dello 0,1% più alto rispetto a quello dell’anno scorso, ovvero dello 0,2 superiore alla prima parte dell’anno. 

Sarebbe questa la ripresa?

mercoledì 13 agosto 2014

Produzione Industriale zona euro: di fatto invariata da circa 24 mesi

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat, FED e Ocse


A giugno la produzione industriale destagionalizzata dell’area euro è rimasta invariata rispetto allo stesso mese dell’anno scorso.   Sono risultate in crescita, tra i maggiori paesi europei, la Spagna (+0,7) e l’Italia (+0,1). E' calata l’attività produttiva in Germania e in Francia (entrambi dello 0,3%). 



Al di fuori della zona euro permane notevole la crescita annua degli Stati Uniti (+4,3%). Egualmente positivi gli andamenti del Regno Unito (+1,2) e del Giappone (+1,8). 


Nel primo semestre, la produzione industriale della zona euro mostra un progresso dell’1,1%, grazie alla Germania che è cresciuta ad un ritmo del 2%. Segue a brevissima distanza l’industria spagnola (+1,9), sebbene rispetto all’inizio della crisi abbia perduto quasi il 30% della produzione. Ferma è invece l’attività industriale in Italia (+0,1). Soffre infine la produzione francese che riporta un calo  superiore al punto percentuale.

Rispetto al 2007, il livello produttivo della zona euro è del 13,5% inferiore a quello degli Stati Uniti. La produzione industriale italiana è invece di oltre il 22% inferiore ai livelli produttivi tedeschi.  Rispetto all’inizio della crisi il nostro paese accusa un crollo di circa il 25%.


La liquidità del settore pubblico supera i 130 miliardi, pari all'8,4% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A giugno il debito pubblico  supera i 2.168 miliardi, pari al 138,7% del pil. Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 92 miliardi. Al netto dell’aumento imputabile alla nostra quota di sostegno ai paesi euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” cresce per poco meno di 83 miliardi a  2.108,5. Quello conseguente ai nostri impegni per la salvaguardia della zona euro è di 60 miliardi.


L’aumento del debito è stato finalizzato per 55 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui oltre 78 imputabili agli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 23 miliardi.

I restanti 27,7 miliardi derivanti dall’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico, che ora superano i 131 miliardi, ovvero l'8,4% del pil. In particolare, a  fine giugno la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di oltre 105 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano poco meno di 26 miliardi presso gli altri istituti di credito.


La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire 29 mesi di “fabbisogno interno”.

Il debito a maggio era per un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e il 12,3% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a luglio è stato del 2,79%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 168 punti base.




sabato 9 agosto 2014

Il calo del fatturato si riflette sugli utili 2013 delle grandi imprese (-18,6%)

Fonte: Elaborazioni su dati MBRES

L’ufficio Studi di Mediobanca ha pubblicato l’annuale rapporto sui bilanci delle maggiori società operanti in Italia, per il periodo che va dal 2004 al 2013.

L’anno scorso il fatturato delle grandi aziende è sceso del 2,7% (-2,3 per le imprese pubbliche; - 2,9 per quelle private).

Gli acquisti necessari per espletare l’attività produttiva sono diminuiti parallelamente con il calo del fatturato (-2,8%), ed assorbono mediamente più dell’80%.

Il valore aggiunto si attesta al 19,4% del fatturato (16 per le imprese industriali), in calo del 4,6% rispetto all’anno precedente.



Il costo complessivo del lavoro pesa per il 10,7% del fatturato ed è diminuito dello 0,3%, con gli occupati che si riducono dello 0,4%, lasciando di fatto invariato il costo del lavoro per dipendente.  

Il margine operativo lordo (Mol) arretra dall’8,9% del 2012 all’8,7%. Per le imprese pubbliche si posiziona al 9,1% e al 6,5 per le imprese industriali.

Gli altri oneri connessi alla gestione sono aumentati nonostante la flessione dell’attività del 2,6%, collocandosi al 5% del fatturato. Ma le società private sono riuscite a tagliarli del 6,2%, riducendo l'incidenza dal 6,1 al 5,9%.

