venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


__________ 
1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.

Solo l'auto nuova fa sognare gli italiani

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)

Ad agosto le vendite al dettaglio depurate della stagionalità sono diminuite dell’1,7% rispetto allo stesso mese del 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,6% le vendite reali scendono “solamente” dell’1,1%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è superiore al 12% in termini reali.

Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo dell’8,7% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto all’agosto di un anno fa il calo è di poco inferiore al 2% in termini reali.


E' il livello dell'occupazione ad influire su l'andamento cedente dei consumi: gli occupati sono diminuiti dal 2010 del 2,2%.  Non sembra invece in questa fase che la crescita reale delle retribuzioni per dipendente (+1,3% in un anno) sia determinante nelle decisioni di spesa.

I timori occupazionali si riflettono sul clima di fiducia dei consumatori: ad ottobre è sceso dello 0,5% rispetto al mese precedente.  Ma ciò che preoccupa maggiormente sono le prospettive economiche future, dato che dal mese di agosto prevalgono i pessimisti sugli ottimisti.

In questo clima le decisioni di spesa di beni durevoli ne risentono: le famiglie propense ad acquistare un’abitazione sono scese dal 3  al 2,5%. Coloro che intendono apportare migliorie o semplicemente intraprendere lavori di manutenzione della propria abitazione sono parimenti scesi dal 16,6  del secondo trimestre al 14,1%. Solo l’auto fa sognare gli italiani: l’8% (contro il 5,1 del primo trimestre)  si dice propenso ad acquistarne una nuova. 


martedì 21 ottobre 2014

I paesi ove è più forte la disuguaglianza della ricchezza

Il Global Wealth Databook preparato dal Credit Suisse Research Institute fornisce una stima aggiornata della concentrazione della ricchezza.

In Italia il 10% più ricco non solo detiene il 51,5% della ricchezza complessiva, ma non sembra che abbia risentito della crisi, dato che la fetta posseduta è cresciuta dal 2008 di 4 punti percentuali. Tale incremento si concentra tuttavia nell’1% più ricco, che passa dal 17,2 al 21,7%.

Estendendo lo sguardo ad altri paesi e considerando il periodo che va dal 2000 ad oggi, uno degli incrementi più forti della ricchezza posseduta dal Top 10% è avvenuto in Cina, ove sale dal 48,6 al 64%.

Notevoli anche gli aumenti in Egitto (dal 61 al 73,3%), Honk Kong (dal 65,6 al  77,5) e Turchia (dal 66,7 al 77,7%).

I paesi ove vi è stata una maggiore redistribuzione della ricchezza sono la Polonia, con la quota del Top 10% che scende da poco meno del 70 al 62,8%, e l’Arabia Saudita, che passa dal 73,3 al 66,4%.

Il grafico seguente illustra per diversi paesi la variazione della quota percentuale detenuta dal 10% più ricco dal 2000 ad oggi.

cliccare sul grafico per ingrndire

Ma ancor più impressionanti sono stati gli incrementi patrimoniali per l’1% più ricco. In Cina l’aumento supera i 18 punti percentuali ed equivale al 37,2% della ricchezza complessiva. Ad Honk Kong la fine del protettorato inglese non ha ostacolato per nulla i più facoltosi: la quota di ricchezza del top 1% è passata dal 35,4 al 52,6%.

Sono sopra il 50% anche in Turchia, Russia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

Mettendo a raffronto la quota del Top 1% e la variazione della ricchezza intervenuta dal 2000 ad oggi emerge che quasi tutti i paesi che hanno
a) un’alta concentrazione della ricchezza
b) e una forte crescita tra le persone più ricche
hanno avuto, sia pur per diversi motivi, delle turbolenze politiche o problemi economici.

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lunedì 20 ottobre 2014

La ricchezza mondiale vale 263 mila miliardi di dollari

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2014 del Credit Suisse, supera i 263 mila miliardi di dollari, in crescita dell’8,3% rispetto al 2013.

I maggiori incrementi sono stati in Nord America (+11,4%) e in Europa (+10,6). La ricchezza è invece diminuita in India (-1%) ed è rimasta sostanzialmente invariata in America Latina (-0,1). Nel resto del mondo la crescita è stata inferiore a quella mondiale.

E’ il Regno Unito a conquistare l’aumento percentuale più consistente della ricchezza delle famiglie (+19,1%), grazie ad un aumento dei valori di borsa superiore al 23% e ad un effetto cambio dovuto alla conversione dei valori in dollari del 12,4%. I prezzi delle abitazioni sono parimenti cresciuti del 9,4.

