martedì 30 settembre 2014

Tra i maggiori paesi della zona euro solo in Italia la disoccupazione giovanile aumenta nell'ultimo anno dal 40,6 al 44,2%

Fonte: Eurostat

Negli ultimi undici mesi la disoccupazione nella Zona Euro è scesa di mezzo punto percentuale, dal 12 all’11,5% di agosto. E’ sicuramente una buona notizia; peccato che si sia dovuto attendere cinque anni, rispetto agli Stati Uniti (ora al 6,1%), prima di poter registrare questo lieve miglioramento. Cinque anni persi inseguendo politiche economiche che oltre a non risolvere il problema dei conti pubblici, come si suole sostenere, hanno inferto sofferenze, disagi e impoverimento a quasi 20 milioni di europei. 



 Nella zona euro,  negli ultimi dodici mesi, i disoccupati sono diminuiti di 834 mila unità, a poco più di 18,3 milioni di persone. Il calo ha coinvolto sia i giovani (sotto i 25 anni), il  cui tasso di disoccupazione passa dal 23,9 al 23,3%, sia gli over 25 (che diminuiscono di quasi 624 mila unità).


In Germania le persone in cerca di un lavoro sono meno del 5%, ovvero meno di 2,1 milioni di persone (oltre 150 mila in meno  rispetto all’agosto 2013). Il tasso di disoccupazione giovanile è al 7,6% e riguarda poco più di 330 mila ragazzi (20 mila in meno rispetto ad un anno prima).

In Spagna la disoccupazione è al 24,4% e coinvolge 5,6 milioni di persone, di cui 840 mila con meno di 25 anni. Nel complesso, rispetto ad un anno fa, coloro che cercano un lavoro sono diminuiti di 467 mila, di cui oltre 100 mila giovani (per i quali la disoccupazione giovanile è al 53,7%).

In Francia i disoccupati sono quasi 3,1 milioni (il 10,5%), in crescita rispetto ad un anno prima di oltre 100 mila unità (+130mila per gli over25 e -25 mila per gli under). La disoccupazione giovanile affligge più di 650 mila ragazzi, pari al 24% della corrispondente forza lavoro.

Anche in Italia i disoccupati  sono 3,1 milioni (il 12,3%). Gli under 25 alla ricerca di un lavoro sono 710 mila, 38 mila in più rispetto ad un anno fa (con un tasso di disoccupazione che sale dal 40,6 al 44,2%). 

venerdì 26 settembre 2014

Pil Usa +2,2% nel primo semestre

Fonte: Elaborazioni su dati BEA

Il clima di fiducia delle imprese americane dovrebbe essere tornato sui massimi se si guarda ai profitti conseguiti nel secondo trimestre di quest’anno, soprattutto per quelli generati all’interno degli Stati Uniti, pari ad un valore annuo superiore ai 1.700 miliardi di dollari, a cui si aggiungono i quasi 400 derivanti dalle attività estere. Nel complesso le imprese americane incassano oltre 2.100 miliardi, l’8,4% in più di quanto conseguito nel trimestre precedente.


Ciò spiega in parte il buon andamento di Wall Street, che ha raggiunto nuovi record.


Ma l’incertezza degli ultimi mesi nel mercato azionario americano si spiega non solo per aver assorbito il gap che si era aperto tra le due variabili dopo la crisi del 2008, ma anche con il calo del tasso di profitto, tanto rispetto al capitale impiegato (investimenti + monte salari), quanto rispetto al pil.



D’altra parte, se si guarda all’intero primo semestre, i profitti risultano in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso del 2,3% e ciò riguarda sia il settore finanziario (-7,9%) che quello non finanziario (-1,3%).


Pur con queste incertezze sul futuro, gli investimenti fissi sono cresciuti nel primo semestre del 5% in termini reali, trainati soprattutto dagli investimenti non residenziali (+5,7), mentre quelli residenziali hanno limitato la corsa al 2,3%.

Nell’ultimo anno la quota degli investimenti finanziata mediante indebitamento è passata dal 23 al 24%.


Quanto all’intensità di capitale, la quota degli investimenti sul totale della spesa delle imprese in investimenti e monte salari è poco al di sotto del 23%.



