mercoledì 25 maggio 2016

Grandi imprese industriali: l'aumento della produzione grazie ai maggiori ritmi produttivi, occupazione ferma al palo

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel primo trimestre del 2016 il fatturato delle maggiori imprese industriali è diminuito dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-3,2), le vendite reali segnano un incremento dell’1,6%, trainate soprattutto dal mercato interno (+1,8), mentre le esportazioni non vanno oltre il mezzo punto percentuale (quelle complessive dell’Italia sono aumentate dello 0,3).

L’aumento delle quantità vendute ha stimolato la produzione industriale che nel trimestre cresce dell’1,7%.

L’espansione dell’attività produttiva non si è tuttavia estesa  in misura significativa all’occupazione (al netto dei cassintegrati), che aumenta solamente dello 0,3%.

La crescita della produzione è stata ottenuta prevalentemente con l’intensificazione dei ritmi produttivi: la produttività oraria aumenta infatti dell’1,4%.


Parallelamente, il costo orario del lavoro è sceso dell’1,3% rispetto al primo trimestre del 2015.  Ferme restando di fatto le ore lavorate per dipendente (in realtà aumentano dello 0,1%), il costo complessivo del lavoro diminuisce dello 0,9% solo per effetto dell’aumento della base occupazionale. L’aumento della produzione consente quindi di ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) del 2,8%. 


grafici su base annua qui

giovedì 31 marzo 2016

Risparmio e prezzi delle case in crescita fanno lievitare la ricchezza delle famiglie americane

Nel 2015, il reddito delle famiglie americane al netto delle imposte personali è stato di 13.575 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 12.445 miliardi. Ne consegue che il risparmio (l’8,4% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere la ricchezza delle famiglie di oltre  1.130 miliardi e rappresenta la quasi totalità dei 1.170 miliardi di incremento delle attività  finanziarie possedute. Le attività non finanziarie, ovvero immobili e altri beni di valore, sono parimenti cresciuti per poco meno di 1.800 miliardi.  A fine 2015, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 101.300 miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2014 di oltre 2.950 miliardi (+3%).

Dei 1.130 miliardi di capitali freschi, oltre 490 sono rimasti parcheggiati nei depositi. Nel complesso questi rappresentano oltre il 15% delle attività finanziarie.


A parte il risparmio gestito nelle sue varie forme (dai fondi comuni alle gestioni patrimoniali, dalle formule assicurative ai fondi pensione) che rappresentano la principale forma di impiego (46% delle attività finanziarie), gli investimenti azionari costituiscono un’attività significativa delle famiglie, sebbene nel 2015 il mercato azionario sia stato avaro di soddisfazioni (l’indice S&P500 è sceso dello 0,7%), procurando una perdita di 416 miliardi.  L’esposizione è stata quindi ridotta di  157 miliardi, ma rappresenta comunque quasi il  19% delle attività finanziarie.


Importanti sono anche le partecipazioni in attività imprenditoriali e commerciali non azionarie. La loro consistenza è aumentata di oltre 570 miliardi e valgono il 15,3%.

Il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio è sceso invece di 13,8 miliardi, ma  i titoli del Tesoro americano sono aumentati di quasi 400 miliardi. La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie sale di mezzo punto percentuale, all’1,8%.


Tra le attività reali, che contano più del 30% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni ha registrato un aumento in termini nominali di 1.560 miliardi  di dollari (+6,6%). Detto incremento è per buona parte riconducibile ai prezzi che, in base  all’indice  S&P Case-Shiller, sarebbero aumentati del 5,3%. D’altra parte, secondo i dati della FED, le famiglie avrebbero incrementato il patrimonio immobiliare di almeno 500  miliardi.

L’ampliamento del patrimonio residenziale si è accompagnato alla crescita dell’indebitamento delle famiglie, dopo sette anni consecutivi di  cali. Ciò nonostante, l’incidenza percentuale dei mutui scende dal 39,6 al 37,5%, grazie alla rivalutazione del patrimonio edilizio.

E’ cresciuto anche l’indebitamento legato ai consumi (+5,4%). Nel complesso l'indebitamento aumenta del 2,4% e rappresenta il 14,3% della ricchezza complessiva delle famiglie.

