mercoledì 29 ottobre 2014

Grandi Imprese Industriali, vendite in aumento rispetto ad un anno fa, ma in calo da gennaio

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nei primi otto mesi dell’anno il fatturato delle grandi imprese industriali è aumentato dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2013. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,5%), le vendite reali segnano un incremento del 2,2%, grazie soprattutto alla crescita della domanda estera (+3,5% contro la variazione nulla delle esportazioni nazionali). Le vendite sul mercato interno  aumentano invece dell’1,3%.



Sembra tuttavia che le imprese non siano convinte di questo pallido risveglio della domanda ed abbiano preferito mantenere di fatto gli stessi livelli produttivi dei primi otto mesi dell’anno scorso (-0,2%), forse perché hanno visto nel corso dell’anno spegnersi la ripresa che sembrava palesarsi fino allo scorso gennaio. Da allora le vendite in termini reali sono scese del 2,2%.


La stagnazione  produttiva si è riflessa sugli occupati,  scesi dello 0,5% al netto di quelli in cassa integrazione. Parallelamente sono  diminuite le  ore effettivamente lavorate per dipendente (-0,5), nonostante gli straordinari siano cresciuti dello 0,5% e nonostante un calo delle ore di sciopero del 27,7%.

Nel complesso, le ore effettivamente lavorate nei primi otto mesi dell’anno calano dell’1% ma è sufficiente per determinare un aumento della produttività oraria dello 0,9%.



La manovra di far fare meno ore, intensificando i ritmi produttivi, non è tuttavia sufficiente a compensare l’aumento del costo orario del lavoro (+2,5%). Il clup infatti aumenta dell’1,7%.

Le retribuzioni orarie  sono aumentate nei primi sette mesi dell’anno del 2,7%, ma il calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente contiene i guadagni medi individuali poco sopra il 2%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca), sempre nei primi otto mesi di quest’anno, sono aumentati dello 0,3 i lavoratori delle grandi imprese industriali possono contare su un aumento del potere d’acquisto di 1,8 punti  percentuali. 

lunedì 27 ottobre 2014

Nella Zona Euro la moneta torna a crescere ma non i prestiti al settore privato

Fonte: BCE

A settembre i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano dell'1,2% inferiori rispetto allo stesso mese del 2013.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi terminanti a settembre sono diminuiti del 2%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,5), con i mutui per l'acquisto dell'abitazione praticamente fermi al livello di un anno fa (-0,1).


Il calo dei prestiti al settore privato è particolarmente accentuato in Italia (-1,9%), con i prestiti alle SNF che calano ad un ritmo del 3,6%. Minore ma non trascurabile è il rientro chiesto alle famiglie (-1%). Certamente avviene ad un passo doppio a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.


Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita impercettibile (+0,8) dei depositi del settore privato della zona euro rispetto a dodici mesi prima, ma la preferenza per gli impieghi più liquidi rimane alta,  con i depositi a vista che crescono del 6,8%, a scapito di forme di deposito a più lungo termine. In Italia i conti correnti aumentano del 7,3% e del 6,6 in Germania.


Nel complesso la M1, che comprende oltre i depositi a vista  il circolante, aumenta a settembre del 6,2% senza che i prezzi ne vengano influenzati (0,3%). 


domenica 26 ottobre 2014

Bilanci 2012 delle Medie Imprese Industriali: il calo della pressione fiscale fa aumentare i profitti del 4%, ma non l'occupazione



Il fatturato delle medie imprese industriali (quelle con fatturato da 15 a 330 milioni di euro) è sceso nel 2012 di quasi il 5% (-4,4 secondo le indagini congiunturali sul fatturato dell'Istat).

La quota delle esportazioni passa dal 38,7% del 2011 al 41,5 delle vendite complessive del 2012.

Parallelamente al calo del fatturato sono stati ridotti gli acquisti di beni e servizi intermedi necessari alla produzione. Il valore aggiunto, pari al 22,5% delle vendite, si contrae del 4,7%.

Nonostante un aumento del costo del lavoro per dipendente del 2%, quello complessivo scende del 3,2 per aver ridotto il personale del 5,2%. Ciò nonostante la quota sul fatturato sale dal 14,2 al 14,4%. 

Il margine operativo lordo (MOL) ne risente e cala del 7,3%. La quota sul fatturato scende all’8,1% dall’8,3 dell'anno precedente.

Le medie imprese riescono tuttavia a razionalizzare le altre voci inerenti alla gestione, comprimendole del 9,2%. Sebbene non sia sufficiente per evitare una caduta dei profitti del 4,8% riescono a mantenere invariato il ritorno sulle vendite al 3,5%.