Anche la Grecia e la Spagna accrescono la ricchezza accumulata del 15,5%, grazie ai buoni andamenti dei mercati azionari (+25 e + 55,4% rispettivamente) e nonostante il calo dei prezzi delle case (-5,4 e -2,7%). L’effetto cambio incrementa la valorizzazione in dollari del 5,3%.

Negli Stati Uniti la ricchezza è aumentata per poco meno del 12%, anche grazie ad un apprezzamento dei valori azionari del 22,6%. Nullo sarebbe stato l’effetto prezzi del patrimonio immobiliare.


In Italia la ricchezza è cresciuta del 9,6%, anche grazie ad un aumento dei corsi azionari prossimo al 50% e nonostante una caduta dei prezzi delle case vicina al 5%. L’effetto cambio è ovviamente identico a quello di Grecia e Spagna.



La ricchezza accumulata in Nord America è di 91.240 miliardi, pari al 34,7% di quella mondiale, sebbene gli adulti siano solo il 5,7% di quelli stimati a livello planetario.  La quota di ricchezza detenuta dagli adulti europei è del 32,4%, con una popolazione adulta del 12,4%.

Meno del 19% si trova nell’area asiatica e del pacifico, escluse Cina e India. Le quali possiedono rispettivamente l’8,1 e l’1,4% della ricchezza complessiva.

Seguono l’America Latina con il 3,5 e l’Africa con l’1,1%.



Coloro che possiedono più di un milione di dollari sono solo lo 0,7% degli adulti, ma la loro ricchezza equivale al 44% di quella  mondiale (un anno fa era il 41%). Si tratta di 35 milioni di persone che in media posseggono più di 3,3 milioni di dollari a testa.

Vi è quasi un 8% che detiene tra i 100 mila e il milione di dollari e la loro fortuna vale il 41,3% di quella complessiva.

Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,3% della popolazione adulta mondiale, che possiede solamente il 14,7% della ricchezza (16,7 nel 2013). Di questi, tre su quattro possono contare solamente su 2.326 dollari (1.790 euro).



Secondo la banca elvetica sono 1.611 i miliardari. Di questi, 504 sono americani e 29 italiani.


sabato 18 ottobre 2014

Mercato auto in ripresa sia in Europa che in Italia

Fonte: Anfia

Nei primi nove mesi di quest’anno le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione Europea sono aumentate del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2013. Tra i principali paesi, restano in difficoltà l’Olanda (-5,2%) e l’Austria (-4,3). Negativo l’andamento del mercato anche in Belgio (-0,4).  Sono invece in forte espansione le immatricolazioni spagnole (+17,2), polacche (+15,0) e inglesi (+9,1).  Significativa la ripresa del mercato italiano che, con una crescita del 3,6%, risulta più vivace di quello francese (+2,1) e tedesco (+2,9). Molto dinamica risulta la domanda anche negli altri paesi europei, che segnano un incremento di poco inferiore al 16%.


La quota di mercato della Volkswagen supera il 25% (24,8 nei primi nove mesi di dell’anno scorso).

Nonostante le vendite della Renault siano cresciute di quasi il 16%, rimane al terzo posto dietro all’altra casa francese, il gruppo PSA-Citroen, le cui quote di mercato vengono limate dall’11 al 10,9%. Insieme le quote di mercato delle due case d’oltralpe restano ben distanti dal principale gruppo tedesco (20,5%). 

Andamento contrastato anche per i due principali gruppi americani. La Ford incrementa le vendite del 7,3% con una quota di mercato del 7,6%, mentre il gruppo GM, che vede diminuire le vendite del 3,3%, retrocede dall’8,1% al 7,4%.

La Bmw, pur perdendo quote di mercato (dal 6,4 al 6,2%) a causa di una crescita delle immatricolazioni (2,3%) inferiore a quella del mercato europeo, riesce a mantenere la sesta posizione, precedendo la Fiat, che a sua volta scende dal 6,2 al 6%, nonostante un aumento delle vendite (+2,7)  superiore a quello della società tedesca.

Per la casa automobilistica italo-anglo-olandese la debolezza risiede in quello che fino a poco tempo fa era il suo mercato di riferimento: le vendite in Italia restano al palo (-0,4) nonostante un aumento delle immatricolazioni a livello nazionale (+3,6%).  La quota di mercato viene pertanto decurtata dal 29 al 27,8%. Nel resto d’Europa, grazie ad una crescita in linea con il mercato, mantiene la quota del 3%.

venerdì 17 ottobre 2014

Bilancia dei pagamenti ad agosto (grafici)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Partite Correnti e Movimenti finanziari




Capitali Italiani
Nota: da questo mese la Banca d'Italia ha adottato il nuovo sistema internazionale previsto dal FMI in base al quale, in sostanza, viene evidenziata la variazione delle attività o delle passività invece del flusso valutario. Ad esempio, gli investimenti di portafoglio sulle borse estere da parte dei residenti era registrato come un deflusso. Ora, con il nuovo criterio di registrazione, viene evidenziato l'incremento delle attività (sull'estero) da parte dell'Italia. Il grafico si adegua alle modifiche intervenute.