La ricchezza netta, pari a più di 86.800 miliardi di dollari, è aumenta del 3,1%. Mediamente i 320 milioni di americani possiedono oltre 270 mila dollari a testa (ovvero 250 mila euro). 

lunedì 28 marzo 2016

L'economia americana nel 2015

Nel 2015 i profitti delle imprese americane sono scesi del 3,1%. Il calo è stato particolarmente forte su quelli conseguiti all’estero (-7%), in seguito al rafforzamento del dollaro (10,7%), ma anche quelli interni non sono sfuggiti ad un ridimensionamento del 2,1%.


Il calo dei profitti è stato indotto dalla riduzione dei margini unitari così come si deduce da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) dell’1,9% a fronte di una crescita del deflatore del pil dell’1%.


Il tasso di profitto, misurato come rapporto tra gli utili lordi e il capitale investito, rappresentato dagli investimenti e dal costo del lavoro, è conseguentemente diminuito dal 17,2 del 2014 al 16% (nel 2012 era al 18,1).


Ciò nonostante gli investimenti sono aumentati del 4%. Un ritmo inferiore rispetto al 5,3 dell’anno precedente, ma comunque significativamente positivo. Hanno sostenuto gli investimenti soprattutto quelli  residenziali (che passano dal +1,8 a +8,9%). Dimezzano il tasso di crescita invece gli altri investimenti (dal +6,1 al +3%).


I profitti hanno potenzialmente coperto il 69% degli investimenti. Il 27,2% di quest’ultimi  sono stati effettuati ricorrendo all’indebitamento e il restante 3,8% immettendo capitale fresco derivante dai risparmi accumulati.


La forte espansione degli investimenti residenziali si può ricondurre sia al significativo aumento dei prezzi delle case nuove (+4,7%) sia all’aumento della domanda (+14,1% il numero delle nuove abitazioni vendute).

Quanto all’intensità di capitale dei nuovi investimenti, misurata dal rapporto tra gli stessi investimenti e il capitale impiegato (investimenti + costo lavoro), è aumentata leggermente dal 23,1 al 23,2%, ma rimane significativamente al di sotto dei valori pre crisi (prossimi al 25%).


L’occupazione è cresciuta  dell’1,7% e dell’1,8  per i dipendenti. I compensi individuali sono aumentati del 2,5%, sicché i redditi complessivi da lavoro sono cresciuti del 4,4%. Tenendo conto che i prezzi al consumo sono aumentati solamente dello 0,3%, i redditi reali individuali crescono del 2,2% e di oltre il 4% quelli complessivi.

I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 5%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 3,7% in termini nominali, ovvero del 3,3 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie aumenta del 4,1% e del 3,4 al netto delle imposte sui redditi individuali.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 3,1%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+6%), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,5% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto oltre il 16% degli acquisti di beni durevoli.


Le esportazioni sono aumentate per poco più dell’1% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore provato (+3%).  Positivo anche l’apporto della domanda pubblica (0,7%), nonostante il taglio alla spesa militare (-1,2%).


Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,6% e favorisce una crescita delle importazioni di poco inferiore al 5%, indotta anche – come si è visto – dalla forza del dollaro. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,3%. Un leggero accumulo di scorte, porta la crescita del pil al 2,4%.

Le ultime previsioni per il 2016 stimano un rallentamento della crescita del pil al 2,1%.


giovedì 10 marzo 2016

A fine 2015 la disoccupazione effettiva è al 23,7%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

In base alle rilevazioni trimestrali dell’Istat, gli occupati sarebbero cresciuti nel corso degli ultimi dodici mesi terminanti a dicembre 2015 di 184 mila unità, grazie pressoché esclusivamente alla crescita dei dipendenti, dato che i lavoratori autonomi sarebbero diminuiti di 114 mila unità.

Dei 298 mila dipendenti in più, quelli assunti a tempo indeterminato sono 207 mila e 91 mila quelli con contratti a termine. Quest’ultimi sono oltre il 14% dei dipendenti (13,8 alla fine del 2014).

Delle 207 mila assunzioni nette a tempo indeterminato, ben 74 mila sono part time.

Tra i lavoratori a tempo indeterminato si stima che quasi 320 mila siano in cassa integrazione (il 2,2%), in calo rispetto ad un anno prima del 45%, ovvero di 260 mila unità.

L’area del lavoro precario estensivamente intesa, ossia quelli con contratto a tempo determinato, i lavoratori part-time  e quelli in cassa integrazione, riguarda più di 5,4 milioni di persone, pari al 31,7% dei dipendenti.

I disoccupati ufficialmente censiti dall’Istat sarebbero poco meno di 3,1 milioni, in calo rispetto ad un anno prima di 367 mila unità. Il tasso di disoccupazione scende dal 13,3 all’11,9%.