La pressione fiscale tra il 2011 e il 2012 si allenta e passa dal 54,2 a meno del 50% degli utili, consentendo un aumento dei profitti netti del 4%. La loro quota sul fatturato sale dall’1,6 all’1,8%.

venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


__________ 
1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.

Solo l'auto nuova fa sognare gli italiani

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)

Ad agosto le vendite al dettaglio depurate della stagionalità sono diminuite dell’1,7% rispetto allo stesso mese del 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,6% le vendite reali scendono “solamente” dell’1,1%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è superiore al 12% in termini reali.

Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo dell’8,7% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto all’agosto di un anno fa il calo è di poco inferiore al 2% in termini reali.


E' il livello dell'occupazione ad influire su l'andamento cedente dei consumi: gli occupati sono diminuiti dal 2010 del 2,2%.  Non sembra invece in questa fase che la crescita reale delle retribuzioni per dipendente (+1,3% in un anno) sia determinante nelle decisioni di spesa.

I timori occupazionali si riflettono sul clima di fiducia dei consumatori: ad ottobre è sceso dello 0,5% rispetto al mese precedente.  Ma ciò che preoccupa maggiormente sono le prospettive economiche future, dato che dal mese di agosto prevalgono i pessimisti sugli ottimisti.

In questo clima le decisioni di spesa di beni durevoli ne risentono: le famiglie propense ad acquistare un’abitazione sono scese dal 3  al 2,5%. Coloro che intendono apportare migliorie o semplicemente intraprendere lavori di manutenzione della propria abitazione sono parimenti scesi dal 16,6  del secondo trimestre al 14,1%. Solo l’auto fa sognare gli italiani: l’8% (contro il 5,1 del primo trimestre)  si dice propenso ad acquistarne una nuova. 


martedì 21 ottobre 2014

I paesi ove è più forte la disuguaglianza della ricchezza

Il Global Wealth Databook preparato dal Credit Suisse Research Institute fornisce una stima aggiornata della concentrazione della ricchezza.

In Italia il 10% più ricco non solo detiene il 51,5% della ricchezza complessiva, ma non sembra che abbia risentito della crisi, dato che la fetta posseduta è cresciuta dal 2008 di 4 punti percentuali. Tale incremento si concentra tuttavia nell’1% più ricco, che passa dal 17,2 al 21,7%.

Estendendo lo sguardo ad altri paesi e considerando il periodo che va dal 2000 ad oggi, uno degli incrementi più forti della ricchezza posseduta dal Top 10% è avvenuto in Cina, ove sale dal 48,6 al 64%.

Notevoli anche gli aumenti in Egitto (dal 61 al 73,3%), Hong Kong (dal 65,6 al  77,5) e Turchia (dal 66,7 al 77,7%).

I paesi ove vi è stata una maggiore redistribuzione della ricchezza sono la Polonia, con la quota del Top 10% che scende da poco meno del 70 al 62,8%, e l’Arabia Saudita, che passa dal 73,3 al 66,4%.

Il grafico seguente illustra per diversi paesi la variazione della quota percentuale detenuta dal 10% più ricco dal 2000 ad oggi.


Ma ancor più impressionanti sono stati gli incrementi patrimoniali dell’1% più ricco. In Cina l’aumento supera i 18 punti percentuali ed equivale al 37,2% della ricchezza complessiva. Ad Hong Kong la fine del protettorato inglese non ha ostacolato per nulla i più facoltosi: la quota di ricchezza del top 1% è passata dal 35,4 al 52,6%.

Sono sopra il 50% anche in Turchia, Russia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

Mettendo a raffronto la quota del Top 1% e la variazione della ricchezza intervenuta dal 2000 ad oggi emerge che quasi tutti i paesi che hanno
a) un’alta concentrazione della ricchezza
b) e una forte crescita tra le persone più ricche
hanno avuto, sia pur per diversi motivi, delle turbolenze politiche o problemi economici.

lunedì 20 ottobre 2014

La ricchezza mondiale vale 263 mila miliardi di dollari

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2014 del Credit Suisse, supera i 263 mila miliardi di dollari, in crescita dell’8,3% rispetto al 2013.

I maggiori incrementi sono stati in Nord America (+11,4%) e in Europa (+10,6). La ricchezza è invece diminuita in India (-1%) ed è rimasta sostanzialmente invariata in America Latina (-0,1). Nel resto del mondo la crescita è stata inferiore a quella mondiale.

E’ il Regno Unito a conquistare l’aumento percentuale più consistente della ricchezza delle famiglie (+19,1%), grazie ad un aumento dei valori di borsa superiore al 23% e ad un effetto cambio dovuto alla conversione dei valori in dollari del 12,4%. I prezzi delle abitazioni sono parimenti cresciuti del 9,4.

Anche la Grecia e la Spagna accrescono la ricchezza accumulata del 15,5%, grazie ai buoni andamenti dei mercati azionari (+25 e + 55,4% rispettivamente) e nonostante il calo dei prezzi delle case (-5,4 e -2,7%). L’effetto cambio incrementa la valorizzazione in dollari del 5,3%.