Ciò ha permesso di espandere l’occupazione nel primo semestre dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2013, che sale all’1,7 per i lavoratori dipendenti non agricoli.

La crescita del pil, pari al 2,2% nella prima metà di quest’anno, si è quindi tradotta in un aumento della produttività per occupato dello 0,8%.


Con la crescita dell’occupazione dipendente sono aumentati anche i salari reali individuali dell’1,1%. Complessivamente, per effetto dell'aumento dell'occupazione e dei redditi individuali, i redditi reali da lavoro dipendente crescono nel semestre del 2,9%.



I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 2,4%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 2,6% in termini nominali, ovvero dell’1,2 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie è aumento del 2,5% sul primo semestre dell’anno scorso.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 2,3%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+5,7% in termini reali annui), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,4% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto il 16% degli acquisti di beni durevoli.

Le esportazioni sono aumentate nel primo semestre del 3,3% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore privato (+2,9%).  Permane invece negativo l’apporto della domanda pubblica (-0,9%), soprattutto per il forte taglio alla spesa militare (-4%).

Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,3% e favorisce una crescita delle importazioni del 3,4%. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,1%. Un leggero accumulo di scorte porta la crescita del pil nel primo semestre al 2,2%.



Al momento si prevede che il pil 2014 possa aumentare del 2%. Perché questa previsione si realizzi è sufficiente che in questo semsetre cresca dell’1,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, ovvero del 2,6% annualizzato rispetto al primo semsetre del 2014.

giovedì 25 settembre 2014

Eurozona, Debito del settore privato verso il sistema bancario oltre il 120% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Aagosto i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano dell'1,4% inferiori rispetto allo stesso mese del 2013.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi terminanti ad agosto sono diminuiti del 2,2%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,4)con i mutui per l'acquisto dell'abitazione praticamente fermi al livello di un anno fa. 


Se oltre ai prestiti si tiene conto dei titoli detenuti in portafoglio delle IFM, l'indebitamento del settore privato verso il sistema bancario supera il 120% del pil, con punte che  in Spagna arrivano quasi al 160% (113,6 in Italia).



Il calo dei prestiti al settore privato è più accentuato in Italia (-2,3%)con i prestiti alle SNF che calano ad un ritmo superiore al 4%.
Minore ma non trascurabile è il rientro richiesto alle famiglie (-1,1). Certamente avviene ad un passo più che doppio di quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.

I depositi del settore privato della zona euro  sono viceversa aumentati dello 0,8% rispetto a dodici mesi prima, ma prevalgono gli impieghi più liquidi,  con i depositi a vista che crescono del 6,6%, a scapito di forme di deposito più lungo termine. In Italia i conti correnti aumentano del 6,5% e del 7,2 in Germania. 

Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta ad agosto del 5,8% senza che i prezzi ne vengano influenzati (0,4%).  


Vendite al dettaglio deflazionate e destagionalizzate in calo dello 0,8% rispetto ad un anno fa (-1,4 gli alimentari)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

A luglio le vendite al dettaglio pulite dall’effetto della stagionalità sono diminuite dell’1,4% rispetto allo stesso mese del 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,6% le vendite reali scendono “solamente” dello 0,8%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è del 12% in termini reali.


Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo dell’8,5% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto al luglio di un anno fa il calo è dell’1,4% in termini destagionalizzati e al netto della variazione dei prezzi.


Sull’andamento cedente dei consumi influisce l’andamento dell’occupazione, in calo dello 0,3% rispetto a dodici mesi prima (e del 2,3% dal 2010), mentre  in questa fase di incertezza occupazionale risultano piuttosto insensibili le crescite reali delle retribuzioni per dipendente (+0,8% annuo).

Tali timori si riflettono nel clima di fiducia dei consumatori che, per quanto più elevato rispetto al settembre di un anno fa di quasi un punto percentuale, è di fatto rimasto invariato rispetto al mese precedente.  E ciò che preoccupa maggiormente sono proprio le prospettive economiche future, ove dal mese di agosto prevalgono i pessimisti sugli ottimisti.


martedì 23 settembre 2014

Salari reali, Produttività e Costo del lavoro.