Tuttavia occorre considerare anche coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione ma sono disponibili a lavorare, qualora ve ne fosse l’opportunità. Parliamo di 3,6 milioni di persone.


Aggiungendo anche i cassintegrati  il tasso di disoccupazione effettivo arriva  al 23,7%. Rispetto ad un anno prima abbiamo una diminuzione di 2,3 punti percentuali. Una buona notizia, ma non si può dimenticare che vi sono comunque 6,9 milioni di persone che non hanno un lavoro e dipendono dal sostegno pubblico o dall’aiuto di parenti e amici.


Sofferenze sui prestiti bancari al 12,4% del pil (+385% dal 2008)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

I tassi di interesse sui prestiti bancari alle società non finanziarie (SNF) sono saliti dall’1,67 di novembre ad oltre il 2% a gennaio, pur in presenza di una sostanziale stabilità dei tassi sui titoli pubblici quinquennali intorno allo 0,55%. Ciò indica che la domanda da parte delle imprese si è rafforzata, ma non ha convinto il sistema bancario che ha ridotto i prestiti in essere dagli oltre 804 miliardi di novembre a meno di 792 miliardi di gennaio (-1,5%).


Nonostante lo spread tra i tassi sui prestiti e i titoli quinquennali sia passato da 1,1 a 1,5 punti percentuali, il calo dei prestiti (anche nel confronto annuale: -2,3 a gennaio) si spiega con l’aumento delle sofferenze, che per le imprese equivalgono a 143,8 miliardi, ovvero il 18,2% dei prestiti, in aumento del 9% rispetto a dodici mesi prima.


Analoga evoluzione si nota per i piccoli imprenditori, per i quali i tassi passano dal 3,57 di dicembre al 3,74 di gennaio.  Ma anche per loro, nonostante lo spread con i titoli a cinque anni sia salito a 3,2 punti percentuali, non sarebbe conveniente concedere nuovi prestiti. Infatti tra la fine del 2015 e il primo mese del 2016 quelli effettivamente in essere sono scesi dello 0,7% e dell’1,4 negli ultimi dodici mesi.


Ancora una volta sono le sofferenze a guidare il pensiero dei banchieri. Quelle dei piccoli imprenditori sono aumentate nell’ultimo anno del 6,5% e rappresentano il 17,6% del valore dei prestiti.

Insieme, il settore produttivo non finanziario ha accumulato sofferenze per quasi 160 miliardi, pari ad oltre il 18% dei prestiti erogati.

Il settore più in difficoltà è quello delle costruzioni. A dicembre i prestiti coprivano due anni di attività produttiva, nonostante siano stati ridotti di quasi il 14% dal 2010. I crediti inesigibili sono ad un passo dal 30% e superano il 60% della produzione annua.

Segue il terziario, che pur essendo relativamente poco indebitato (meno del 60% del valore aggiunto) presenta un tasso di insolvenza del 15,8%, superando il settore industriale che si ferma al 15,5. Vi è infine il settore agricolo che ha ottenuto finanziamenti per ben oltre la produzione annua (il 134% del valore aggiunto) ed ha un’inadempienza di poco superiore al 14%.


I tassi di interesse tra dicembre e gennaio sono aumentati anche per le famiglie, soprattutto per quelli finalizzati al consumo (di circa mezzo punto), trainati da una forte domanda, fortemente connessa agli acquisti di auto nuove (+17,5% le nuove immatricolazioni a gennaio rispetto ad un anno prima). Ma nell’arco degli ultimi dodici mesi, i tassi sono potuti scendere (dal 7,3 al 6,9%) in linea con il calo dei tassi quinquennali (dallo 0,9 allo 0,55), lasciando invariato lo spread a 6,4 punti percentuali. Ciò ha indotto il sistema bancario a concedere il 13,7% in più di finanziamenti.

Negli ultimi due mesi i tassi sui mutui per l’acquisto dell’abitazione sono rimasti sostanzialmente stabili. Il che dimostra la persistente debolezza del settore immobiliare. Ciò ha consentito di beneficiare del calo dei tassi sui titoli pubblici decennali (che in un’ottica annuale scendono dall’1,7 all’1,5%) riducendo corrispondentemente i tassi sui mutui dal 3,1 al 2,85%. Ma i prestiti erogati nello stesso periodo sono aumentati solamente dello 0,8%.

Nel complesso i prestiti non onorati dalle famiglie sono il 7,3%, a 37,8 miliardi, in aumento ad un tasso annuo del 9%.