Investimenti esteri di portafoglio



Investimenti diretti esteri in Italia



Riserve Ufficiali 

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


Con i nuovi criteri del pil, il debito pubblico ad agosto è al 132,4%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia e Istat

Ad agosto il debito pubblico  è diminuito rispetto al mese precedente di oltre 20 miliardi, a 2.148 miliardi, pari al 132,4% del pil (misurato con i nuovi criteri statistici). Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 87 miliardi. 

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a 2.088 miliardi (78 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 44,3 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui quasi 78 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi) segna pertanto un avanzo di 33,5 miliardi, ovvero il 2,1% del pil.

I restanti 33,6 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora ad un passo dai 107 miliardi, pari al 6,6% del pil. In particolare, a  fine agosto la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 82,4 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 24,4 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire quasi 29 mesi di “fabbisogno interno”.

Il debito a luglio era per oltre un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e meno del 12% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a settembre è stato del 2,4%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 148 punti base.

martedì 14 ottobre 2014

Dal 2010 forte aumento delle famiglie in difficoltà

L'audizione del presidente dell'Istat in merito al DEF è corredata da un ricco allegato statistico.

Ciò permette di aggiornare, ad esempio, la documentazione relativa al disagio delle famiglie al 2013.

Dal grafico che segue emerge un forte  aumento delle famiglie in difficoltà, soprattutto a partire dal 2010.


Le persone che hanno dichiarati di essere in difficoltà ad acquistare gli alimenti sono più  che raddoppiate tra il 2006 (4,2%) e il 2013 (9%).

Quelle che hanno dovuto rinunciare ad un pasto proteico almeno ogni due giorni sono passate dal 6,2% del 2009 al 14,3%.

Più del 19% non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (era poco più del 10% nel 2007).

Le famiglie che non erano in grado di affrontare una spesa imprevista sono passate dal 28% del 2006 ad oltre il 40%.

Infine, smentendo un luogo comune che sostiene che gli italiani non rinunciano alle vacanze, nel 2013 una famiglia su due non ha potuto permettersi nemmeno una settimana di ferie.

*   *   *   *   *

Dato che ci siamo, riprendo anche il grafico aggiornato al 2013  relativo alla quota percentuale dei lavoratori a tempo determinato in Italia e nella UE.

Si noterà che il nostro paese è perfettamente allineato alle condizioni del mercato del lavoro europeo e che circa il 50% dei giovani (15-24 anni) è costretto ad accettare un contratto a termine, contro il 40% nel resto d'Europa.

cliccare sul grafico per ingrandire

La tesi che il nostro mercato del lavoro non sia sufficientemente flessibile è quindi un luogo comune privo di fondamento.

Produzione Industriale, Crollo della Germania ad Agosto

Fonte: Eurostat, FED, OCSE

Ad agosto la produzione industriale nella zona euro è scesa rispetto al mese precedente dell'1,8% in termini destagionalizzati, a causa soprattutto della pesante caduta tedesca (-4,3). Sostanzialmente invariate sono rimaste le attività produttive in Italia (+0,3), in Spagna (+0,1) e in Francia (-0,1). 



In termini annui, il calo della produzione industriale tedesca è del 3,1%. Egualmente negativi sono i contributi francesi (-0,3) e italiani (-0,2). Solo la Spagna, tra i maggiori paesi dell'area euro, cresce negli ultimi dodici mesi di mezzo punto percentuale.  

Nel complesso la zona euro accusa una caduta rispetto all'agosto di un anno fa dello 0,8%. In Giappone la flessione arriva all'1,6%, mentre  la produzione industriale cresce nel Regno Unito (+2,5) e negli Usa(+4,1).


Con il calo di agosto la Germania è ritornata sotto i livelli pre-crisi (del 2,6%). Molto più pesanti sono le perdite in Francia (-14%) e in Italia (23,5%). La Spagna, nonostante la ripresa di degli ultimi mesi, ha visto svanire più del 28% della produzione che riusciva a realizzare nel 2007. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi superiore al 10%. Un gap enorme con gli Stati Uniti, che nel frattempo sono cresciuti oltre i massimi  di sette anni fa del 4,1%.