Da un report di Natixis riprendo i seguenti grafici che illustrano i salari reali e la produttività pro capite per i quattro principali paesi della zona euro.
cliccare sul grafico per ingrandire

Da un altro report sempre di Natixis riprendo invece la tabella del costo orario del lavoro

cliccare per ingrandire


Addendum del 24 settembre 2014

I grafici di Natixis possono essere sorprendenti, perché mettono a raffronto la produttività, ma soprattutto i redditi dei lavoratori non per occupato, ma pro capite (ossia in rapporto alla popolazione).


Aggiornando un esercizio iniziato due anni fa con i dati Ameco, relativamente al settore manifatturiero, e mettendo in rapporto la produzione (valore aggiunto a prezzi costanti) e i redditi agli occupati deflazionati con i prezzi al consumo armonizzati otteniamo uno scenario completamente diverso.



L’unica vera differenza è la produttività per occupato. Quella tedesca cresce tra il 1998 e il 2013 di oltre il 40%, mentre quella italiana solo del 3%. Come mai?

Prima di ogni altra considerazione, conviene ricordare che la produttività in questo caso è definita mettendo a raffronto la produzione con gli occupati. La produzione è rappresentata nei conti economici nazionali dal prodotto interno lordo e per i singoli settori (come quello manifatturiero) dal valore aggiunto opportunamente deflazionati dalla variazione dei prezzi. Se si assume la ragionevole ipotesi che le imprese producano per vendere (e non per accumulare scorte in magazzino) si può allora sostenere, soprattutto per un periodo così lungo, che la produzione rispecchi l’andamento della domanda.

Ed ecco quello che succede alla produttività se evidenziamo le variabili che la determinano, ossia la produzione (ovvero la domanda) e l’occupazione nel settore manifatturiero, per entrambi i paesi.



Succede che la produttività è strettamente connessa nella sua evoluzione all’andamento della produzione e quindi alla domanda.

Entrambi i paesi hanno ridotto in questo periodo l’occupazione: noi di oltre il 10% e i tedeschi del 5%. Da questo punto di vista, l’efficienza produttiva del settore manifatturiero italiano dovrebbe essere superiore a quella tedesca. Ma i dati ci raccontano un'altra storia: la produttività in Germania è cresciuta del 40% e solo del 3 in Italia. Ciò si spiega solo con l’altra variabile che concorre a determinare la produttività, ossia la produzione, ovvero la domanda rivolta alle imprese.

La produttività è esplosa in Germania non per una maggiore efficienza produttiva, ma per una crescita della domanda e quindi della produzione di circa il 35%. Nello stesso periodo, la domanda alle imprese italiane e conseguentemente la produzione è crollata di quasi il 10%.

Ne consegue che il problema non è il costo del lavoro, poiché se è vero che quello italiano è cresciuto più di quello tedesco, quest’ultimo continua ad essere del 28% più elevato rispetto a quello italiano.


Ma il diverso andamento della produttività, ovvero il diverso andamento della domanda e quindi della produzione, si riflette sul costo del lavoro per unità di prodotto (clup), spiazzando la capacità competitiva delle nostre imprese.


Alla luce di questa analisi, dove conviene agire? Sul costo del lavoro o sulle politiche di sostegno alla domanda? La riduzione del costo del lavoro, ovvero dei redditi dei lavoratori, non farebbe altro che deprimere ulteriormente la domanda interna e ciò si rifletterebbe nuovamente sulle vendite delle imprese e sulla loro produttività. D’altra parte i redditi reali dei lavoratori italiani, come si è visto, non sono per nulla più alti di quelli tedeschi, né in termini assoluti né in termini di trend rispetto al 1998.

Occorre pertanto agire sull’altra variabile che determina la produttività e il clup, ossia la produzione. Ma per far crescere questa occorre far crescere la domanda. Ma nell’attuale contesto dell’eurozona le politiche espansive sono bandite e prevalgono – fallita la fantasiosa teoria dell’austerità espansiva – le altrettanto illusorie speranze delle “riforme strutturali”, ovvero quelle mirano a rendere il mercato del lavoro più flessibile, ovviamente dal lato dei licenziamenti. Ma non si vede come una maggiore incertezza nelle prospettive lavorative e redditi più bassi possano sostenere la domanda. E’ illusorio pensare che un maggior margine di profitto possa indurre le imprese ad assumere. Queste ringrazieranno e porteranno a casa i maggior profitti che in tal modo potranno conseguire, ma l’occupazione non crescerà fino a quando non aumenteranno le vendite (non i profitti). Ma le vendite come potranno aumentare se il mercato del lavoro non sarà in grado di dare sicurezza e redditi adeguati alle famiglie e ai lavoratori?