Se alle imprese non finanziarie e alle famiglie si aggiungono anche gli altri settori (finanziari e pubblica amministrazione) le sofferenze superano i 202 miliardi, pari al 12,4% del pil (un punto in più rispetto al 2014). Ma dal 2008, i crediti inesigibili sono aumentati del 385%, con punte superiori al 450% per le SNF.


mercoledì 24 febbraio 2016

Grandi Imprese Industriali 2015, fatturato nominale invariato e occupazione in calo

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2015 il fatturato destagionalizzato delle maggiori imprese industriali è aumentato dello 0,1%. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-2,7), le vendite reali segnano un incremento del 2,8%, trainate soprattutto dal mercato interno (+3,1) mentre le esportazioni si fermano all’1,4 (quelle complessive dell’Italia sono aumentate dell’1,8).


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute, le imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-0,9% negli ultimi dodici mesi). La produzione industriale ne ha tratto pertanto un giovamento alquanto limitato, aumentando dello 0,8%.


L’espansione dell’attività produttiva, per quanto modesta, non si è estesa all’occupazione al netto dei cassintegrati, che è stata anzi  ridotta dell0 0,7%, nonostante il ricorso alla CIG sia diminuito del 27% (-35,6 a livello nazionale per tutti i settori).

La crescita della produzione  è stata conseguita sia con l’aumento delle ore lavorate per dipendente (+1%), sia intensificando i ritmi produttivi (+0,4).


L’aumento delle ore lavorate per dipendente deriva sia dagli straordinari, in crescita dell’1,9%, sia dal crollo delle ore perse per scioperi (-65%). Ma nel complesso il monte ore di lavoro resta poco mosso (+0,3) per la diminuzione della base occupazionale.

Il costo orario del lavoro è aumentato dello 0,6%,  Tenendo conto del leggero aumento del monte ore, il costo complessivo cresce dell’1,1. L’aumento della produzione permette di contenere la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) allo 0,4%.


Allargando l'orizzonte temporale, la produzione industriale dal 2010 è scesa di oltre l'8% portando giù sia l'occupazione (-4,5%) sia il numero di ore lavorate per dipendente (quasi un punto percentuale). In tal modo  anche la produttività per ora lavorata non può che diminuire (quasi un punto e mezzo).


sabato 20 febbraio 2016

Stallo

Euro o non euro, i conflitti tra le classi permangono. I piccoli imprenditori vengono schiacciati dalla crisi ed espulsi dal mercato o cedono l'attività alle imprese maggiori nazionali od estere. Ma tutti e tre i soggetti si contrappongono ai lavoratori, i quali devono subire negli ultimi tempi  anche la concorrenza della forza lavoro immigrata.

Si potrebbe pensare che sul tema €uro-exit si possa costituire un'alleanza tra il capitale nazionale e i lavoratori, al fine di riconquistare quella sovranità perduta che ci è costata molti sacrifici in termini di occupazione, reddito e diritti sociali.

Tuttavia, è francamente irritante che si pretenda dai lavoratori, massacrati su tutti i fronti, l'accettazione per l'ennesima volta della politica dei due tempi ovvero la rinuncia  a tutelare i propri interessi in cambio della possibilità di riportare domani le decisioni di politica economica sotto l'ambito nazionale, quando fino ad oggi gli stessi imprenditori, in quanto classe, hanno sostenuto tutte le implicazioni negative che sono derivate dall'adozione dell'euro.

In teoria i lavoratori avrebbero tutto il vantaggio a chiedere il ritorno alla piena sovranità politica ed economica, innanzi ad un sistema che procede contro il loro tenore di vita, i loro diritti e la loro dignità inesorabilmente come uno schiacciasassi. Dovrebbero essere in prima linea. 

Ma perché dovrebbero morire per i loro datori di lavoro? perché dovrebbero sputare sangue quando questa classe dirigente non è nemmeno in grado di comprendere quale sia il proprio interesse e non vede altro come nemico il costo del lavoro, le tasse e la spesa pubblica? Tutti temi che si ritorcono contro gli stessi lavoratori e che rimarranno sul tavolo, dato che la gestione dell'uscita dall'euro non può essere considerata neutrale e qualcuno sarà chiamato a pagare i costi, che comunque vi saranno.

Se gli imprenditori ritengono che sia più vantaggioso uscire dall'euro (e dubito che abbiano raggiunto questa consapevolezza)  hanno in mano tutti gli strumenti, politici, economici e mediatici per realizzare il loro progetto. 