Negli Stati Uniti la ricchezza è aumentata per poco meno del 12%, anche grazie ad un apprezzamento dei valori azionari del 22,6%. Nullo sarebbe stato l’effetto prezzi del patrimonio immobiliare.


In Italia la ricchezza è cresciuta del 9,6%, anche grazie ad un aumento dei corsi azionari prossimo al 50% e nonostante una caduta dei prezzi delle case vicina al 5%. L’effetto cambio è ovviamente identico a quello di Grecia e Spagna.



La ricchezza accumulata in Nord America è di 91.240 miliardi, pari al 34,7% di quella mondiale, sebbene gli adulti siano solo il 5,7% di quelli stimati a livello planetario.  La quota di ricchezza detenuta dagli adulti europei è del 32,4%, con una popolazione adulta del 12,4%.

Meno del 19% si trova nell’area asiatica e del pacifico, escluse Cina e India. Le quali possiedono rispettivamente l’8,1 e l’1,4% della ricchezza complessiva.

Seguono l’America Latina con il 3,5 e l’Africa con l’1,1%.



Coloro che possiedono più di un milione di dollari sono solo lo 0,7% degli adulti, ma la loro ricchezza equivale al 44% di quella  mondiale (un anno fa era il 41%). Si tratta di 35 milioni di persone che in media posseggono più di 3,3 milioni di dollari a testa.

Vi è quasi un 8% che detiene tra i 100 mila e il milione di dollari e la loro fortuna vale il 41,3% di quella complessiva.

Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,3% della popolazione adulta mondiale, che possiede solamente il 14,7% della ricchezza (16,7 nel 2013). Di questi, tre su quattro possono contare solamente su 2.326 dollari (1.790 euro).



Secondo la banca elvetica sono 1.611 i miliardari. Di questi, 504 sono americani e 29 italiani.


sabato 18 ottobre 2014

Mercato auto in ripresa sia in Europa che in Italia

Fonte: Anfia

Nei primi nove mesi di quest’anno le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione Europea sono aumentate del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2013. Tra i principali paesi, restano in difficoltà l’Olanda (-5,2%) e l’Austria (-4,3). Negativo l’andamento del mercato anche in Belgio (-0,4).  Sono invece in forte espansione le immatricolazioni spagnole (+17,2), polacche (+15,0) e inglesi (+9,1).  Significativa la ripresa del mercato italiano che, con una crescita del 3,6%, risulta più vivace di quello francese (+2,1) e tedesco (+2,9). Molto dinamica risulta la domanda anche negli altri paesi europei, che segnano un incremento di poco inferiore al 16%.


La quota di mercato della Volkswagen supera il 25% (24,8 nei primi nove mesi di dell’anno scorso).

Nonostante le vendite della Renault siano cresciute di quasi il 16%, rimane al terzo posto dietro all’altra casa francese, il gruppo PSA-Citroen, le cui quote di mercato vengono limate dall’11 al 10,9%. Insieme le quote di mercato delle due case d’oltralpe restano ben distanti dal principale gruppo tedesco (20,5%). 

Andamento contrastato anche per i due principali gruppi americani. La Ford incrementa le vendite del 7,3% con una quota di mercato del 7,6%, mentre il gruppo GM, che vede diminuire le vendite del 3,3%, retrocede dall’8,1% al 7,4%.

La Bmw, pur perdendo quote di mercato (dal 6,4 al 6,2%) a causa di una crescita delle immatricolazioni (2,3%) inferiore a quella del mercato europeo, riesce a mantenere la sesta posizione, precedendo la Fiat, che a sua volta scende dal 6,2 al 6%, nonostante un aumento delle vendite (+2,7)  superiore a quello della società tedesca.

Per la casa automobilistica italo-anglo-olandese la debolezza risiede in quello che fino a poco tempo fa era il suo mercato di riferimento: le vendite in Italia restano al palo (-0,4) nonostante un aumento delle immatricolazioni a livello nazionale (+3,6%).  La quota di mercato viene pertanto decurtata dal 29 al 27,8%. Nel resto d’Europa, grazie ad una crescita in linea con il mercato, mantiene la quota del 3%.

venerdì 17 ottobre 2014

Bilancia dei pagamenti ad agosto (grafici)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Partite Correnti e Movimenti finanziari




Capitali Italiani
Nota: da questo mese la Banca d'Italia ha adottato il nuovo sistema internazionale previsto dal FMI in base al quale, in sostanza, viene evidenziata la variazione delle attività o delle passività invece del flusso valutario. Ad esempio, gli investimenti di portafoglio sulle borse estere da parte dei residenti era registrato come un deflusso. Ora, con il nuovo criterio di registrazione, viene evidenziato l'incremento delle attività (sull'estero) da parte dell'Italia. Il grafico si adegua alle modifiche intervenute.



Investimenti esteri di portafoglio



Investimenti diretti esteri in Italia



Riserve Ufficiali 

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.