Dato che non si vuole un intervento da parte della domanda pubblica vi è solo un altro canale che può dare un contributo positivo: le esportazioni. Attualmente contano per meno del 30% del pil. Di quanto si devono comprimere i redditi dei lavoratori (e di quanto si deve ampliare la disoccupazione per convincerli ad accettare le nuove condizioni di lavoro) affinché gli effetti positivi delle esportazioni superino quelli  negativi derivanti dalla domanda interna?

E fino a quando potrà reggere la pressione su questa molla sociale, volta a reprimere le aspettative di vita e di guadagno dei lavoratori? E’ un gioco pericoloso che, se sfugge di mano, di solito provoca una reazione violenta.

Temo tuttavia che i nostri imprenditori non vedano al di là del loro naso e che questo problema non riguardi loro personalmente ma eventualmente le prossime generazioni. Loro devono solo pensare a far profitti, qui e ora. Se vi sono disoccupati e precari, non è affar loro.

sabato 20 settembre 2014

Capitalismo feudale

"Il Sole 24 Ore" di oggi riporta in prima pagina un breve commento di Fabrizio Fourquet (f.f.) intitolato Equità.

Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro (...)


In effetti esiste una discriminazione 

(da Wikipedia: La discriminazione consiste in un trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria) 

Ma da quando si risolve un trattamento ingiusto estendendolo a tutti, anziché rimuovendo la causa che  ha generato lavoratori con tutele differenziate? E' come se con l'apartheid, ove si nega il diritto di voto ai neri, si volesse risolvere la discriminazione negando il diritto di voto anche ai bianchi. Un'assurdità.

Ma a quanto pare in Italia è lecito dire qualunque scemenza senza che questo mini la credibilità di chi proferisce simili sciocchezze.

Se in Italia vi è un trattamento differenziato tra i lavoratori è perché si è avuta la brillante idea di creare assurdi contratti di lavoro precari. Ma costoro anziché ammettere di aver rovinato la vita alle ultime generazioni vogliono rovinare la vita degli italiani per i prossimi cento anni. 

Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro. Vero. E l'articolo 18 difende proprio questo diritto: il diritto di non essere cacciato dal proprio lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo. Andrebbe quindi esteso a tutti i lavoratori. Invece lo vogliono togliere a tutti. 

Ma in Italia le parole non hanno più senso e vengono stravolte: avere dei diritti sul posto di lavoro è fatto passare per un privilegio e si fa credere che abolendo il privilegio (ossia il diritto del lavoratore a non essere licenziato senza una giusta causa) si compia un atto di giustizia e di uguaglianza, di equità. Peccato che in tal modo si lasci tutti i lavoratori indifesi alla mercé degli imprenditori. 

Zitti e lavorare. Se vi va, bene. Se no, fuori dai coglioni. 
Questo è il rapporto di lavoro. 

Un ritorno alle origini del capitalismo, quando era appena uscito dal feudalesimo. 

giovedì 18 settembre 2014

Italia - Bilancia dei Pagamenti a luglio

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Mi limito a riportare alcuni grafici.

1) Partite correnti e movimenti di capitali



2) La Bilancia Commerciale



3) Quantità Export per tipologia di prodotti




4) Esportazioni per destinazione geografica - var. % annue ai valori correnti



5) Capitali Italiani



6) Capitali Esteri - Investimenti di Portafoglio



7) Capitali Esteri - Investimenti Diretti



8) Riserve Ufficiali e grado di copertura delle importazioni


mercoledì 17 settembre 2014

Le balle di Luca Ricolfi

Su “La Stampa” di oggi, nell’editoriale di Luca Ricolfi, si può leggere questa frase, a proposito del “giusto” confronto tra i modelli del mercato del lavoro italiano e spagnolo: 
  
Il confronto vero va fatto sul numero di occupati, non sui tassi di disoccupazione. Ebbene, nel 2013 il tasso di occupazione spagnolo, a dispetto di anni di austerity, era più alto di quello italiano, e questo nonostante in quello italiano siano inclusi tutti i lavoratori in cassa integrazione. 
  