Il problema piuttosto è l'incredibile assenza di una forza politica di sinistra che sensibilizzi su questo argomento. Non è certo di sinistra il Partito Democratico, pienamente integrato all'ideologia dell'euro e del liberismo, mentre la sinistra che si definisce più radicale è ottusamente chiusa entro logiche nazionali e al più si illude di cambiare il volto dell'Europa.

Così mentre le classi sociali non hanno di fatto alcuna consapevolezza della loro situazione rispetto al capitale internazionale, solo una frazione della destra dice di essere pronta al grande passo, ed è quella che ha il volto più becero e tendenzialmente fascista. E ciò rende ancor più diffidenti quelle forze politiche che dicono di voler rappresentare i lavoratori.

Siamo in uno stallo. La situazione è chiaramente insoddisfacente e sappiamo che andrà sempre peggio. Ma più che ricordare i polli di manzoniana memoria, con i no-euro di destra che si scontrano con i pochi no-euro di sinistra e viceversa (e tutti insieme sono comunque una minoranza), a me sembra che l'Italia sia sospesa in una bolla destinata a scoppiare e si attenda rassegnati l'inevitabile catastrofe.

mercoledì 17 febbraio 2016

Ad otto anni dall'inizio della crisi, produzione industriale ancora sotto del 23%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2015 la produzione industriale destagionalizzata è aumentata dello 0,8% rispetto al 2014. Nell’ultimo trimestre dell’anno si nota tuttavia un certo affaticamento, diminuendo dello 0,7% annualizzato rispetto al trimestre precedente.


Il settore che ha sostenuto l’attività produttiva è stato quello dei beni strumentali, che nell’anno appena concluso è aumentato del 3,2%, trainato soprattutto dai mezzi di trasporto (+16,5), senza i quali si dovrebbe registrare un calo in media annua della produzione dei beni strumentali dello 0,7. 


Sono state  le immatricolazioni di auto nuove (+15,8%) il propulsore della crescita produttiva. Ciò ha favorito, per il settore dei beni strumentali nel suo complesso, il tono sostenuto delle importazioni, cresciute quasi dell’8%. Insignificante è invece stato l’apporto delle esportazioni, che si limitano ad un aumento di mezzo punto percentuale.


Nel settore dei beni di consumo sia le esportazioni (+1% nel 2015) che la domanda interna fanno fatica a sostenere la produzione industriale, che rimane invariata rispetto al 2014. Il dinamismo della domanda interna è desunto dalla crescita delle importazioni, che crescono del 2,6%. 

La produzione industriale congiunta dei beni di consumo e di investimento  del 2015 aumenta del 1,7%, ma la produzione di beni intermedi e di energia non riesce a cogliere questa modesta opportunità ed arretra dello 0,4%. Sono pertanto le importazioni a coprire il fabbisogno realizzando una crescita del 6%. Se poi si tiene conto che le esportazioni di beni intermedi ed energia sono aumentate del 2,4% senza riuscire a risollevare la produzione interna complessiva del settore se ne deduce la forte carenza sofferta dal nostro paese nella lavorazione e nella trasformazione dei prodotti manufatti. 

E’ il risultato della crisi iniziata nel 2007,  che ha spazzato via quasi un quarto della produzione industriale.


martedì 16 febbraio 2016

Migliora il surplus commerciale, ma solo grazie al calo della bolletta energetica

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Il surplus della bilancia commerciale tra il 2014 e il 2015 è salito da 41,9 a 45,2 miliardi. Il miglioramento è attribuibile ad una crescita più elevata delle esportazioni ai prezzi correnti (+3,7%) rispetto alle importazioni (+3,3).

Tuttavia, se si guarda alla tipologia dei beni,  si nota che le esportazioni di prodotti finiti sono aumentate solamente del 5,5% rispetto al +9,9 delle importazioni, nonostante che tra il 2014 e il 2015 l’euro si sia indebolito da 1,33 a 1,11 nei confronti del dollaro (-16,5%).

Sono i beni intermedi e l’energia in realtà ad apportare il miglioramento della bilancia commerciale, grazie ad un calo del valore delle importazioni del 3,5% innanzi ad una sostanziale invarianza delle ri-esportazioni (+0,6). In particolare è la bolletta energetica che ci consente di risparmiare quasi il 20%, grazie al crollo del prezzo petrolio che in media annua passa da 99 a 52,25 $ al barile (-47,2%) e che, per quanto ridimensionato se espresso in euro, si commisura in un calo teorico nella valuta comune del 38,5%. Secondo l’Istat il prezzo medio effettivamente pagato sulle importazioni di energia è diminuito del 26.7%.