La riduzione del Mol e la crescita degli oneri connessi alla gestione aziendale riducono  i profitti lordi di oltre il 13% (-24,3 per le imprese pubbliche), con le aziende private che limitano i danni all’1%. In rapporto al fatturato, il Ros passa dal 4,1 al 3,7% (con quelle pubbliche che passano dal 9 al 7% e le private  e dal 2,6 al 2,7).

Le imposte sul reddito delle 2050 società censite da Mediobanca incidono mediamente per il 45,6%, ma scende a poco più del 40% se si tratta di imprese industriali. Per le imprese private (industriali o meno) la pressione fiscale  scende dal 61,5 al 55% e consente di ampliare i profitti netti del 15,8%, a fronte di un calo del 18,6% per il campione nel suo complesso. 


venerdì 8 agosto 2014

Sofferenze sui prestiti al 12,5% del pil e calo dei prestiti al settore privato del 2,3%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A giugno i prestiti al settore privato erano il 2,3% inferiori rispetto a dodici mesi prima. Il calo è stato particolarmente accentuato tra le imprese (-2,9); più contenuto tra le famiglie (-1%).

Il calo dei prestiti alle imprese sembra sia attribuibile più alla domanda che all’offerta, non solo perché non vi è alcun aumento nelle richieste di finanziamento, che al più restato invariate sui livelli di sei mesi fa, ma anche perché nell’ultimo anno – a giudizio del settore bancario – sarebbero stati allentati i criteri per la concessione dei prestiti.  


Tuttavia, se si guarda allo spread tra i tassi sui prestiti alle imprese e i BTP a tre anni, il costo per le imprese supera i 300 punti base contro i meno di 100 di un anno prima. 


Molto più contenuto lo spread calcolato sui mutui rispetto ad un BTP decennale e ciò può aver indotto, secondo il sistema bancario, un certo risveglio della domanda di finanziamenti da parte delle famiglie (egualmente positiva sarebbe la domanda di credito al consumo).


Ma al di là delle impressioni espresse dagli operatori bancari, la mancata crescita dei prestiti è condizionata dal forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiori a 170 miliardi, ovvero il 12,5% del pil e in aumento su dodici mesi prima di oltre il 23%.

A loro volta, le sofferenze sono strettamente connesse alle difficoltà che attraversa il sistema economico. Il tasso di disoccupazione, oggi pari al 12,3%, è un buon anticipatore del livello che sarà raggiunto dai crediti problematici tra circa 18 mesi, esprimendo sia le difficoltà delle famiglie che delle imprese (nel senso che per quest’ultime il tasso di disoccupazione può essere letto come l’incapacità di crescere e svilupparsi).


Le situazioni più critiche si riscontrano tra le ditte familiari, ove  oltre il 15% dei prestiti è di dubbia esigibilità. Elevato il rapporto anche tra le SNF (pari al 14,6). Quanto alle famiglie, il valore dei crediti deteriorati ha superato il 6,5%.



Rispetto ai settori produttivi,  quasi il 22% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni  è problematico. Peraltro, questo settore è esposto per il 200% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di due anni).

Nell’'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (101,3%) e i crediti dubbi sono prossimi al 14%.

Oltre il 13% sono i crediti dubbi dei servizi non finanziari del settore privato  e sono esposti per oltre il 63%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il valore della produzione di un anno e mezzo e i crediti in sofferenza hanno superato l’11,5%.

Il sistema bancario ha provveduto a coprirsi delle perdite potenziali sui crediti inesigibili in vista degli stress test di fine anno della BCE per quasi il 55%. Tuttavia, qualora le sofferenze sui prestiti diventassero perdite reali, l’impatto sul patrimonio netto del sistema bancario sarebbe superiore al 22%.


Con i prestiti che languono anche i depositi finiscono per risentirne. Negli ultimi dodici mesi sono diminuiti di oltre 13 miliardi, ovvero dell0 0,8% ad opera soprattutto dei clienti della zona euro. 

Resta di fatto invariata invece la disponibilità della clientela nazionale, con le famiglie che ampliano la liquidità nell'ultimo anno di 26,7 miliardi,  grazie ai trasferimenti delle imprese (per 26,4  miliardi).