Questa affermazione è falsa. 
  
Prendendo i dati di Eurostat è facile accorgersi che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa) in Spagna non solo è inferiore a quello italiano (e questo fin dall’inizio del 2012), ma che è sceso durante la crisi assai di più del nostro paese. Tra il 2007 e il primo trimestre di quest’anno, il tasso di occupazione spagnolo è crollato di oltre 10,5 punti percentuali (dal 65,3 al 54,7%) contro i meno di tre punti del corrispondente tasso italiano (dal 57,9 al 55,1%). 



Questo non è per nulla consolatorio e non significa affatto ricalcare le posizioni 

di Tremonti e Berlusconi nel 2008-2011, quando dicevano che, a differenza di altri Paesi, l’Italia tutto sommato aveva tenuto, restava un Paese solido, eccetera eccetera. 
  
Significa solo che chi propone il modello spagnolo sta auspicando una crescita ulteriore della disoccupazione per il nostro paese. E non vedo come questa prospettiva possa essere positiva per gli italiani.  

venerdì 12 settembre 2014

La liquidità disponibile sui conti del settore pubblico equivale a quasi tre anni di "fabbisogno interno"

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A luglio il debito pubblico  resta di fatto invariato rispetto al mese precedente, poco oltre i 2.168 miliardi, pari al 138,6% del pil (calcolato con i vecchi criteri statistici). Rispetto ad un anno fa è aumentato di quasi 95 miliardi. 

Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a 2.108,5 miliardi (86 miliardi in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 46,4 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi, di cui oltre 78 imputabili agli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di poco inferiore ai 32 miliardi.

I restanti 39,6 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico, che ora sono ad un passo dai 136 miliardi, pari all’8,7% del pil. 

In particolare, a  fine luglio la liquidità del Tesoro depositata nei conti della Banca d’Italia era di quasi 110 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano oltre  26 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico nel suo complesso sarebbe quindi in grado di coprire quasi tre anni del “fabbisogno interno” degli ultimi dodici mesi.



Il debito a giugno era per un terzo in mani estere, per il 54% nei portafogli del settore finanziario  nazionale e il 12,4% presso altri residenti (imprese e famiglie).

Il rendimento medio dei titoli decennali a luglio è stato del 2,63%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 168 punti base.

Italia e Spagna producono rispettivamente il 25 e il 30% in meno rispetto al 2007

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat e FED


A luglio la produzione industriale nella zona euro è aumentata rispetto al mese precedente dell'1% in termini destagionalizzati, grazie soprattutto all'apporto della Germania (+1,9). Sostanzialmente invariate sono rimaste le attività produttive sia in Francia (+0,2) che in Spagna. Tra i maggiori paesi, l'Italia è l'unico che registra una caduta dell'attività produttiva (-1%). 



In termini annui, cambiano i valori, ma non le dinamiche. La Germania ha ampliato la produzione del 2,8%, seguita dalla Spagna (+0,8) e dalla Francia (+0,3). Solo l'Italia arretra dell'1,2%. 

Per la zona euro nel suo complesso la crescita si ferma all'1,7%. Nello stesso periodo la produzione industriale degli USA è aumentata del 5%. 



Con riferimento ai maggiori paesi della zona euro, la Germania a luglio è ritornata sopra i livelli pre-crisi, dell'1,6%. Pesanti sono tuttora le perdite invece per la Francia (-15%) e l'Italia (quasi il 25%). La Spagna, nonostante la gran ripresa di cui si sente parlare in giro, ha visto svanire quasi il 30% della produzione che riusciva a realizzare sette anni prima. 

L'area dell'euro nel suo complesso accusa una caduta rispetto ai livelli pre-crisi di poco inferiore al 10%. Un gap enorme con gli Stati Uniti, nel frattempo cresciuti oltre i massimi  del 4,4%.