Il deficit commerciale sui beni intermedi ed energetici scende pertanto da 35,4 a 28,5 miliardi, mentre il surplus dei prodotti finiti si ridimensiona da 77,4 a 73,7.


In termini di quantità, le esportazioni crescono dell’1,8% a fronte di un aumento delle importazioni superiore al 7%, trainate non solo dai beni intermedi ed energetici (+6%), che in parte vengono ri-esportati (+2,4), ma anche dagli acquisti di beni finali (+5), innanzi ad esportazioni che non raggiungono il punto percentuale di crescita.



Gli scambi con i paesi UE

Dal punto di vista geografico, il deficit con la zona euro è fortemente peggiorato, da meno di un miliardo ai 4,2 dell’anno appena terminato, con la Germania che pesa per 5,8 miliardi.

Il peggioramento deriva da una crescita delle importazioni (+5,1%) superiore a quella delle esportazioni (+3,2). Ancor più evidente è il divario se si guarda agli scambi con la Germania, ove le importazioni crescono del 4,4 innanzi ad un aumento delle nostre vendite dell’1,7.

La zona Euro vale oltre il 40% delle nostre esportazioni (la Germania il 12,3) e il 46,2 delle nostre importazioni (15,4 quelle tedesche).

Gli scambi con i paesi UE non facenti parte della zona euro ci procurano un surplus di 15,7 miliardi, in leggera diminuzione dai 15,9 del 2014, a causa di un aumento delle importazioni dell’8,2% innanzi ad esportazioni che crescono del 5,5.

La UE rappresenta il 54,3% delle nostre vendite all’estero e il 53,4 dei nostri acquisti, generando un surplus di 11,5 miliardi (14,9 nel 2014). 



Il resto del mondo

Gli scambi con i paesi non UE hanno procurato un surplus di 33,7 miliardi, contro i 27 conseguiti nell’anno precedente, grazie ad un aumento delle vendite del 3,6% a fronte della sostanziale invarianza delle importazioni (-0,1).

Particolarmente significative sono state le esportazioni verso gli Stati Uniti che, grazie alla debolezza dell’euro, sono aumentate di quasi il 21%.  Le importazioni crescono del 13,8%, più per effetto del cambio che per un aumento significativo dei volumi (in teoria in calo del 2,3%). Il surplus sale da 17,3 a 21,8 miliardi di euro.

Notevoli anche le esportazioni verso l’India, in crescita del 10,3%, mentre gli acquisti arretrano del 4,1%.

Ferme le esportazioni verso la Cina (-0,7), dalla quale abbiamo acquistato il 12,3% in più, ampliando il deficit da 14,6 a 17,7 miliardi.

Le importazioni dai paesi Opec risentano del calo del prezzo del petrolio e scendono del 12,3% e ciò si riflette anche sulla domanda di prodotti italiani, in calo dell’1,3%. L’avanzo commerciale del 2014 raddoppia da 2,2 a 4,4 miliardi di euro.


lunedì 15 febbraio 2016

Debito Pubblico 2015 al 133,4% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Nel 2015 il debito pubblico si è attestato a poco meno di 2.170 miliardi, pari al 133,4% del pil (132,3 nel 2014). In un anno è aumentato di 33,8 miliardi.


Al netto degli oltre 58 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a  2.111,7 miliardi (quasi 36 in più rispetto ad un anno fa).


L’aumento del debito “interno” relativo al 2015 è stato totalmente finalizzato per la copertura del “fabbisogno interno”, pari a 45,4 miliardi (il 2,8% del pil), di cui circa 71 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 25,5 miliardi, ovvero l’1,6% del pil.


Il fabbisogno di 45,4 miliardi è stato coperto, come si è detto, per 35,9 mediante l’indebitamento e per 10,7 miliardi attingendo alla liquidità che il Tesoro ha presso la Banca d’Italia. Sono invece aumentate di 1,2 miliardi le disponibilità degli enti locali presso il sistema bancario.

Nel complesso, la liquidità del settore pubblico si commisura in 62,6  miliardi, pari al 3,8% del pil.  In particolare, a fine 2015 la liquidità del Tesoro era di 35,7 miliardi, mentre le altre AAPP potevano contare su 26,9 miliardi.


Aggiornamento del 5 marzo 2016

Dopo la pubblicazione dei dati "definitivi" del pil da parte dell'Istat il debito pubblico si attesta al 132,7%