La situazione  è infine aggravata dai rimborsi netti delle obbligazioni bancarie, che valgono oltre 42 miliardi. La raccolta bancaria risulta pertanto in calo di quasi 56 miliardi, ovvero del 2,5% rispetto al giugno 2013.


mercoledì 6 agosto 2014

Pil cade per il secondo trimestre consecutivo. Previsioni crescita 2014 sempre più improbabili

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel secondo trimestre il pil italiano è sceso dello 0,8% annualizzato rispetto al trimestre precedente; trimestre che a sua volta era calato dello 0,4 in ragione d'anno sull'ultimo quarto del 2013.

Nel primo semestre, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, il pil si è contratto dello 0,3%.


Con riferimento al primo trimestre del 2008, il pil è sceso di oltre il 9%. Ne ha risentito ovviamente l'occupazione, scesa del 4,5% e la produttività, caduta quasi del 5%.


La relativa stabilità dei livelli occupazionali negli ultimi tre trimestri non potrà durare a lungo se il pil non invertirà il trend.


Attualmente le  previsioni, antecedenti all'annuncio del secondo calo consecutivo del pil, confidano per l'intero 2014 in una crescita dello 0,3%. Per poter essere confermate l'economia italiana dovrebbe salire in questo semestre ad un tasso annuo prossimo all'1% sopra i livelli dell'anno scorso. Un ritmo che appare decisamente ottimistico.

venerdì 1 agosto 2014

Imprese industriali: l'aumento della domanda smaltisce le scorte, ma non risolleva la produzione

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nei primi cinque mesi dell’anno il fatturato delle grandi imprese industriali è aumentato dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2013. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,4%), le vendite reali segnano un incremento del 3,2%, grazie soprattutto alla crescita della domanda estera (+4,5), ma anche ai primi segnali di risveglio della domanda interna (+2,4%). Le imprese hanno tuttavia preferito smaltire le scorte accumulate in magazzino (-2,9% rispetto al maggio di un anno fa), piuttosto che aumentare la produzione, rimasta invariata sugli stessi livelli dei primi cinque mesi dell’anno scorso.


La stagnazione  produttiva si è riflessa sugli occupati,  scesi dello 0,4%. Parallelamente sono diminuite le  ore effettivamente lavorate per dipendente (-0,6), sicché l'attività produttiva è potuta restare invariata solo intensificando i ritmi produttivi (+1%) ai dipendenti che hanno mantenuto il lavoro.


Il costo orario del lavoro è aumentato del 2,1%, ma il calo delle ore complessivamente lavorate (-1%) ridimensiona l’incremento del costo complessivo all’1,2%, che si trasmette tuttavia interamente sul clup a causa della stagnazione produttiva.  

Più consistente è stata la crescita delle retribuzioni orarie (+2,3). Ma anche in tal caso il calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente contiene i guadagni medi individuali entro un aumento dell’1,7%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca), nella media dei primi cinque mesi di quest’anno, sono aumentati dello 0,5 i lavoratori delle grandi imprese industriali possono registrare un aumento del potere d’acquisto di 1,2 punti  percentuali. 

Previsioni del pil a luglio

Gli analisti, all'avvento del governo Renzi, si mostrarono fiduciosi. Per quanto non arrivassero alle stesse "belle speranze" di una crescita dello 0,8% profetizzata dal DEF del nuovo governo, accordarono un aumento delle previsioni della ripresa del pil dallo 0,5 allo 0,6%.

A nemmeno sei mesi di distanza, quelle attese sono state dimezzate: ora la media delle previsioni per il 2014 si ferma allo 0,3% e per di più rappresenta il valore minimo stimato negli ultimi 18 mesi.


Calano anche le previsioni per gli Stati Uniti, dal 2,2 al 2,1% (e dopo essere state all'inizio di quest'anno al 2,9). Tuttavia, quest'ultime non risentono della crescita del 4% registrata nel secondo trimestre, annunciata l'altro ieri dalla BEA (che ha provveduto a ridimensionare anche il calo del primo trimestre dal -2,9 a -2,1). E' quindi probabile attendersi in questo mese una revisione al rialzo delle stime di crescita.

Più leggero il calo, infine, della zona euro, che passa da una previsione di crescita dell'1,2 di maggio all'1,1 di luglio.